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LA SITUAZIONE DELLE CARCERI ITALIANE: INTERVISTA ALLA VOCE DI RADIO RADICALE RICCARDO ARENA

Inferno. E ancora: degradato, indegno, illegale. Quando capita di sentir parlare delle carceri italiane, sono questi alcuni dei vocaboli che si ha occasione di ascoltare, nel tentativo di far comprendere, lontani da quelle sbarre, le condizioni in cui molti detenuti scontano la loro pena.

Condizioni di vita e custodia del detenuto che, nonostante gli interventi delle istituzioni ed in particolare della Corte di Giustizia Europea, non sono mai state così  “stringenti” e restrittive, al punto tale da minare ogni buon proposito di rieducazione dello stesso.
Ma ad aumentare la già difficile percezione di tali fenomeni, molto spesso negativi, c’è un indubbio limite, rintracciabile nella obiettiva lontananza dal tema che, in particolare i media, dimostrano.

Le opinioni su tele tematica, risultano spesso essere, in balia dei venti della “convenienza” e di tutti quei dibattiti politici, che da anni, ormai, sono ad uso e consumo dei più estemporanei talk show.
In netta rottura con questo attuale modo di sentire e raccontare il carcere, c’è però chi si adopera per raccontare le vicende, le storie e i problemi dei detenuti, dando loro una finestra di ascolto atta a recepire i loro bisogni e le loro problematiche, ed al contempo, sempre pronta a comunicarli agli ascoltatori, portando così quei detenuti e quelle storie fuori dall’isolamento mediatico, nel quale sono spesso confinate.
Il tutto avviene, attraverso un mezzo di comunicazione che, seppure cronologicamente tra i più antichi ed apparentemente meno virali, riesce ancora ad essere declinato in modo innovativo fino a riuscire, senza l’utilizzo dell’immagine e con il solo ausilio della lettura di lettere e dell’ascolto attento di riflessioni e proposte, a fare dell’ottimo giornalismo di inchiesta.
Tutto questo viene fatto da Radio Carcere, programma in onda il martedì ed il giovedì alle 21:00 su Radio Radicale, condotto dall’avvocato e giornalista Riccardo Arena.
Metis Magazine lo ha intervistato per parlare della situazione generale delle nostre carceri e delle condizioni in cui si trovano a vivere i nostri detenuto, volendo recepire, proprio, il punto di vista privilegiato di chi ogni giorno, sia per motivi professionali che per motivi giornalistici, vive a contatto con quelle storie respirandole in tutta la sua prorompente sofferenza.

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Caro direttore, dal suo punto di vista di osservatore privilegiato, qual è la situazione, ad oggi, nelle carceri italiane?

Le condizioni di vita nelle carceri restano disumane e degradanti. Certo, grazie alla sentenza della Consulta che ha bocciato la legge Fini – Giovanardi sulle droghe leggere, si è registrato un lieve miglioramento sul fronte del sovraffollamento. Sovraffollamento che però è ricominciato a crescere, tanto che da gennaio a oggi si è registrato un aumento di quasi 1.400 detenuti, tanto che oggi abbiamo 53.873 detenuti a fronte di circa 45 mila posti. Ma al di là di questo il punto fondamentale è la qualità della vita nelle carceri. Qualità che resta pessima e che rende la detenzione illegale.

Ci può fare qualche esempio?

Penso a chi è detenuto ed è costretto a un ozio forzato, senza poter lavorare o studiare, penso a chi è malato e non viene curato, penso ai tossicodipendenti che non ricevono un’assistenza adeguata e che continuano a drogarsi in carcere, penso a persone non trattate come tali, ma trattate come numeri, fascicoli, pacchi postali da spostare da una galera all’altra e poi penso a chi non regge a tutto questo e decide di impiccarsi in cella, usando un lenzuolo o un paio di mutante.

Quanto incidono sulle cattive condizioni dei detenuti e sul loro processo rieducativo le differenze legate alla nazionalità?

Moltissimo. Nelle carceri ci sono più di 18 mila detenuti stranieri (di cui 840 sono donne) e molti di loro non solo non parlano una parola di italiano ma non hanno nulla, neanche ciò di cui vestirsi. Insomma sono gli ultimi degli ultimi, ma se non rieducano i detenuti italiani, perché dovrebbero farlo con gli stranieri?

Quanto ha inciso sul problema il modo in cui la politica ha gestito i fenomeni migratori?

Negli anni passati tantissimo, visto che si entrava in carcere per il solo fatto di essere immigrato clandestino. La situazione oggi ha cambiato forma, visto che nelle carceri non ci sono stranieri detenuti per il solo fatto della loro clandestinità. Ma i reati più commessi dagli stranieri detenuti sono quelli relativi alla droga o quelli contro il patrimonio. Resta però una questione di tutta evidenza. Ovvero che l’essere immigrati clandestini è spesso la premessa per la commissione di reati, anche se non gravi. Insomma: “la clandestinità” rende deboli, poveri, emarginati. Una condizione di vita dove è più facile sbagliare.

Crede nella pena come rieducazione?

Certo! La pena senza rieducazione è insensata e illegale. Anche se, per dirla tutta, al concetto di rieducazione, preferisco la parola “scelta”. Scelta che condiziona la vita di ognuno di noi. Ecco penso che la pena, non dovrebbe essere un’imposizione rieducativa, ma dovrebbe offrire al condannato un’occasione di scelta nel cambiare vita. Come dire, hai fatto lo spacciatore fino ad esso? Bene, se vuoi puoi scegliere di cambiare e puoi imparare a fare l’idraulico o il falegname. Magari, una volta libero, guadagnerai di meno, ma di cero dormirai più tranquillo!

Possiamo ancora, in Italia, ritenere fondante un valore come quello della rieducazione in carcere? Oppure non possiamo più “permettercelo”?

Che la rieducazione serva ce lo dice la realtà. Ce lo dicono le statistiche di quei detenuti che hanno pagato la loro pena in quelle poche carceri dove si lavora o si studia. Persone che, una volta libere, assai di rado commettono un altro reato. Quindi la rieducazione serve, non solo a queste persone, ma serve alla nostra sicurezza. Ma qui, intendiamoci, la colpa è di una politica a dir poco confusa. Una politica che nei convegni o nelle interviste, si riempie la bocca a parlare di rieducazione, ma che quando è in Parlamento non fa nulla perché questa rieducazione sia attuata effettivamente. Se così stanno le cose, sarebbe più coerente e serio cancellare l’articolo 27 della Costituzione. Francamente, lo troverei un atto politico più degno rispetto al teatrino che dobbiamo sopportare.

Ritiene inadeguato il nostro sistema rieducativo dove esempi come quello di Bollate restano pochi ed isolati anche per colpa di una cattiva organizzazione e nonostante il lavoro encomiabile dei direttori e dei vari addetti del servizio sociale?

Bollate rappresenta un’equazione tipicamente italiana. Un carcere nato diversi anni fa come un esperimento, resta un esperimento (e una rarità nel panorama delle carceri) anche se dà ottimi risultati. Anche se si è dimostrato che da lì i detenuti escono migliori e non peggiori rispetto a quando sono entrati. Ed ecco l’equazione: in Italia ciò che funziona resta esperimento e ciò che non funziona resta normalità

Per la sua esperienza, di ascoltatore dei detenuti prima ancora che comunicatore delle loro storie, quanta umanità esiste e resiste ancora dietro quelle sbarre e quanta è invece negata?

Oggi il carcere è negazione di tutto, soprattutto di umanità. Eppure, forse proprio grazie alla natura dell’uomo, in quelle vecchie galere c’è una solidarietà che “fuori” pare essere passata di moda.

Ci racconta una storia che vale la pena di ricordare. Dove il carcere ha fatto da ponte per il riscatto del detenuto una volta fuori.

In verità, di vicende dove il carcere ha fatto da ponte per un riscatto alla vita normale, non ne conosco. Il fatto è che il carcere, così come oggi è strutturato, non è un ponte ma è un baratro. Infatti, prima ti sbattono in una cella sovraffollata, in attesa di giudizio o per un reato commesso 10 anni fa, e poi ti sbattono in libertà, quando ormai hai perso tutto. Altro che ponte!

 Radio Carcere, in onda il martedì e il giovedì su Radio Radicale, è ormai un punto di riferimento non solo per i detenuti ma anche per gli ascoltatori. Cosa si prova ad essere al contempo narratore e giornalista, quasi sospesi tra il semplice racconto e la cruda realtà?

Si prova speranza. La speranza che qualcuno, magari stando in macchina, ascolti per caso RadioCarcere e dica: “Accidenti! Non sapevo che nelle carcere si vivesse così”

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Al secolo, il carcere è divenuto terra fertile per la narrativa di ogni genere e per il giornalismo soprattutto di denuncia. Per comprendere il carcere è necessario imprigionarsi dentro quelle stanze? Avere un idem sentire con le persone che quei luoghi popolano?

Non credo che si debba essere detenuti per capire il dispregio della persona e il non rispetto della legge. Credo che occorra immedesimazione e una prospettiva sempre in evoluzione.

 I detenuti hanno sogni?

Certamente la libertà. Chi non la sognerebbe in un buco di cella?

Ringraziandola per la disponibilità e l’ottimo lavoro di denuncia delle condizioni dei detenuti italiani, le chiediamo di lasciarci con un sorriso, un ricordo positivo. Qual è stato il risultato più bello ottenuto concretamente da Radio Carcere?

Non penso a ieri. Non penso mai a ciò che si è fatto. Penso a quello che c’è ancora da fare. Penso a domani.

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