CULTURA

KOBANE CALLING, IL REPORTAGE A FUMETTI DI ZEROCALCARE

Quanto sia importante Michele Rech, aka Zerocalcare, nel panorama letterario italiano, ce lo dimostra già l’epopea che ha visto protagonista, lo scorso anno, la sua opera Dimentica il mio nome, finalista al convenzionale Premio Strega, categoria giovani. Aspettarsi, però, che una graphic novel potesse vincere l’ambito premio, sarebbe stata fantascienza. Probabilmente, questa esperienza ha giocato a favore di Rech, che si è messo ulteriormente in gioco, iniziando un progetto più grande e importante.

 

Che Zerocalcare avesse qualcosa da dire sulla società, sull’Italia, sugli armadilli, i polpi e tutto il resto, si era capito già da un po’. Che fosse partito per Kobane, città della Siria ora nell’attuale Kurdistan, lo sapevamo da più di un anno, quando le colonne dell’ Internazionale si erano trasformate in fumetti, e già da quel giorno immaginavamo che Michele Rech avrebbe dato vita al fenomeno editoriale di questa primavera 2016. Zaino in spalla, Zerocalcare ha compiuto diversi viaggi verso il confine turco siriano, precisamente tra il Novembre del 2014 e luglio 2015;  il risultato è un personalissimo reportage di guerra a fumetti, raccontato in prima persona e con uno stile narrativo unico e destabilizzante. I fatti prendono il via dall’organizzazione di un viaggio verso Messer, al confine turco-siriano, che da Kobane “saranno tre fermate di metro, tipo Rebibbia-Santa Maria del Soccorso”. Villaggio, quello di Mehser che non esiste, non è abitato che da più di un centinaio di persone e che è un posto di passaggio per chi combatte la propria guerra personale a Kobane. E’ anche il posto dove vengono raccolti e smistati medicinali per i combattenti curdi, che nel villaggio vano a riposarsi e a far provviste. Insomma, un’avanguardia che monitora e stabilisce ordine logistico per Kobane. Una postazione dove, oltre che i bisogni dati dalla contingenza più immediata, si sviluppano anche le speranze di un popolo stanco, privato della libertà e confinato tra le mura di cinta di una guerra senza dio. Un popolo, quello curdo, che non si arrende e che difende con la resistenza la propria identità. Identità privata, cancellata, censurata da coloro che più di altri non hanno compreso il potere della libertà, la speranza data dalla comunione e dalla solidarietà, l’ISIS & Co.

Questa ingombrante sigla riecheggia tra i confini “sconfinati” di Mehser, come una maledizione che arriva fino a Kobane, “dove gli americani bombardano troppo, la Turchia sta nella NATO ma in realtà aiuta l’ISIS contro i curdi, una società musulmana che combatte da sola un’altra società musulmana che ha fatto dell’oppressione di genere e di religione la sua bandiera”. E’ il centro del mondo, dove tutto accade e dove tutto viene oscurato e dato in pasto a quelle mezze verità che siamo abituati a sentire.

La seconda parte di Kobane Calling, la più intensa e la più cattiva nel suo realismo, si svolge direttamente dalla “città che ha cacciato l’ ISIS a calci in culo”, Kobane, appunto. Zerocalcare ci spiega come la regione di Rojava nel Kurdistan siriano sia una specie di società utopica retta da un confederalismo democratico regolato da un contratto sociale che prevede, tra le tante cose, l’emancipazione femminile, la redistribuzione delle ricchezze, e soprattutto la libertà di espressione religiosa. Una Nuova Atlantide minacciata continuamente dallo Stato Islamico, una regione che resiste e combatte poiché la libertà e la pace, in quelle zone lì, devono essere tutelate, per un bene superiore, per preservare qualcosa a cui tutti apparteniamo, per proteggere l’umanità. L’orrore della guerra è nulla, viene dimenticato, poichè ricordato è il senso di quello per cui si resiste. Ma come si presenta Kobane? “Piena di balli, feste, canti, ‘ste robe qua. No? L’odore dei fuochi e della gioia. Com’è l’odore di una città che ha preso a calci in culo l’ISIS? E’ così, quando soffia il vento. Odore di carogna. L’odore di tutti quei cadaveri ancora sepolti sotto le macerie”.

 

 

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