L’INFIBULAZIONE, LA BRUTALE TRADIZIONE CULTURALE DELLA MUTILAZIONE GENITALE FEMMINILE

Da sempre i popoli di ogni nazionalità e religione si sono contraddistinti per le differenze culturali delle loro tradizioni. Vi è una consuetudine di ritualità, di mitologia, di costumi, di superstizione e leggende. Esse, però, non sono le sole. Esistono, ancora oggi, al di là dell’informazione e del progresso, tradizioni culturali grette, brutali e barbare. Stiamo parlando delle mutilazioni genitali, un pratica ancor oggi diffusa nel mondo, in particolare, in Paesi come l’Africa sub-sahariana, Sudan, Somalia, Mali, Egitto, le zone meridionali della penisola araba e alcune zone dell’Asia sud-orientale. Una pratica terribile che ha attraversato i confini fino a giungere  in Europa e in Italia, dove comunità di migranti continuano con la tradizione della mutilazione.

La mutilazione genitale femminile, conosciuta meglio come infibulazione, è una procedura mutilativa nella quale viene asportata la clitoride (escissione della clitoride), le piccole labbra e gran parte delle grandi labbra vaginalI con cucitura finale della vulva. L’origine di tale pratica è legata alle tradizioni dell’antico Egitto e ciò spiegherebbe il nome che in lingua araba è ‘’ infibulazione faraonica’’.

Le conseguenze di questo barbarico fenomeno sono gravissime; le vittime devono far i conti con rischi gravi e irreversibili per la loro salute e con pesanti conseguenze psicologiche provocate dal trauma. Ma qual è lo scopo di tali barbarie? Essenzialmente mantenere intatta l’illibatezza della donna che non può e non deve provare alcun tipo di piacere sessuale.

In Somalia, definito il paese delle donne cucite,  una donna non infibulata viene considerata impura con la conseguenza di non riuscire a trovare marito e di essere allontanata dalla società.

I rapporti sessuali vengono impossibilitati fino alla defibulazione, ovvero, la scucitura della vulva. Spesso quest’ulteriore nefandezza sulla donna viene effettuata direttamente dallo sposo durante la prima notte di nozze.

I pregiudizi alla base delle mutilazioni genitali femminili sono, quindi, rivolte a soggiogare e ridurre la sessualità femminile, attraverso ragioni sociologiche, affinché la donna che entra a far parte della comunità sia ‘’pura’’.

L’infibulazione viene praticata tra i 4 e i 14 anni di età ma in alcuni Paesi come l’Eritrea, vengono operate bambine con meno di un anno di vita. In Paesi come quelli dell’Africa che ancora oggi sono dilaniati dalla piaga dell’HIV, la mutilazione genitale femminile è tra le principali cause di morte. Oltre ad esser umilianti, le mutilazioni sono estremamente dolorose. Le bambine che vi sono sottoposte possono morire per shock emorragico, per shock neurologico o per semplice infezione.

Spesso sono donne con nessun tipo d’istruzione o conoscenza anatomica a praticare le mutilazioni genitali, facendo uso di vecchi ferri arrugginiti e ovviamente senza ricorrere ad alcun tipo di anestesia sulle giovani vittime. Per coloro che sopravvivono a tale crudeltà, il pericolo di morte entra a far parte nelle loro vite di giovani pure ed illibate. La formazione di cisti, ascessi, calcoli, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario sono solo alcune delle tragiche conseguenze. Probabilmente una delle più atroci è l’infertilità o ancor peggio quella di partorire bambini morti o la stessa mortalità materna per travaglio chiuso ed emorragia.

Una tradizione culturale che non ha origini religiose. In nessuna pagina del Corano si incita i fedeli alla mutilazione genitale femminile ne tanto meno nella Bibbia, essendo addirittura vietata dal Cristianesimo qualsiasi forma di mutilazione sul corpo umano.

Pur essendo una pratica vietata dalle leggi di moltissimi Paesi, non smette di esser attuata. Anche la Somalia inizia a far dei passi dal punto di vista della tutela legale. Pochi mesi fa,  il primo ministro somalo Omar Abdirashid Ali Sharmarke ha iniziato una campagna che punta a mettere fuori legge l’infibulazione, in un Paese in cui il 95% delle donne-bambine ne sono vittime.

In Italia, l’infibulazione è un reato: si rischiano dai 4 ai 12 anni. Eppure, sono più di 3000 le bambine immigrate che ogni anno rischiano di esser mutilate.

A lanciare l’allarme è stato Aldo Morrone, direttore dell’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà. E’ un dramma nascosto ma presente nel nostro Bel Paese. Pur essendo vietata dalla legge, questa viene praticata a pagamento e senza anestesia.

Morrone dice :

<< Nel nostro Paese ci sono ancora medici e le anziane delle comunità che, a pagamento, praticano l’infibulazione. Ce ne accorgiamo solo quando le donne vengono negli ambulatori e osserviamo danni recenti che fanno pensare a un intervento di questo genere”.

Secondo Morrone è possibile fermare il fenomeno solo grazie all’informazione:

<< Si potrebbero offrire dei “benefit sociali”  alle donne immigrate che, formalmente, rinunciano all’infibulazione. Partirei da buoni per l’acquisto di libri scolastici, accesso facilitato agli asili nido e alle scuole elementari, strumenti che tacitano l’integrazione.>>

Foto copertina copyright:

http://www.ilgiornale.it/news/rivoluzione-somalialinfibulazione-diviene-illegale-1239444.html

 

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