CULTURA

SYLVIA VON HARDEN RACCONTA OTTO DIX

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Mi chiamo Sylvia von Harden e sono una giornalista tedesca nata ad Amburgo alla fine del XIX secolo. In realtà, il mio vero nome è Halle ma, probabilmente spinta da quella vena poetica che mi scorre dentro, preferii mutarlo in Harden, uno pseudonimo dal suono aristocratico e nobile. Intorno al 1920 ho vissuto a Berlino, in un periodo storico contraddistinto dalla Repubblica di Weimar, un periodo di grandi tensioni, conflitti interni e di grave crisi economica, che vedranno l’ascesa al potere di Adolf Hitler e del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori.

In questi anni, mi dedicai alla poesia, arrivando addirittura a pubblicare due volumi. Ma non diventai famosa né come giornalista né come poetessa, ma come soggetto protagonista di un meraviglioso quadro di Otto Dix.

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L’artista tedesco fu l’esponente di spicco della “Neue Sachlichkeit”  ovvero Nuova Oggettività, una corrente artistica definitadal realismo, l’espressionismo, il dadaismo e il surrealismo. Caratteristica fondamentale della “Nuova Oggettività” è la rappresentazione della realtà senza trucco: amara lucidità, acutezza, disincanto, cinismo, rassegnazione del tragico. L’arte è un’arma glaciale, un freddo specchio teso alla società malata e corrotta. Un giorno ero seduta al cafè Romain intenta a scrivere critiche letterarie per alcune riviste di costume. Quello stesso giorno, quasi per caso, feci la conoscenza di Dix, un habitué del Romain. Immerso tra i suoi ritratti di poeti, ballerine, collezionisti e “coloratissima fauna umana che popola quest’isola bohemien nel cuore dello stato germanico”, improvvisamente la sua attenzione venne catturata da un’immagine rara e distinta: la mia.

«Io devo dipingerti! Io semplicemente devo!…Tu rappresenti un’intera epoca!»

«Così, tu vuoi dipingere i miei occhi smorti, le mie orecchie ornate, il mio lungo naso, le mie labbra sottili; tu vuoi dipingere le mie mani lunghe, le mie gambe corte, i miei piedi grandi- cose che possono solo spaventare la gente e rallegrare nessuno?»

«Tu ti sei caratterizzata brillantemente, e tutto quello che porta ad un ritratto rappresentativo di un’epoca non riguarda la bellezza esterna di una donna, piuttosto la sua condizione psicologica»

Già, un’epoca non riguarda la bellezza esterna di una donna. Non c’è da stupirsi se Otto Dix aveva scelto me, una donna dalle gambe corte, i piedi tozzi, il naso appuntito e lo sguardo opaco; l’esatto contrario di qualsiasi ideale di bellezza femminile. Però, per “l’artista” dei dettagli macabri, delle deformazioni grottesche, fortemente influenzato dall’esperienza bellica (della prima guerra mondiale), l’avermi incontrata fu come un colpo di fulmine.

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Intrigato forse da questa mia aria emancipata (dietro cui cerco di nascondere il mio corpo sgraziato), sono stata raffigurata in un quadro il cui colore predominante è il rosa. Tutto segue la sfumatura di questo colore: dal vestito a scacchi, alle pareti fino al portasigarette sul tavolino. Il taglio corto, il monocolo e i lineamenti molto marcati richiamano il mondo maschile, tutti dettagli simbolo dell’emancipazione della donna e della perdita di femminilità. Le labbra tinte e gli occhi cerchiati mi danno un’aria vissuta e stanca. Le mani grandi e scarne sembrano artigli in contrasto con l’unico dettaglio quasi sensuale rappresentato nel quadro: quella calza cadente sotto il vestito a scacchi. La sigaretta e il cocktail sono tutti caratteri di una Berlino alla moda sullo sfondo di colori vibranti che creano tensione. Questo mio ritratto fu l’emblema di una critica mossa su due fronti: il primo, il fronte riguardante l’emancipazione della donna e il secondo riguardante l’informazione e la comunicazione. Dix, con la presa del potere di Adolf Hitler, fu considerato un artista degenerato e gli fu proibito addirittura di esporre le sue opere, molte delle quali vennero bruciate. Questo quadro vuole essere una metafora dell’informazione mediatica del tempo, dove la stampa ufficiale forniva solo notizie positive circa la situazione interna. Una grandissima manovra dettata dalla censura per nascondere le verità scomode e disumane dell’epoca.

Quadro di Otto Dix, 1926,olio su tavola (120 x 88), Centre Pompidou, Parigi.

http://artesplorando.blogspot.it/2012/10/otto-dix.html

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