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Se questo è un Uomo

Il sole non è ancora sorto. Fra più di cinquanta corpi ammassati, assopiti, sfiniti, rassegnati, che giacciono su materassi consunti, dove insetti hanno fatto il loro nido, e che respirano polveri e cattivi odori, si fa largo Babukar, un ragazzo di soli 19 anni del Senegal. Sono le tre del mattino, a breve, attenderà l’arrivo di un capo nero di fronte le baracche di plastica e cartone, nella disperata speranza di essere arruolato e accompagnato a lavoro nei campi di pomodoro. Qualcuno tossisce gravemente, ma è la norma qui.

Ci troviamo a 20 chilometri dalla stazione di Foggia, tra San Severo e Rignano Garganico. Qui, sorge su un terreno privato, occupato abusivamente, una delle più grandi baraccopoli di Italia.

Prima del drammatico incendio, avvenuto pochi mesi fa, le baracche erano in grado di ospitare nel periodo estivo più di duemila persone, profughi e migranti economici prevalentemente provenienti dall’Africa. All’interno di esse sono identificabili solo materassi. Non vi è elettricità, né acqua, né rete fognaria. I rifiuti sono esposti all’aperto e poiché non vi è altro modo per smaltirli, vengono bruciati per le strade. Qui le condizioni di vita sono disumane e le condizioni sanitarie scarseggiano. Nel «ghetto», vi è anche un’organizzazione interna molto semplice, che fornisce vari servizi, dalla vendita di schede telefoniche alla prostituzione in loco.

Quasi tutte le persone che occupano le baracche lavorano come braccianti agricoli nei campi di pomodoro, il lavoro è ai limiti dello schiavismo. Tutto il sistema è controllato e gestito dai capi neri, «è con loro che devi parlare se vuoi lavorare», vivono qui da tempo e conoscono i proprietari terrieri, i cosiddetti caporali. I capi neri hanno il compito di ingaggiare i lavoratori. Giungono all’alba di fronte le baracche, con un furgone da nove posti, modificato per l’occasione, all’interno del quale sono costrette dalle venti alle venticinque persone, tra le lamiere dei sedili divelti, i “fortunati” che sono riusciti ad essere arruolati per una giornata lavorativa.

 

campo pomodori

Campo di pomodori.

 

I braccianti lavorano a nero dalle dodici alle tredici ore al giorno. Impegnati ininterrottamente in un lavoro dilaniante, a fine giornata guadagnano solo una ventina di euro. La retribuzione è a cottimo, una cassa di pomodori (circa 500 chili) vale all’incirca 5 euro, dei quali 1 euro e 50 è consegnato ai capi neri, il resto va al lavoratore. Per riempire una cassa di pomodori occorre circa un’ora. Dieci ore di lavoro sono trentacinque euro. Ma i capi neri pretendono una somma di 5 euro a viaggio. Per andare e tornare dai campi, i braccianti spendono 10 euro. Talvolta, ricevono la paga con settimane o mesi di ritardo.

Sono proibite relazioni con i caporali, i lavoratori ingaggiati, sfruttati e maltrattati, possono entrare in contatto solo con i capi neri. Il lavoro non è tutelato, non vi è alcun contratto, alcuna possibilità di denuncia, alcun diritto, alcuna tutela dagli infortuni; chi ha provato a denunciare è stato minacciato. Le condizioni lavorative sono pessime, in un solo mese sarebbero morte quattro persone durante il lavoro nei campi e i corpi sarebbero stati occultati dai caporali stessi, come si può leggere nelle denunce effettuate dal responsabile del Dipartimento immigrazione della Flai-Cgil Puglia, Yvan Sagnet.

«Tutti qui sanno quello che succede», confessa Babukar, «ma non fanno nulla». I suoi occhi sono spenti, la sua voce emette sussurri di disperazione. Sono ormai le cinque del mattino e l’alba avanza, portando con sé lo sferragliante rumore di morte dei furgoni dei capi neri.

 

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