ATTUALITÀ

LA BULIMIA CHE DIVORA L’ANIMA E IL CORPO

I disturbi alimentari sono molto diffusi nella società odierna. Molteplici sono i fattori di rischio imputati, tra questi, un rapporto conflittuale con il proprio aspetto fisico, un forte periodo di stress, un trauma psicologico, il senso di solitudine o straniamento, ma anche il bisogno di attenzione di chi, viene avvertito troppo distante.

I casi di anoressia e bulimia tra i giovanissimi sono sempre più frequenti al punto tale che, queste patologie, possono a tutti gli effetti essere definite come le piaghe del nuovo millennio.

Nonostante l’incidenza negli individui di sesso maschile sia minore, casi di questo tipo risultano essere sempre più frequenti, dando la dimostrazione che, i disturbi alimentari, non conoscono distinzione alcuna.

Maria ( nome di fantasia) è una ragazza che ha vissuto sulla propria pelle “l’essere bulimica”.

Ha cominciato a soffrire di questo disturbo tra la fine delle scuole medie e l’inizio delle superiori, provando anche l’esperienza del ricovero per 5 mesi presso il Centro per la cura dei disturbi del comportamento alimentare di Chiaromonte (Pz) in Basilicata, una struttura conosciuta in tutta Italia.

Maria ha accettato senza remore di raccontare la sua storia, non solo per sensibilizzare le persone verso chi è affetto da bulimia, ma anche per far capire a chi ha sofferto, come lei, di questo disturbo che ci si può salvare solo ritrovando l’amore verso se stessi e la voglia di tornare a coltivare le proprie passioni.

Lei ha cominciato a soffrire di bulimia quando era appena adolescente, dunque poco più che una bambina. Quanto pensa possa influire il vissuto di ciascun individuo nel far sì che si arrivi ad avere un rapporto sbagliato con il cibo?

Per me è molto importante poter raccontare la mia esperienza. Voglio trasmettere ciò che mi ha insegnato, soprattutto a chi non ha mai avuto difficoltà di questo tipo, per far capire di cosa realmente si tratti. Penso che il vissuto di una persona incida tantissimo, soprattutto quando a cadere nel circolo vizioso del disturbo alimentare sono dei ragazzini molto piccoli, come lo è stato nel mio caso.

Io ne ho compreso la reale portata solo successivamente e posso assicurarle che, in realtà, non se ne esce mai. Ora che la bulimia è sotto controllo, sono consapevole di aver canalizzato sul cibo e sull’odio verso me stessa, un dolore che proveniva da una mancanza affettiva. Sono cresciuta in una famiglia apparentemente tranquilla ma incapace di darmi l’amore di cui avevo bisogno. Mio padre durante la mia infanzia è stato molto assente. Nei momenti in cui era a casa capitava che avesse atteggiamenti violenti. Nonostante volessi la sua attenzione non la ricevevo.

Ricordo che, come tutti i bambini, mangiavo le merendine e quando mio padre mi vedeva farlo era pronto a rimproverarmi dicendo che, se fossi diventata grassa, non avrebbe speso soldi per farmi dimagrire.

Sì, iniziai a vomitare anche e soprattutto per ottenere la sua considerazione.

Però, quando i miei genitori si accorsero di avere una figlia bulimica ad avere le reazioni peggiori fu mia madre che arrivò a controllarmi a vista. Invece, mio padre, si limitò a sequestrarmi il computer e a chiudermi in casa. Ho cominciato a risentire di questa dualità: da un lato avevo chi mi opprimeva e dall’altro chi continuava a farmi sentire la sua assenza. Mi sentivo sola e vuota.

Che visione aveva del proprio corpo e quanto crede abbia inciso il rapporto difficile con suo padre sulla sua malattia?

Percepivo il mio corpo come un ammasso di carne pesante che ne imprigionava l’anima. Non riuscivo neppure a farmi la doccia, odiavo dovermi toccare e carpire la mia natura fisica. Non mi guardavo mai allo specchio. Penso che il rapporto travagliato con mio padre abbia inciso molto. Diventai bulimica tra la fine della terza media e il primo anno delle superiori. Ero un’adolescente che non aveva ancora finito di essere bambina perché mi mancavano pezzi d’infanzia. Avevo delle mancanze che mi tenevano legata alla fanciullezza, ma il mio corpo stava cambiando e mi diceva che era il momento di crescere, come se dovessi superare un livello. Ma questo non riuscivo ad accettarlo e, a tutto ciò si aggiunse l’ennesima delusione: i miei genitori mi impedirono di scegliere il liceo artistico, perché la reputavano una scuola inutile. Non sono riusciti a capire che, impedendomi di coltivare le mie passioni, avevano soffocato anche la mia anima. Il definirle frivole, poi, mi avevano fatta sentire vuota. Che senso avrebbe avuto trascinare avanti soltanto il corpo? Mi restava solo la parte di me che reputavo meno vitale: la materia. Ecco perché iniziai ad odiarla. Se non sarei potuta essere spirito non volevo neppure essere carne. Volevo assottigliarmi fino a sparire. Quando mi resi conto che non ci sarei potuta riuscire subito presi una prima, drastica decisione: tentai il suicidio. Avevo fretta di liberare la mia anima da quella trappola pesante.

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Come la bulimia ha cambiato la sua visione della realtà? C’è la consapevolezza del male che si infligge al proprio corpo? Che influenza ha avuto sulla routine quotidiana?

Quando soffri di bulimia la percezione della realtà viene stravolta. Tutta la tua esistenza si concentra su di un unico obiettivo: perdere peso. Ad un certo punto dimentichi anche il motivo per cui hai deciso di iniziare. Più la gente ti dice che sei dimagrita più ti esalti e cerchi di ottimizzare i risultati. Diventi il dittatore di te stesso.

Ho visto gente nutrirsi con una pesca al giorno e credere che questa fosse un pasto eccessivo. Sei determinato a raggiungere il tuo obiettivo il prima possibile e non hai tempo di farlo in modo graduale. Cominci, quindi, a privarti del cibo per accelerare questo processo. Vai in bagno e vomiti quello che hai mangiato, anche quando non c’è più nulla da vomitare ed inizi a sputare sangue.

Sì, c’è la consapevolezza di sbagliare, ma questa routine, presto, diventa una droga. Non riesci più a fermarti. Ti fai del male fisico per curare quello interiore. Inizi a credere che sia l’unica soluzione possibile per risolvere quello che per te è il vero e unico problema: dimagrire sempre più. Ovviamente ne risente anche il bioritmo. Non hai la forza fisica e mentale di affrontare la giornata. Ogni situazione ti sembra più grande di quanto in realtà non sia, ogni problema diventa insormontabile. Neanche a scuola riuscivo a mantenere alta la concentrazione, ero sempre stanca.

Durante la permanenza nel centro per i disturbi alimentari di Chiaromonte(Pz) è stata a contatto con gente di ogni età e affette da diversi tipi di disturbi alimentari. Che visione aveva delle persone in sovrappeso? e di quelle sottopeso?

Per me la donna in sovrappeso era una sorta di monito: mi mostrava come sarei potuta diventare se non avessi continuato a seguire il regime alimentare che mi ero imposta o se avessi smesso di vomitare.

Per le ragazze con problemi di anoressia ho provavo una sorta d’invidia, anche se adesso m’imbarazza molto affermarlo.

Nonostante non le vedessi bellissime le invidiavo perché ricevevano molte più attenzioni di me da parte della società. Il mondo parla sempre degli anoressici, i bulimici, invece, passano in secondo piano. Quindi iniziai a pensare che probabilmente fosse quella la strada da intraprendere: smettere di mangiare e diventare anoressica.

Effettivamente il mio disturbo alimentare ha avuto tre fasi: la fame nervosa con le abbuffate, la bulimia vera e propria che mi spingeva a vomitare ogni cosa che mettevo nello stomaco e, infine, una vera e propria alternanza tra giorni di digiuno e volte in cui mi ingozzavo fino a provocarmi il vomito.

Del centro non ho mai accettato, e tutt’ora non comprendo il motivo, che li ha portati a tenerci tutte insieme.

Però, devo ammettere che, il contatto con gli altri, mi ha aiutata a prendere maggiore consapevolezza riguardo la mia condizione, ma anche questo l’ho capito in una fase successiva. Con le altre ragazze bulimiche era un continuo farsi del male a vicenda: per quanto davanti agli educatori manifestassimo consapevolezza sulla pericolosità del provocarci il vomito, quando parlavamo tra di noi ci davamo spunti su come farlo in modo più veloce ed efficiente. Arriva, infatti, un momento in cui cerchi di vomitare facendo ricorso a qualsiasi mezzo, non bastano più le dita. Inizi a spingere lo spazzolino e tutto ciò che ti capita sottomano contro le tonsille e con furia ceca.

Quando si è toccato il fondo risalire è un’impresa difficile e non è detto che si riesca a portarla a buon fine. Come è riuscita a rialzarsi e cosa intende con l’espressione “in realtà non se ne esci mai?

Non so dire come sia avvenuto il cambio di rotta e, soprattutto, in quale momento. Probabilmente, come ho già detto, mi hanno aiutata molto le esperienze fatte nel centro di Chiaromonte e tutti i racconti delle persone con le quali mi sono confrontata.

La trasformazione dentro di me, però, è avvenuta solo quando sono tornata a casa.

Una mattina mi sono svegliata ed ho deciso di non remarmi più contro.

Ho pensato che, se avevo trovato la forza di annientarmi avrei potuto trovare anche quella di proteggermi da un mondo che mi aveva sempre ferita.

Ammetto che ci sono ricaduta diverse volte nel corso degli anni e i controlli presso il centro sono durati fino alla fine del secondo anno di scuola superiore. Tutt’oggi ho paura di poterci cadere di nuovo, magari in un momento di panico o debolezza.

Purtroppo, quella valvolina di sfogo resta sempre lì, nella tua mente. Gli altri non la vedono ma tu sei consapevole che ne potrai sempre fare uso. Ecco perché penso che non se ne esca mai.

Ma, la nuova consapevolezza che ho di me, mi viene in aiuto e mi salva. Sono risorta quando ho deciso di ricominciare a coltivare le mie passioni e a credere nei miei sogni.

Ho capito che morire adesso non avrebbe avuto senso, ho ancora troppo da vivere. Molto utile si è rivelato anche lo studio, a scuola, della biologia: ho compreso che il corpo umano è un sistema perfetto ed io non ho alcun diritto di incepparlo. Mi sono creata un diario in cui mi prefiggevo obiettivi quotidiani, tutti incentrati sull’amore verso me stessa. Mi ripetevo sempre i miei pregi e mi dicevo:“mi voglio bene”.

Mi spargevo anche una crema idratante su varie parti del corpo, così, un pezzo alla volta, mentre le massaggiavo cominciavo ad accettarle. L’ultima zona fu la pancia e alla fine ce la feci ed accettai anche questa parte di me.

Antonella Fortunato

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