LE SPOSE BAMBINE

Quando ad una bambina del Bangladesh viene messo al polso un braccialetto bianco, in quel preciso momento, in modo tragicamente simbolico, viene posta per sempre fine alla sua infanzia.

Questo cimelio, infatti, simbolo di un’unione non cercata e non voluta, di un matrimonio che per logica arriva troppo presto, ma che per tradizione è un passo obbligato, funge quasi da catena, vera e propria prigione eterna, per tutte quelle ragazze, ormai tristemente note come spose bambine.

Costrette dalle famiglie ad unirsi a uomini, che nella maggior parte dei casi, hanno più del doppio dei loro anni, a subire maltrattamenti e vere e proprie violenze sessuali, a provare l’esperienza del parto prima ancora di aver compiuto i 13 anni, costrette a sopportare pugni e schiaffi, senza mai poter reagire, perché l’atto di ribellione comporterebbe per loro un prezzo ancora più grande da pagare e che andrebbe a ricadere sulle famiglie d’origine: la restituzione della sposa difettosa.

Così, infatti, gli uomini definiscono le ragazze che si ribellano all’ennesimo, straziante rapporto sessuale, vissuto prima ancora che i loro organi genitali si siano completamente sviluppati.

Molto spesso, sono le suocere, le quali anni prima hanno subito lo stesso trattamento, ad incitare i figli a perpetrare la violenza, perché, compito di una donna, è quello di sopportare, sempre e comunque.

La prima notte di nozze, infatti, è facile udire, se si è nei pressi dell’abitazione dei novelli sposi, le urla strazianti delle bambine, le quali, dopo una veloce cerimonia nuziale, si trovano a tu per tu con uomini, dei quali, fino a pochi giorni prima, non conoscevano neanche il nome.

Il Bangladesh è il Paese con il più alto tasso al mondo di spose bambine, ma IndiaYemen non sono da meno.

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In queste nazioni, secondo i dati, il 2% delle ragazze si sposa prima degli 11 anni e partorisce non appena avuto il primo ciclo mestruale.

In molti casi, sono le famiglie a spingere affinché queste si sposino il prima possibile, soprattutto, per ragioni pratiche.

Frane, piogge e inondazioni, in questi Paesi, sono all’ordine del giorno, e per una famiglia, una bocca in meno da sfamare, soprattutto se si parla di donne, equivale al raggiungimento di un importante traguardo.

Ad essere maggiormente interessati da questo fenomeno sono i villaggi e le aree rurali, nelle quali vige una mentalità molto arretrata e di stampo patriarcale.

Le cose, invece, cambiano di molto nelle città. Qui, le donne, non solo non vengono obbligate a sposarsi, ma addirittura hanno la possibilità di proseguire gli studi e di potersi emancipare.

Alle spose bambine, però, è vietato andare a scuola, sono i mariti, i soli, a poter decidere ciò che possono e devono fare.

Alcune volte, capita anche che raggiunti i 20 anni, questi le ripudino per ragazze più giovani. In questo caso, il dramma, assume proporzioni ancora più ampie.

Private della dote che avevano versato il giorno delle nozze, le spose bambine, sono costrette a vivere in capanne improvvisate o addirittura per strada.

A loro il destino riserva una morte dovuta a fame e stenti e che pare quasi essere l’unica via d’uscita da una vita troppo dura nei confronti di chi è stato privato persino dell’infanzia.

Il parto, poi, non è mai un’esperienza facile per una sposa bambina.

Nonostante non siano rari i casi di ragazze, morte, durante la prima notte di nozze a causa  della lacerazione degli organi genitali, è il travaglio a mietere il maggior numero di vittime.

Sono tantissimi, infatti, i decessi dovuti a prolassi vaginali e parti prematuri, dovuti alla giovane età delle gestanti, e che il più delle volte mettono a repentaglio non solo la vita della madre ma anche quella del figlio.

Agli uomini, mariti tropo indaffarati per badare a queste faccende, interessa solo il risultato finale: la nascita di un sano e robusto figlio maschio, al quale, non dover pagare una dote.

Travolte da un’esperienza che risulta essere più grande di loro, le spose bambine, ormai madri, invecchiano in fretta.

Incrociandole per strada è facile poter scambiare diciassettenni per quarantenni, ed è altrettanto comune incontrare ragazze di poco più di vent’anni, già vedove e con più di tre figli.

Queste, pur di sopravvivere, diventano schiave della famiglia dell’ormai defunto marito che le sottopongono a maltrattamenti, angherie e vessazioni.

Poi, quando i figli diventano grandi, la situazione, di certo, non migliora.

Una volta sposati, questi, tendono a mandarle via, senza garantire più loro neanche una ciotola di riso e costringendole ad abbandonare la casa nella quale, per anni, hanno vissuto.

In India, molte vedove, sono costrette a trasferirsi negli ashram, una sorta di città-ospizio, in cui possono almeno avere un tetto sotto cui ripararsi.

Uno dei più  più importanti è l’ashram di Vrindavan che conta oltre 16mila donne.

Deboli e scheletriche, pur di riuscire a sopravvivere con la scarsa pensione sociale che gli spetta, si accontentano di dormire, persino, sul pavimento del tempio.

Hanno pochissimi beni e molte di loro sono costrette ad indossare lo stesso indumento per tutto il resto della vita.

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Le giornate, per queste donne, sono scandite solo dalle liturgie religiose, dando come l’impressione, che in queste città “per sole vedove”, si riviva, sempre, lo stesso attimo.

E così si conclude la triste epopea delle ormai “anziane” spose bambine, alle quali non resta che vivere, in religioso silenzio, gli anni che le separano dalla morte.

Nei loro occhi s’intravede un’amara consapevolezza: sanno, infatti, che a molte altre toccherà questa stessa sorte.

Spesso si addormentano a fatica e quando lo fanno pregano sempre di sognare.

La notte, infatti, immaginano di aver vissuto un’infanzia molto diversa e di aver ricevuto in regalo, per il loro decimo compleanno, una bambola di pezza anziché un braccialetto bianco.

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Copyright foto:

http://www.corriere.it

http://www.nationalgeographic.it

http://www.huffingtonpost.it

 

Valentina Nesi

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