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Quello che le etichette non dicono

Che i cibi confezionati  siano entrati ormai a pieno titolo tra le nostre abitudini alimentari, vuoi per la frenesia delle nostre vite vuoi per ragioni di praticità, è ormai evidente. Allo stesso modo è evidente che, con l’avanzare dei metodi di produzione, quegli stessi cibi sono diventati giocoforza meno salubri e salutari rischiando di generare seri problemi per la salute dei consumatori. Ma per fortuna, il costante lavoro di sensibilizzazione fatto sulle sostanze contenute in questi cibi, ha portato tanti consumatori ad una maggiore responsabilità nell’effettuare i loro acquisti proprio al fine di evitare rischi negativi per la salute. Ma si sa, alle volte il pericolo è proprio dove non lo cerchi e non te lo aspetti. Per esempio nella confezione.

Tra i grandi imputati in quanto a sostanze dannose, le confezioni di plastica e le lattine

Tra i grandi imputati in quanto a sostanze dannose, le confezioni di plastica e le lattine

Si chiamano “FCM”, ovvero materiali da contatto con il cibo, possono trovarsi praticamente in ogni confezione, dalla lattina che contiene i fagioli fino all’innocuo tubetto del dentifricio, e rischiano di essere nocivi per la nostra salute. Direte voi: come mai, pur essendo attento a qualsiasi tipo di conservante non ho mai trovato nulla sulle etichette? La risposta è tanto banale quanto semplice: tali sostanze non si trovano nelle etichette perché non sono formalmente contenute nel cibo e le aziende hanno invece formalmente solo l’obbligo di indicare con cosa è fatto un determinato prodotto. Non c’è quindi l’obbligo di dichiarare di quali sostanze si componga la confezione. Eccesso di cautela il nostro? Paranoia alimentare?

Stando alle cifre, parrebbe non solo l’abbaglio di un facile allarmismo: secondo uno studio del 2014 del “Food Packaging Program”, sarebbero ben 175 le sostanze dannose utilizzate nella produzione di imballaggi per alimenti o comunque impiegate per prodotti che hanno a che fare con il cibo ed ammesse sia in Europa che negli Stati Uniti. Ed inoltre, se da un lato la tolleranza di queste sostanze riposa sulla certezza che, in piccole quantità, esse non sono affatto dannose, d’altro canto i ricercatori evidenziano come non sia affatto dimostrato che l’esposizione prolungata a queste, non sia dannosa. Banalizzando insomma: la sostanza presa da sola e usata per produrre l’imballaggio non è dannosa, ma non è detto che se utilizzo quell’imballaggio ogni giorno non possano esserci effetti dannosi a lungo termine.
I “curriculum” di nocività dei “cattivoni dell’imballaggio” rivela ben più che qualche traccia di sospetto: tra le sostanze accusate ad esempio, troviamo il cosiddetto Bisfenolo A (noto anche come BPA) e ritenuto essere cancerogeno e colpevole, tra gli altri, di scompensi ormonali, disfunzioni e malattie sessuali. Oppure la formaldeide, la quale essendo un potente battericida, è spesso usata nei prodotti per la pulizia della casa, con cui siamo quotidianamente a contatto; inoltre, essendo prodotta dal legno bruciato, è spesso presente anche negli alimenti affumicati. Questa sostanza, è inserita dal 2008 dalla IARC (Associazione Internazionale della Ricerca sul Cancro) tra le sostanze cancerogene certe.

Alcuni esempi di interferenti endocrini divisi per classi

Alcuni esempi di interferenti endocrini divisi per classi

Molta parte del problema, nonostante anche la materia degli imballaggi e dei materiali alimentari sia ampiamente regolamentata, risiede nel fatto che l’evolversi dei metodi di produzione della merce unita al bisogno di commercializzare tali prodotti in confezioni allo stesso tempo idonee e non troppo costose, ha portato le aziende a fare un sempre maggiore ricorso alle sostanze chimiche si sintesi: veri e propri prodotti di laboratorio che, pur se più economici, importano pur sempre dei rischi in termini di salubrità. Emblematico in tal senso pare l’esempio della più semplice tra tutte le sostanze in commercio, l’acqua: nonostante infatti il suo processo di produzione sia praticamente nullo, dovendo essere soltanto imbottigliata, dal punto di vista chimico la bottiglia di plastica comporta per l’acqua un rischio maggiore rispetto ad esempio alla vecchia bottiglia di vetro. Nella plastica infatti si trovano gli “ftalati”, i quali rendono la plastica malleabile e che, pur sciogliendosi difficilmente in acqua, non escludono il rischio che alcuni residui si depositino nello stesso liquido. E’ essenzialmente per questo che la bottiglia di plastica è indicata come bottiglia monouso.
Tutte le sostanze citate, che sono solo una piccola percentuale dimostrativa di un gruppo di esempi molto più ampio, hanno peraltro rivelato forti potenzialità lesive una volta sottoposte a test di laboratorio su alcune comunità di girini (i quali vengono utilizzati come termine di paragone perché hanno un organizzazione in termini di organi molto simile a quella dell’uomo). Tecnicamente si parla di interferenti endocrini, ovvero sostanze in grado di interferire là dove agiscono fisiologicamente le ghiandole e gli ormoni e quindi in punti delicati della nostra salute. In molti casi infatti i test hanno evidenziato problemi nello sviluppo dell’animale o nel normale funzionamento di alcuni organi (tra cui fegato e tiroide) fino a vere e proprie mutazioni interne. Tuttavia, mentre la comunità scientifica si interroga ed attende con certezza la dimostrazione esatta delle capacità nocive di queste sostanze, ciò che resta è la penombra causata dalla poca reattività delle legislazioni che non riescono ad andare di pari passo con l’evolversi delle tecnologie e dei metodi di produzione.
Un vulnus non da poco, anche in considerazione del fatto che la quasi totalità della popolazione mondiale è a contatto con tali sostanze praticamente ogni giorno per via dei cibi grazie ai quali esse si veicolano non solo per i paesi più all’avanguardia sul tema della sicurezza alimentare, ma anche e soprattutto nei paesi più poveri dove il riutilizzo delle confezioni è tutt’altro che raro ed il rischio di effetti devastanti, specie sui più piccoli, è acuito dalla presenza di condizioni igienico sanitarie che rendono molto più esposti ed in pericolo tutti gli esseri umani.

un esempio di autoregolamentazione delle etichette: il bollino che attesta l'assenza di ftalati e bisfenoli

Un esempio di autoregolamentazione delle etichette: il bollino che attesta l’assenza di ftalati e bisfenoli

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