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REPORTAGE: TRA GLI STAND DEL LECCE TATTOO FEST

Di tutto il Sud Italia, Lecce è forse la città più anticonformista. Artisti di strada, colori e arte, rendono la capitale del barocco la cornice ideale per ogni tipo di avanguardia. In questo contesto si inserisce, da ormai tre anni, il Lecce Tattoo Fest, esposizione internazionale dell’arte del tatuaggio. Camminando tra gli stand e i corridoi colorati di inchiostro, si ascoltano le voci di chi è ritornato a vivere, sperare e sognare grazie al tatuaggio. Il ronzio di chi ha impresso il segno del riscatto, per sempre, sul proprio corpo. Il tatuaggio, nella contemporaneità, ha permesso di sdoganare i vecchi cliché che lo vedevano protagonista di storie torbide, legate a quella parte di fauna sociale allenata a solcare i confini tra lecito e illecito. Questo accadeva non solo in Europa, ma soprattutto dall’ altra parte del mondo, in Giappone, dove, a detta di Tenkiryu, il tatuaggio è visto come una sorta di marchio di fabbrica, il segno distintivo della Yakuza. “Tatuarsi in Giappone è un gesto coraggioso” dice, “Se hai dei tatuaggi non puoi andare in luoghi pubblici come spiagge, piscine o saune. La gente penserebbe che tu sia un criminale”. Tenkiryu fa parte di una famiglia di tatuatori che da generazioni mantengono viva una tradizione che nel paese del sol levante sta scomparendo. In Italia le cose sono lentamente cambiate e il tatuaggio ha assunto sempre più un significato di rivincita sociale.

 

È il caso di Stefano, giovane tatuatore napoletano, che vede nel suo mestiere una forma di puro artigianato, un’estensione della sua abilità nel disegno che rende i desideri del committente una realtà. Potrebbe essere una definizione riduttiva la sua, ma andando più a fondo si scopre che la storia di Stefano è particolare. Dice di mettere nei suoi lavori, e soprattutto nella voglia di realizzarsi, quella rabbia tipica di Napoli. Una rabbia che non è ira ma voglia di riscatto da “una realtà pronta a toglierti tutto da un momento all’altro”. Storie di cambiamento e di rinascita, come nel caso di Alessia, una piercer milanese di trent’anni. Lei ha lottato contro l’obesità e ha vinto. I tatuaggi sono stati la sua terapia e, grazie a loro, è riuscita ad accettare le imperfezioni del suo corpo. Cicatrici intime che ora si sono trasformate, sulla sua pelle, in puri e semplici ornamenti.

 

 

 

 

Sono tante le parole che si riescono ad ascoltare tra le strade del Lecce tattoo fest e tante sono le immagini che si scorgono tra le frasi dette distrattamente. Una parola ridondante è “famiglia”. Elena racconta di essere diventata una tatuatrice per via di suo nonno, un marinaio. Era ricoperto di tatuaggi e lei, da piccola, si divertiva a colorare, con i pennarelli, i disegni sulla sua pelle aggrinzita. Oscar, ventisettenne granadino, invece, dice che è stato grazie a suo padre, un artista spagnolo, che è nata in lui la passione per il disegno: “Poi è stato naturale voler vedere i disegni sul mio corpo e farli sul corpo degli altri” racconta, “Per me i tatuaggi sono arte. Quando tatuo mi piace realizzare le storie che i miei clienti raccontano. Catturo i pensieri e li incido sotto la loro pelle”. Il concetto di arte è un altro dei leitmotiv di questo Tattoo Fest leccese.

 

 

A spiegarne l’essenza, il concetto più profondo, è Manuela, che dalla Toscana ha deciso di esporre la sua arte nel Salento. “Tatuatori non ci si improvvisa” afferma, “È un’attitudine che si coltiva nel tempo. Io vengo dalla pittura, ma penso che il tatuaggio sia una forma d’arte più immediata, cambia solo il supporto, dalla tela si passa alla pelle” dice timidamente, e aggiunge “Decidere di tatuarsi presuppone uno slancio artistico non indifferente. Questo coinvolge sia il tatuatore sia il cliente, tra cui, quasi sempre, si instaura una corrispondenza mentale molto intima”. Ciò che rimane alla fine di questi tre giorni di fiera sono nuovi disegni sulla pelle, storie da raccontare o avventure appena iniziate, la bellezza dell’ornamento e la gioia del riscatto.

 

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