CULTURA

Le carni proibite

«1Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: 2“Riferite agli Israeliti: Questi sono gli animali che potrete mangiare fra tutte le bestie che sono sulla terra.”» (Levitico XI)

 

Le pratiche alimentari sono contestualizzabili all’interno di una grande varietà di sistemi culturali e sociali. Alcune di esse sono caratterizzate e rafforzate da fattori che ne sviluppano abitudini complesse, talvolta regolamentate da scelte morali o da tabù. Per comprendere il fenomeno, tuttavia, non occorre muoversi in ambienti-campione lontani da noi nel tempo e nello spazio, si pensi ad esempio ai tabù relativi al consumo di carni appartenenti a determinate specie animali, all’interno del nostro sistema culturale. Mai si desidererebbe trovare in tavola portate a base di carne umana, di roditore, di tartaruga, di pavone o di una specie qualsiasi di insetto o serpente, considerate carni prelibate e sacre in altre culture. Il solo pensiero, addirittura, potrebbe risultare molesto o occasione di scandalo. Oppure si pensi alla complessa struttura della scelta alimentare umana, che nella nostra cultura occidentale, e non solo, può presupporre la scelta ben condivisibile dell’astensione dal consumo di determinati alimenti o di carni, per via di fattori morali o salutistici.

In ogni caso, che si tratti di fattori morali, culturali o religiosi, fra i tabù più comuni, regolamentati dalle norme sociali dei vari popoli umani, vi sono i tabù alimentari.

Soffermiamoci un momento sulle usanze alimentari dettate da fattori culturali e religiosi, trascurando quelle che rientrano nei sistemi delle scelte morali (si pensi alle alimentazioni vegetariane o vegane), che avremo modo, forse, di analizzare antropologicamente in altre modalità e in altri luoghi.

Il principio alla base dei tabù relativi alla carne animale è essenzialmente ecologico ed economico, come suggerisce l’antropologo statunitense Eric Ross, il quale studiando le abitudini alimentari degli indiani del bacino del Rio delle Amazzoni ha delineato uno schema generalizzabile e condivisibile per ogni cultura umana o tabù religioso. Vi è la tendenza, diluita nei secoli, a imporre divieti sovrannaturali o divini a quelle carni di specie appartenenti ad animali che a lungo andare dimostrano difficoltà di allevamento, che presentano costi elevati di produzione, che sono difficilmente reperibili, o che interferiscono mettendo in pericolo il modo di sussistenza esistente. Il processo naturalmente non è immediato, ma secolare.

Ad esempio, la carne di maiale risulta essere fra le più proibite nelle culture e nelle religioni medio orientali o africane. L’allevamento di maiali comportava, in queste zone, un dispendio di risorse e di costi, tali da risultare nocivo per l’economia e la sussistenza delle popolazioni che vi abitavano. Il maiale è un animale che necessita di un determinato abitat naturale per poter sopravvivere, è un animale che vive nelle foreste, lungo le rive dei fiumi e a bordo delle paludi, è fisiologicamente inadatto alle alte temperature e alla luce solare diretta. Allevare un maiale in medio oriente sarebbe come cercare di allevare un orso polare nel Tavoliere delle Puglie, molto faticoso.

Oppure si pensi alla sacralizzazione della vacca in India, dove anticamente si faceva un uso talmente ampio di carne bovina, che i bovini stessi rischiavano l’estinzione; così, nei secoli, diventati animali sacri, non ne è stata concessa la consumazione delle carni, se non agli “intoccabili impuri”.

Risulta piuttosto interessante notare come le religioni mutino per conformarsi a determinate esigenze di riduzione dei costi, affinché ne venga impedita anche una riduzione dei livelli di vita. Inoltre, come scrive in Cannibali e re. Le origini delle culture Marvin Harris, importante antropologo americano, «nessun impulso religioso può contrastare per un lungo periodo di tempo la fondamentale resistenza opposta dall’ecologia e dall’economia».

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