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LA FAME NERVOSA

Rinomati storici e sociologi di tutto il mondo hanno dimostrato che l’uomo, nei momenti di crisi, si appiglia al trascendente. Ad una seconda analisi più pratica, operabile da qualsiasi essere umano, è emerso che l’uomo, nei momenti di profonda crisi, ha un istinto primordiale: la fame.

Viene definita fame nervosa, ma sarebbe più onesto ribattezzarla come “fame isterico-ingorda”. Colpisce uomini e donne, grandi e piccini. Non ha nazioni, né confini. La durata varia da persona a persona, ma i sintomi che comporta e le fasi che segue restano invariate. Il Fattore scatenante è un certo grado di nervosismo, generato da ansia, stress e preoccupazioni, che migra dalle regioni nordiche della calotta cerebrale alle distese centrali dell’addome. E’ nelle profondità di questo territorio che si arrocca la caverna conosciuta come bocca dello stomaco.

Chiusa nell’intervallo tra un pasto e l’altro da un masso posto sull’uscio, è sempre pronta a spalancarsi dinnanzi alla formula magica: “Quasi, quasi faccio uno spuntino”. I momenti in cui si articolano le peripezie dell’affamato sono molteplici. Ricevuto il segnale di riconoscimento inviato dal cervello attraverso l’ambasciatore nervosismo, l’antro si schiude. E’ in questo momento che riemerge dal buio l’uomo di Neanderthal, pronto ad impossessarsi del suo lontano discendente. Primo segnale manifesto: il malcapitato si dirige verso il frigo, la dispensa o qualsiasi oggetto commestibile. Persone e oggetti eventualmente trovati lungo il cammino, vengono considerati ostacoli e sbaragliati con forza. La postura non è più eretta ma leggermente curva, proprio a causa dei dolori lancinanti allo stomaco. La seconda fase vede un uomo di Neanderthal che, indotta la sua vittima a procacciarsi del cibo, inizia ad occuparsi di problemi logistici come l’economia degli spazi e in mezzo secondo, con procedimenti non ancora chiari, trasforma lo stomaco da organo vitale a pozzo di San Patrizio. Potranno, infatti, essere immagazzinate scorte per 3 inverni, 7 liti e 14 attacchi di panico. Secondo segnale manifesto: il malcapitato ha gli occhi fuori dalle orbite e la schiena s’incurva ulteriormente sul ripiano più ricco del frigorifero.

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Con avidità preistorica afferra gli avanzi di pasta al sugo del giorno prima, ormai diventati una roccia di caucasica memoria, il prosciutto inaridito da un lasso di tempo non quantificabile, la crostata al cioccolato che, in teoria, non andava toccata prima del compleanno del nonno, una scaglia di parmigiano e due pomodorini, le melanzane sott’aceto di zia e la busta del latte di soia, i biscotti secchi con i canditi, il succo ai mirtilli e una birra aperta e dimenticata la domenica precedente. Felice del bottino, sceglie un luogo appartato in cui banchettare. Nella terza fase, ottenuto ciò che desiderava, l’ominide torna nella sua caverna, aspettando che le scorte di cibo gli vengano consegnate dall’esofago. Terzo segnale manifesto: la Belva affamata si lancia a capofitto sul suo malloppo. Gli artigli, che sono spuntati, lo aiutano a destreggiarsi tra barattoli di vetro da svitare, involucri di carta da strappare e scatolette da aprire. Durante tutto il banchetto, ogni sua forza sarà impiegata nella masticazione e nel tentativo di non perdere la mascella. L’ultimo stadio è quello della soddisfazione per la buona riuscita dell’impresa. L’uomo di Neanderthal torna nella sua dimora. La bocca dello stomaco viene richiusa e l’ambasciatore nervosismo viene rispedito al mittente. Qui resterà per qualche ora, prima di tornare all’attacco. Quarto segnale manifesto: la riscoperta della pace interiore. Il Malcapitato non ha più sensibilità alla mandibola, la pancia sta per raggiungere la deflagrazione e il senso di stanchezza fisica e psicologica lo pervade. E’ iniziata la digestione e lui si accascia, sfiancato, sul divano, in attesa di una nuova abbufata.

Tratto da storie vere.

                                                                                                             Antonella Fortunato

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