INSEGNARE PER VOCAZIONE: IL DIARIO DI SCUOLA DI PENNAC

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“Insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori”.

E’ il Daniel Pennac di Diario di scuola che ce lo insegna, lo stesso scrittore di successo, docente di lettere tra i più stimati, ma anche, studente mediocre, definito dai suoi insegnanti un “somaro” e “del tutto privo di intelligenza”, che a distanza di anni, racconta la sua esperienza scolastica, fatta di ansie e umiliazioni subite tra i banchi di scuola, da chi, anziché insegnare, semplicemente svolgeva una professione.

Lo fa senza risentimento o rancore, forte di un’esperienza trentennale nel campo dell’istruzione e di tutti quei riconoscimenti che, secondo le previsioni dei suoi docenti, non avrebbe mai potuto avere.

I nostri studenti che vanno male non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso[…]”, ci rivela Pennac, il quale non fa mistero di aver avvertito sulla propria pelle tutto quel mix di sentimenti contrastanti e inadeguatezza, derivati proprio da un’esperienza scolastica demotivante.

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Lo fa utilizzando una sagace ironia, come solo lo scrittore francese sa fare, sciorinando una caterva di aneddoti, molti dei quali autobiografici, e riflessioni che hanno come file ruge il passaggio da Daniel Pennacchioni( vero nome dell’autore ndr), bambino introverso, dalla spiccata sensibilità, dislessico, disgrafico e disortografico, bersaglio dei giudizi e delle lamentele degli insegnanti e dei suoi genitori, a Daniel Pennac, uomo forte e sicuro di se, tra le penne contemporanee più apprezzate al mondo.

Solo l’incontro con un bravo insegnante ne ha cambiato le sorti, restituendo al futuro scrittore la fiducia, anche se, il ricordo della costante impreparazione, nonostante le ore passate sui libri, risulta essere ancora vivo.

Di tutto ciò ne fa tesoro il Pennac docente di lettere, l’idealista paladino del ruolo fondamentale svolto dal giusto insegnamento, il quale vista la sua traumatica esperienza come studente, tende sempre una mano verso gli alunni difficili perché sono coloro che dentro hanno tutta quell’energia che, se non incanalata bene, può diventare distruttiva.

Ed effettivamente l’autore, in Diario di scuola ricorda di come, pur di non essere additato come incapace dinnanzi ai compagni, preferisse passare per il giullare della classe: “Io rispondo in modo stupido in modo che lei, professore, non si preoccupi neppure di correggermi, credendo che mi diverta a dire cavolate e che io faccia finire, al più presto possibile, la tortura a cui mi sottopone”.

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L’idealismo, la comprensione e il considerare l’insegnamento una vocazione sono, secondo Pennac, i requisiti fondamentali di un professore degno di tale tale definizione, di un docente che faccia degli errori, delle sconfitte e non solo dei successi, un momento di autoanalisi atto a migliorare se stesso e a garantire ai propri alunni “uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo”.

Un libro, Diario di scuola, che più che essere “propinato” come narrativa ad adolescenti che, presi ancora dalla smania di capire quale sia il loro posto nel mondo, lo riterrebbero noioso e pedante, dovrebbe essere reso, lettura obbligatoria, per chiunque decida di intraprendere la strada dell’insegnamento.

L’opera di Pennac, infatti, ha come grande pregio quello di far capire schiettamente e senza fronzoli, che l’atto del “far lezione”, non deve e non può essere inteso in senso egocentrico o narcisistico, quasi come uno sfoggio di cultura fine a se stesso, ma deve sempre e comunque avere come cardine l’alunno, con le sue fragilità e la sua emotività, dato che “se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell’indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico del termine, la loro esistenza vacillerà su vuoti infiniti”.

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Valentina Nesi

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