CULTURA

CHARLIE NON FA SURF

Sono Charlie, faccio surf e ascolto radio Saigon tutte le mattine, prima di andare a scuola. La professoressa mi dice di stare al mio posto, di comportarmi correttamente, di indossare abiti consoni, di imparare tante nozioni a memoria, di ripetere quello che lei dice. Solo così potrò essere un futuro uomo libero.

Io sono felice di non dover pensare con la mia testa, di eseguire solamente ciò che mi viene detto di fare. Pochi giorni fa però, ero in un negozio di dischi e ne ho comprato uno, la copertina era molto carina e io ero curioso. Mi incuriosiva soprattutto quella strana parola del titolo Sandinista! La professoressa non l’aveva mai pronunciata a scuola e in televisione non l’avevo mai sentita nei telegiornali o nei cartoni animati. Quando tornai a casa, con il disco tra le mani, cercai sul vocabolario quella parola e non la trovai, cercai ancora da altre parti. Scoprii che era una parola vietata nella mia Inghilterra. Margaret Thatcher aveva deciso così. Lei non voleva che il nome di questi guerriglieri del Nicaragua, i sandinisti, potessero essere conosciuti anche in Inghilterra. Loro avevano quasi ammazzato il loro dittatore, ma in fondo ora erano “liberi”. Più liberi di me. Allora scoprii il potere delle parole e decisi di nascondere il disco e di ascoltarlo solo con le cuffie attaccate allo stereo. Mentre il vinile sfrigolava e la voce di Joe Strummer si faceva sempre più alta, una canzone mi colpì come un fulmine a ciel sereno: Charlie don’t surf! 

Parlava di una guerra lontana, parlava di certi Victor Charlie, parlava di napalm e di questi tanti Charlie che non potevano fare surf. Il giorno dopo, quando tornai a scuola, chiesi alla professoressa cosa fosse il napalm, le chiesi chi fossero questi Charlie e perché gli americani volessero, a tutti i costi, far mangiare loro tanti hamburger. Lei mi guardo in maniera strana, si alzò dalla sedia e venne verso di me. Inveì urlando, chiedendomi chi mi avesse raccontato queste storie, chi avesse osato mettere gli americani in cattiva luce e criticare la guerra in Vietnam. Io dissi di non conoscere questa guerra in Vietnam, di non sapere nemmeno dove fosse questo Vietnam. Mi mise 2 in geografia. 

Fatto sta che non mi arresi. Tornai a casa e decisi di accendere la TV per vedere se i telegiornali parlassero di Charlie e del Vietnam. Non ne parlava nessuno in quel 1997. Andai da mio padre con un mappamondo in mano e gli chiesi di indicarmi il Vietnam. Lui lo fece ma mi guardò in maniera strana, e mi chiese perché volessi saperlo. Parlai anche a lui di Charlie e del napalm. Lui mi raccontò gli anni che andavano dal 1965 al 1972, e in particolar modo del 1969. Mi raccontò degli americani, dei Viet Cong, di quella guerra sbagliata, persa e revisionata. Mi parlò di un libro, Cuore di Tenebra e di un film Apocalypse Now. Allora conobbi il colonnello Kilgore, che costrinse a surfare i suoi soldati mentre le bombe si schiantavano sul suolo della foresta vietnamita. Conobbi la crudeltà dell’uomo, conobbi la guerra che non mi era stata mai raccontata.

Tornai a scuola e dissi alla professoressa che ora, della guerra in Vietnam, sapevo tutto e che se avesse voluto avrebbe potuto interrogarmi in storia. Ero contentissimo perché avevo imparato molte cose nuove e avevo imparato a vedere le cose in maniera diversa, a non pensare più in base a quello che la professoressa mi diceva. Avevo capito che la vera conoscenza è nella ricerca spontanea e non nel nozionismo più alienante. Ero seduto al mio banco, e avevo un dolce sorriso sulle labbra. La professoressa giocherellava con due matite. Si alzò dalla cattedra e venne verso di me. Mi guardò, mi sorrise e conficcò le matite nelle mie mani.

È dal 1997 che ho le mani inchiodate al mio banco. Vorrei ascoltare radio Saigon tutte le mattina, come facevo prima di andare a scuola ma dal 1997 sono ”Charlie non fa surf”.

Copyright foto copertina:

http://www.doppiozero.com/materiali/commenti/scontri-di-civilta

 

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