Zettel

GRAVE

Le chiamano dormitori, città del genere. Cinquantamila abitanti al massimo, metà dei quali pendolari. Non ci sono i prati verdi per cui è famosa la Brianza. E anche i laghi azzurri distano mezz’ora. In posti come quelli c’è solo l’autostrada, che collega Milano con Varese e ansima come un vecchio fumatore in debito di ossigeno. È una striscia di cemento, che taglia in due sezioni la città. Che sia giorno o che sia notte, c’è sempre una macchina che sfreccia. E dopo un po’ ci si abitua anche al rumore.

Dopo tanti anni, Alessio non ci faceva neanche più caso. E in fondo quel brusio non gli dispiaceva affatto. Tutte le volte che faticava a prender sonno, tendeva l’orecchio e rimaneva ad ascoltare il suono dell’autostrada per decine di minuti. Per lui i fruscii delle automobili erano come pecore che saltavano la staccionata. Ne contava una, due, tre e poi si divertiva a seguire con lo sguardo le luci sul soffitto, che filtravano a puntini dalla tapparella. C’era un solo momento in cui Alessio li chiudeva per davvero, i suoi due occhi verdi. Non appena sentiva la maniglia cigolare, fingeva di dormire. Rimaneva immobile dinanzi al bacio sulla guancia di sua madre. Si comportava come un sordo dinanzi alla frase «vado a lavorare» e reagiva con freddezza a una carezza sulla fronte. Senza muovere un muscolo, attendeva che quella donna di quarantacinque anni tornasse da dove era venuta. Prima di riprendere sonno, gettava sempre uno sguardo alle figurine dei calciatori, appiccicate sulla porta per coprire i buchi delle termiti. E poi si addormentava, con l’occhio ancora teso in direzione di quel mosaico sbiadito, in cui erano ritratti calciatori vecchi e ormai dimenticati. In una città come la sua, tutti i risvegli erano uguali. La lancetta che schiaffeggiava il numero sette, il cellulare che faceva bip e l’odore di Nesquik che invadeva a poco a poco la cucina. E anche quella mattina non fece eccezione. Alessio scese dal letto e si mise indosso i vestiti che sua madre gli aveva preparato sul divano, al centro del soggiorno. Si allacciò la giacca fino al mento e si fiondò giù dalle scale, dopo aver imposto una serie di mandate a tutte e tre le serrature della porta. A passo spedito, si lasciò alle spalle i muri grigi delle case popolari e saltò in sella alla sua mountain bike. Come tutti gli altri giorni, costeggiò l’autostrada spingendo a forza sui pedali. Saltò su e giù dai marciapiedi e chiuse un’impennata dopo l’altra. Quando poi raggiunse l’entrata della scuola, continuò a pedalare, con ancora più vigore. Perché sapeva che quella mattina, per nessun motivo al mondo, si sarebbe presentato alla lezione. Non aveva alcuna voglia di confrontarsi con quella vecchia arpia della professoressa di fisica, che il giorno prima gli aveva affibbiato una insufficienza, grave. Prima di lasciare casa aveva lasciato sotto al tavolo, in tinello, la sua cartella piena di libri. E non si era mai sentito così leggero.

Alessio superò il centro città e i palazzi di più recente fabbricazione, i cui vetri opachi riflettevano le nuvole nel cielo. Si spinse ai confini del suo mondo conosciuto, in direzione ignota. Vide che ai grattacieli nani andavano a sostituirsi le villette con giardino; e a loro volta le villette venivano ombreggiate da altri casolari ben più brutti. Grigi e sporchi come quelli in cui abitava, gli stessi in cui era cresciuto. A lato della strada si estendevano orti bruciati dal sole e l’erba secca divorava il marciapiede. Con la sua bicicletta, Alessio non si era mai allontanato così tanto. E all’improvviso, si sentì spaesato. Rallentò il ritmo delle pedalate e finì con l’accostare in mezzo al nulla, vicino alla fermata degli autobus la cui insegna arrugginita brillava come un miraggio nel sole di prima mattina. Fu lì che udì di nuovo il respiro rauco del tratto autostradale. E pensò che per tornare indietro gli sarebbe bastato costeggiare quella lingua di cemento, fino a casa.

Intorno a lui, non c’era anima viva. Alessio lasciò cadere la bicicletta vicino al marciapiede e come in preda ad un richiamo, si affacciò al cavalcavia, sul lato della strada. Gli vennero in mente le parole della prof di fisica nel momento in cui aveva detto che il sommo Galileo si era recato in cima alla Torre di Pisa per gettare nel vuoto due oggetti di peso differente e dimostrare che tutti i corpi cadevano a terra con la stessa velocità.

«Bella stronzata» aveva commentato Alessio, convinto che quella storia fosse inventata, tanto quanto la mela di Newton e il sogno di Einstein. Non c’era motivo di pensare che un batuffolo di cotone e un pezzo di ferro sarebbero mai caduti alla stessa velocità. E sull’eco di quelle parole, Alessio raccolse da terra due sassi. Uno era grande come un uovo, l’altro come un piccolo melone. Stette a guardare per qualche secondo le macchine che sfrecciavano sotto ai suoi piedi. Poi lasciò cadere i sassi a terra, allo stesso tempo. Uno cadde a terra. L’altro sfondò il vetro di una station-wagon lanciata a centotrenta. Un fischio stridulo scacciò gli uccelli dai rami tutti intorno. Poi si sentì un botto. Alessio fece un passo indietro e alzò le mani al cielo. E infine si tappò le orecchie, pur di non sentire quel clacson infernale che gridava a squarciagola.

[responsivevoice_button voice=”Italian Female” buttontext=”Ascolta questo post”]

[shortcode id=”838″]

Annunci

Rispondi