ATTUALITÀ

Legge Merlin: fuori dalle Case Chiuse

Era un giorno di quasi sessanta anni fa, precisamente il 20 settembre del 1958, quando la proposta di legge per l’abolizione delle “Case Chiuse” a firma della deputata Lina Merlin (nata nel 1889 n.d.r.), veniva approvata dall’assemblea di Montecitorio. Con tale legge si segnava la fine delle cosiddette case di tolleranza, ovvero di quei luoghi, creati al fine di controllare la mercificazione del corpo ed in particolare garantire che tale attività fosse esercitata in condizioni igienico sanitarie dignitose, nei quali era consentita la prostituzione sulla base di un autorizzazione concessa ai gestori ed alle donne che li componevano.

La legge nasceva, chiaramente, con l’intento di porre un freno ad un fenomeno ritenuto degenerativo per i costumi italiani del tempo ed anche, in coerenza alle rivolte femministe che di li a poco avrebbero coinvolto il vecchio continente, con l’intento di restituire dignità alla figura della donna sulla base della considerazione che tale mestiere degradava la posizione delle donne nella società.

Lina Merlin, all'anagrafe Angelina Merlin (Pozzonovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979): deputata del Partito Socialista Italiano è stata la relatrice della legge che ha abolito le case di tolleranza. Foto: https://bccida.wordpress.com/2015/04/13/legge-merlin/

Lina Merlin (1887 – 1979): deputata del Partito Socialista Italiano è stata la relatrice della legge che ha abolito le case di tolleranza.
Foto: https://bccida.wordpress.com/2015/04/13/legge-merlin/

Nonostante siano passati quasi sessanta anni, sia in termini culturali che cronologici con un Paese che ha cambiato inevitabilmente i suoi costumi e le sue abitudini, finanche quelle sessuali, il dibattito circa la prostituzione torna ciclicamente a gremire il panorama mediatico nazionale, coinvolgendo la legge Merlin della quale sempre più spesso è proposta l’abrogazione, con il ritorno ad un regime più liberale del mercato del sesso.

Tale legge infatti, contrariamente a quanto auspicato dalla relatrice del provvedimento in sede di redazione, non ha eliminato il fenomeno della mercificazione del corpo femminile, sortendo anzi l’effetto poco positivo, di rendere illegale l’attività sessuale a pagamento. Non ci è voluto infatti molto perché le organizzazioni criminali cominciassero a intravedere, proprio nella prostituzione, un interessante settore in cui espandere i propri affari.

Nel tempo si è andata così creandosi una fitta rete di contatti tra organizzazioni criminali locali e i gestori del traffico illegale di persone e dei flussi migratori implementando i guadagni illeciti ed arrivando a colonizzare, con veri e propri eserciti di donne ridotte alla semi schiavitù, le città italiane. E proprio le città, specialmente con le loro zone di periferia, hanno pagato il prezzo più elevato in termini di sicurezza e degrado dei luoghi teatro del mercato illegale della prostituzione e da un flusso pressoché costante di clienti di ogni tipo.

Da Milano a Venezia, passando per Roma, Napoli e Palermo: nessuna periferia d'Italia è rimasta esclusa dalla proliferazione della prostituzione di strada. Foto: http://nuovavenezia.gelocal.it/polopoly_fs/1.10401849.1417279337!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/detail_558/image.jpg

Da Milano a Venezia, passando per Roma, Napoli e Palermo: nessuna periferia d’Italia è rimasta esclusa dalla proliferazione della prostituzione di strada.
Foto:http://nuovavenezia.gelocal.it/polopoly_fs/1.10401849.1417279337!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/detail_558/image.jpg

Tutto ciò, se da un lato racconta quanto forse sia stato eccessivo consegnare al divieto assoluto la mercificazione del sesso, dall’altro di certo racconta di un’Italia che si scopre libertina e poco incline a demonizzare il fenomeno. Per tutti questi motivi, il dibattito non ha mai accennato a placarsi ed anzi, complice anche lo spauracchio del fenomeno mafioso, si è intensificato proprio negli anni recenti a fronte di una maggiore liberalizzazione dei costumi sessuali.

Così, qualcuno, ha cominciato ad evidenziare che lo Stato non dovrebbe consegnare alla illegalità il mestiere più antico del mondo e che dovrebbe semmai limitarsi a garantire che le donne (e perché no, anche gli uomini), che vogliano dedicarsi a questo mestiere, siano libere di determinare la propria scelta, evitando così il rischio di facili schiavitù. Come pure, si è preso a sottolineare che, in questo modo, lo Stato non solo verificherebbe la salute fisica dei professionisti del sesso, prevenendo la trasmissione di malattie sessuali (che era uno degli iniziali obiettivi che avevano portato all’apertura delle “case di tolleranza”), ma riuscirebbe a consegnare loro una dignità professionale riuscendo peraltro anche a ricavare entrate fiscali da professioni che ad oggi, causa illegalità, non sono sottoposte a pressione fiscale.

Tutto ciò, ha di fatto generato molteplici proposte e finanche petizioni (l’ultima delle quali di qualche anno fa a firma Lega Nord) che hanno tentato di riportare alla luce della legalità un fenomeno che, al di là dell’espresso divieto e complici anche alcune “sfumature” della legislazione attuale (ad esempio il divieto per la prostituzione esplicita, mentre alcun divieto per le cosìddette accompagnatrici), continua ad essere diffuso nella penombra delle nostre città. Quella stessa penombra che accomuna i tanti che, nel buio della notte e dei suoi silenzi, continuano ad abusare di donne spesso schiavizzate e costrette ad un mestiere che ingloba in sé molti dei mali e dei rischi del mondo moderno.

Foto copertina copyright: http://www.cinemaitaliano.info/db_img/fotofilm/06337_orig.jpeg

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