CULTURA

GRAVE- SECONDA PARTE

SECONDA PARTE

Alessio prese coraggio e riaprì gli occhi, nel momento in cui il clacson rimase senza fiato e quel suono infernale si affievolì su se stesso, ormai soffocato. Allora rimase soltanto il silenzio, il brusio del vento tra i cespugli, il battito del suo cuore che rimbombava nelle orecchie. Alessio si guardò intorno e vide che oltre a lui non c’era nessuno; spinse lo sguardo fino alla fine della strada e ondeggiò per un attimo insieme alle ondate di calore che salivano dal cemento incandescente. Poi raggiunse la fine del cavalcavia e scavalcò la recinzione che conduceva a un debole crinale. Agitò le mani per rimanere in equilibrio e, un passo alla volta, scese la piccola collinetta fino alle corsie dell’autostrada. Subito, il vento lo prese a schiaffi. Scompigliò i suoi capelli e per poco non gli strappò la felpa dalle spalle. Ma Alessio andò avanti, a testa bassa, piegato sotto a quel ruggito freddo che grattugiava le sue orecchie senza sosta. Non si curò dei fruscii prodotti dagli altri veicoli, così come ignorò gli spostamenti d’aria che come sgambettate improvvise tentavano di farlo cadere. E fu allora che la vide, incastrata nel guard-rail della corsia di emergenza. Una station-wagon grigia, col muso frantumato in mille pezzi e le quattro frecce accese che lampeggiavano come al ritmo di un elettrocardiogramma. Sembrava un corpo metallico ormai morente, in procinto di esalare gli ultimi respiri. Dal cofano sventrato saliva una nuvola di fumo nero, che il vento veniva subito a rubare. Alessio si avvicinò all’abitacolo, con le gambe in preda al tremolio. Si affacciò al posto del guidatore e vide un uomo con il naso rotto e la camicia macchiata di sangue, ancora fresco. Aveva gli occhi chiusi e la testa poggiata sul lato. La cintura ancora allacciata e la radio che trasmetteva notizie sull’andamento della borsa. Alessio guardò attraverso il foro nel parabrezza e infine vide che a pochi metri di distanza, adagiato per terra, c’era il sasso che aveva lanciato poco prima. Allora si allontanò da quella station-wagon e si chinò a raccoglierlo, graffiandosi con le schegge di vetro che si erano fuse con la pietra nell’impatto. Guardò il sasso, e al tempo stesso le lacrime di sangue che pendevano dal palmo della sua mano. Poi, con la coda dell’occhio, vide qualcosa muoversi alle sue spalle. E quando prese il coraggio necessario per voltarsi, vide lo stesso uomo di prima scendere dalla macchina con estrema fatica – e per poco stentò a crederci. Allora stette immobile, con gli occhi sbarrati di chi aveva appena visto un morto camminare, incapace di muovere anche solo una parte del proprio corpo. Osservò quell’uomo mentre vagava in stato confusionale in mezzo all’autostrada, si reggeva la testa dolorante e, con gli occhi socchiusi, agitava le mani in cerca di un appiglio. Continuò a guardarlo nel momento in cui si allontanò zoppicando alla macchina, strisciando la suola sull’asfalto e mugugnando in preda all’agonia. Alessio rimase paralizzato, dinanzi a quella scena. Poi, all’improvviso, l’automobilista aprì gli occhi e gridò «aiuto» con tutta l’aria che aveva nei polmoni. Fu allora che Alessio corse via per la paura, dopo aver riposto nella tasca della giacca quel sasso insanguinato. Risalì la collinetta e inciampò più volte. Sporcò i jeans di terra e affondò le dita nel terreno fangoso, pur di abbandonare quell’inferno. Poi staccò la bicicletta dal cavalcavia e iniziò a pedalare come un velocista, con la testa bassa, a un ritmo così alto che gli fece esaurire il fiato dopo pochi metri. Ma Alessio non si curò delle gocce di sudore che gli accarezzavano la fronte, né del suo respiro che diventava più fiacco e più rauco a ogni pedalata. Bordò in volto, fece il tragitto a ritroso. Non rispettò semafori, precedenze e marciapiedi. Ripensò alla faccia di quell’uomo spezzata dal dolore e si sentì braccato dallo sguardo che questi gli aveva rivolto. Infine corse a casa con tutte la forza che aveva nelle gambe. E quando arrivò dinanzi al cancello delle case popolari, vide due macchine della polizie parcheggiate sotto la sua scala, con i lampeggianti ancora accesi.

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