CULTURA

L’OLOCAUSTO CULTURALE DI GOEBBELS

Marco Porcio Catone, detto il Censore, verosimilmente, si avvicinò alla repressione totale di quasi tutto lo scibile disponibile, attuata da Joseph Goebells durante il Terzo Reich, all’incirca duemila anni dopo. Nell’Antico Impero Romano, toccò all’ellenismo, al lusso, al vino e a tutto ciò che apparteneva a Cartagine. Nella Germania Nazista, l’ideologico “Nuovo Impero Romano”, toccò alle arti figurative, alla letteratura, alla stampa, alla musica e al cinema. La repressione censoria era circoscritta, in poche parole, a tutta la cultura. Perché la cultura, quella vera, che portava il nome di Thomas Mann, Stefan Zweig, Walter Gropius, Mies Van der Rohe, Fritz Lang, Erich Fromm e Albert Einstein, solo per citarne alcuni, fu costretta ad emigrare all’estero per non imprimersi dell’arianità tedesca. La Kultur che, sotto l’egida del Reichskulturkammer (Camera Culturale del Reich), doveva rispettare canoni ben precisi per non essere tacciata di inadeguatezza.

Joseph Goebbels, Ministro per la Propaganda, fu molto attento ai particolari. Curò il suo ministero come una madre cura il suo infante e bandì ogni forma di “non-germanicità” che potesse in qualche modo inficiare il destino del ben chiaro e atteso Pangermanesimo.

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Di tutti gli ambiti culturali vagliati e “riprogrammati”, il destino dei libri fu quello peggiore. Il 10 Maggio del 1933 infatti, in pieno stile “95 tesi di Lutero”, una compagine di giovani studenti tedeschi della Studentschaft, portò a termine la pulizia dei testi non-tedeschi o stranieri ed ebraici da tutte le biblioteche e librerie. Nel rogo finale, nove rappresentanti scelti tra gli studenti gettarono tra le fiamme libri di nove categorie diverse. Goebbels in pompa magna, davanti alle più importanti autorità culturali tedesche, definì il gesto come «la resurrezione della fenice del nostro spirito, ora che il passato giace nelle fiamme».

Un’altra forma censoria e, allo stesso tempo propagandistica, fu quella dell’esposizione di opere artistiche che non rispecchiavano i gusti neoclassici del Fuhrer. Fu chiamata “Arte degenerata”, disonorevole per il gusto nobile ed eroico dei tedeschi. In pratica una sorta di “vedo quello che non deve essere, invece di eliminare direttamente ciò che non deve essere”. Una moderna forma di istigazione a toccare, bruciarsi ed essere sicuri di non toccare più.

La sorte che spettò ai giornali e alle radio non fu diversa. Una miriade di testate e di emittenti, che inondavano la nazione, furono tutte sostituite e messe sotto torchio da Goebbels. Addirittura vennero costruiti pilastri per le vie cittadine con altoparlanti che costantemente trasmettevano marce, inni e trionfalismi nazisti.

I tedeschi non poterono più ascoltare trasmissioni straniere. La musica jazz, indicata come immorale, ascoltata e composta per lo più da “neri”, fu bandita.

Goebbels, provò così, durante la dominazione del Terzo Reich a rinnovare la Kultur, si fece pioniere di quella che, negli anni a venire, fu esplicitamente definita come «la cultura più piatta e banale che la Germania riuscì a proporre in 12 anni» e che tagliò fuori, la Germania stessa, da tutta la vita culturale internazionale.

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