CULTURA

L’IMPORTANZA DELL’ITALIANO. STORIA DI INSEGNANTI E INSEGNAMENTI

Quanto sia importante l’insegnamento dell’italiano agli italiani è una questione largamente dibattuta, soprattutto nell’ultimo ventennio, che ha visto mutare gradualmente e inesorabilmente la nostra lingua. Ma la bellezza e la grandiosità di tutte le lingue sta proprio nel fatto di essere mutevoli e cangianti, di adattarsi a tutti i mutamenti storici, politici e di costume. Ma come è nata questa nuova materia che

Una classe nell'Italia di fine '800

Una classe di bambini nell’Italia di fine ‘800

possiamo chiamare con il nome romantico, di educazione linguistica? Probabilmente non basterebbe risalire alle scuole peripatetiche aristoteliche, dove la riflessione sul linguaggio ebbe inizio. Proiettandoci, però, in un futuro più prossimo a noi, dobbiamo arrivare agli anni Settanta del secolo scorso. In quegli anni si configurarono una serie di ipotesi teoriche, di posizioni politiche e proposte didattiche incentrate proprio sul tema dell’insegnamento dell’italiano agli italiani.

Quando pensiamo all’insegnamento dell’italiano, dobbiamo prima interrogarci su cosa effettivamente sia l’italiano. Ogni luogo dell’Italia ha un suo dialetto che, altro non è che una lingua locale e,  proprio come dice De Mauro, “i dialetti non sono inferiori rispetto alla lingua nazionale”. L’italiano così detto emendato era appannaggio delle classi altolocate, non di tutti. Solo dopo l’unificazione d’Italia si inizia a pensare a un programma politico che prevedeva, tra le tante altre cose, proprio una unificazione linguistica.

Periodo importante è quello immediatamente successivo alla prima Guerra Mondiale, quando la politica linguistica fascista impose il suo ideale nazionale e purista della lingua, sviluppatosi attraverso l’antidialettismo e la lotta contro le minoranze linguistiche. Arriviamo così al secondo dopoguerra e al boom economico: si ha un aumento della scolarizzazione soprattutto a partire dal 1962 quando fu introdotta la scuola media unica, che innalzava l’obbligo scolastico a 14 anni. Fu così che, anche i figli degli operai e dei contadini ebbero la possibilità di proseguire gli studi, spesso e volentieri iscrivendosi anche alla scuola superiore.

Il maestro Aliani

Il maestro Aliani

Da qui prende però piede un altro problema, quello dell’impreparazione degli insegnanti a dover affrontare una scuola mista e non più elitaria. I ragazzi figli di operai e contadini, che a casa parlavano solo il dialetto, si trovarono quasi esclusi dalla comprensione delle lezioni. I professori non avevano, pertanto, i mezzi appropriati per poter venire incontro a questa situazione e quindi i ragazzi, dopo alcune frustranti esperienze scolastiche, abbandonavano la scuola. Uno dei più grandi maestri italiani, che si accorse subito di questo problema, fu Don Lorenzo Milani. Questo prete scomodo scrisse un libro altrettanto scomodo Lettera a una maestra. Ad essere precisi, il libro non lo scrisse lui, ma tutti i ragazzini della sua scuola di Barbiana, in Toscana. Il tema centrale della Lettera è la convinzione, sostenuta da  Don Milani

Don Milani e i ragazzi di Barbiana

Don Milani e i ragazzi di Barbiana

che i “poveri” siano vittime di un deficit linguistico che non dà loro modo di partecipare attivamente alla vita sociale e politica della comunità. A proposito di questo, Don Milani scrive in una lettera del 1956 al Giornale del mattino “Quando il povero saprà dominare le parole come i personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata […] chiamo uomo chi è padrone della sua lingua”. Tante sono le accuse che egli muove contro il sistema scolastico, la prima e più importante è appunto quella di non badare alla lingua delle classi sociali più povere, e quindi di emarginarle sempre di più. A Don Lorenzo Milani la scuola italiana è debitrice di molte intuizioni. Le stesse che saranno poi riprese da altri grandi pedagoghi italiani e internazionali.

Dopo il grande dibattito circa le migliori tipologie didattiche di insegnamento della lingua italiana, si arriva, nel 1973, al gruppo GISCEL. Il promotore di questo progetto fu proprio Tullio De Mauro. Dopo due anni di dibattito interno, il gruppo GISCEL elaborò un documento, le Dieci Tesi per l’educazione linguistica democratica, pubblicato nel 1975. “La pedagogia linguistica efficace è democratica […] se e solo se accoglie e realizza i principi linguistici esposti in testi come l’articolo 3 detta Costituzione Italiana, che riconosce l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzioni di lingua e  propone tale uguaglianza, rimuovendo gli ostacoli che vi si frappongono come traguardo dell’azione della Repubblica”.

Tullio de Mauro, grande linguista italiano e promotore delle Dieci Tesi per l'educazione linguistica democratica

Tullio de Mauro, grande linguista italiano e promotore delle Dieci Tesi per l’educazione linguistica democratica

Tutti i grandi maestri che hanno contribuito all’unificazione scolastica della lingua italiana, erano e sono, appunto, maestri, non semplici teorici infarciti di nozioni. La centralità della figura del maestro, del professore, del docente universitario, non deve però prescindere dalle esigenze reali dell’alunno, non deve farsi barriera verso un altrove possibile, dove lo studente riuscirà a camminare sulle proprie gambe e pensare con la propria testa. Parafrasando ciò che Don Milani sosteneva a gran voce, il fallimento di uno studente è per prima cosa il fallimento di un insegnante. La buona scuola è la scuola che parte dal basso. La buona scuola non è imposta, la buona scuola siamo noi.

 

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