CULTURA

GRAVE, IL RACCONTO A PUNTATE

Lo vide un poliziotto, poco prima di allontanarsi. Alessio lo guardò dritto negli occhi, per un attimo soltanto. E nel momento in cui il suo sguardo incontrò quello dell’agente, sentì un nodo stringersi intorno alla gola e la paura mordergli le caviglie. Lo indicò, quel poliziotto. Fece segno ai suoi colleghi di prendere quel ragazzino e con una voce ruvida gridò: «non fatelo scappare». Alessio saltò in sella alla sua bicicletta e invertì la direzione. Ancora col fiatone per la corsa precedente, inforcò il manubrio e senza nemmeno toccare il sellino guadagnò velocità una pedalata alla volta, mentre le volanti alle sue spalle facevano fischiare gli pneumatici sul manto stradale, pieno di buche e mozziconi ingialliti.

I passanti, immobili sul marciapiede, guardarono la fuga del giovane Alessio con un misto di preoccupazione e di incredulità. Era un quartiere popolare e popoloso, quello in cui lui stesso era venuto al mondo. Un cesso di periferia, in cui per ogni adolescente crescere era difficile tanto quanto lo è per l’erba trovare spazio negli interstizi del cemento, ai lati della strada.

Nella sua folle corsa verso la fine della strada, Alessio sfrecciò accanto alla drogheria dove era solito accompagnare sua madre a fare la spesa, ogni domenica mattina. Superò la chiesa di quartiere e vide alcuni suoi amici seduti sulle scale del sagrato, con un gelato in una mano e una sigaretta accesa nell’altra. Infine udì il suo nome gridato a pieni polmoni e di primo acchito non riuscì a individuarne la posizione. Senza smettere di pedalare, Alessio si voltò. E vide il parroco del suo quartiere proteso verso la strada, con le mani a megafono. Tra gli sbuffi del vento mattutino e le sirene della polizia si fece strada, a poco a poco, il suono di una semplice parola, di importanza fondamentale. Don Claudio – questo era il nome di quel prete di provincia – gridò: «fermati» più di una volta. Ma quando finalmente sentì Alessio, fu anche troppo tardi.

Distratto dalle voci e dagli sguardi indiscreti, infiammato da una sconosciuta adrenalina che gli scorreva delle vene, Alessio attraversò l’incrocio con il semaforo rosso. E al richiamo del prete, rispose voltandosi verso sinistra. Azionò entrambi i freni e lasciò una striscia di copertone sull’asfalto dietro a sé. Un grosso fuoristrada di colore nero gli sfrecciò a pochi centimetri dal naso e sfiorò di poco la ruota anteriore della bicicletta. Tutti i presenti si portarono la mano sulla bocca, come a scongiurare l’incidente scampato. E fu proprio in quel momento che dalla volante scese anche un poliziotto il quale afferrò Alessio per il braccio e gli impedì di muoversi o di scappare ancora.

Gli dissero di rimanere calmo e gli fecero promettere che se lo avessero lasciato, lui sarebbe rimasto al suo posto e non si sarebbe più lanciato in gesti eclatanti. Alessio annuì e basta, senza dare troppo peso alle parole degli agenti. Con lo sguardo basso, rivolto alle grate di un tombino, tastò il sasso che aveva nascosto nella tasca, indeciso se mostrarlo o nasconderlo alla vista di quei quattro poliziotti. E prima ancora che potesse bisbigliare una qualsiasi parola, la domanda di un agente risuonò nella sua testa come un tuono in piena estate. Gli chiesero se conosceva «quell’uomo»; si riferivano al tizio ammanettato seduto nei sedili posteriori di quell’Alfa azzurra, che Alessio vide in un secondo momento, dopo essersi affacciato nell’abitacolo della volante.

Aveva pochi denti, e quelli rimasti erano storti – o neri. Una barba incolta, pungente e grigiastra, cresceva su un volto spelacchiato, graffiato dalle rughe. Gli occhi erano azzurri, lo sguardo ancora vispo. Indossava una canottiera bucata, aveva tatuaggi sbiaditi sulle braccia e sul collo. E Alessio, questa era la verità, non lo aveva mai visto prima.

Fu a quel punto che l’agente si chinò sulle ginocchia. Alessio non riusciva a capire quale potesse essere la connessione tra quell’uomo con le manette strette ai polsi e il sasso che lui aveva lanciato dal cavalcavia, qualche minuto prima. Fu quasi pronto a confessare. Poi, il poliziotto iniziò la sua deposizione. E gli disse che quell’uomo era entrato nella sua abitazione per rubare. Aggiunse che sua madre, appena rincasata dal lavoro, si era rifiutata di consegnare il ricavato di una notte, nelle mani di uno spacciatore. E questi l’aveva aggredita, per poi prenderla a calci nella schiena.

Alessio chiese soltanto se era viva. E il poliziotto rispose che ancora respirava, ma le sue condizioni rimanevano gravi.

CONTINUA…

Jacopo Cazzaniga

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