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ANTIMAFIA

Cosa ne penserebbero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino delle nuove politiche antimafia?

Vent’anni dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio il mondo della lotta alla criminalità organizzata è certamente cambiato.

Migliaia di associazioni, movimenti e comitati antimafia sono sorti con lo scopo di aiutare e dare sostegno alle vittime della Mafia.

Nell’ultimo ventennio tutto è cambiato: quella odierna è una società multimediale, fortemente condizionata da internet, in cui tutto è a portata di click. Inevitabilmente la mafia non è più quella di una volta o non è più soltanto quella degli attentati sanguinosi, ma è un’organizzazione più subdola, più radicata nel tessuto sociale e in attività economiche insospettabili. Si tratta di una mafia più silenziosa, più in ombra e certamente più pericolosa.

Non poteva, quindi, che cambiare anche il mondo dell’antimafia.

Sembra, infatti, che l’unico modo per contrastare un fenomeno così ampio e mutevole come quello mafioso, sia rieducare l’intero tessuto sociale.

Direzione_nazionale_antimafia

Proprio con questi propositi, quindi, sono sorte tutte le innumerevoli associazioni antimafia, ed è questa la linea guida seguita dalla Magistratura italiana nella lotta alla criminalità organizzata.

Il segnale più forte, in tal senso, giunge dal tribunale dei minori di Reggio Calabria, l’unico in Italia ad aver scelto di allontanare i bambini dai nuclei familiari mafiosi per affidarli a famiglie di altre regioni italiane.

Tale decisione, presa per la prima volta nel 2012, nasce dalla consapevolezza che la ‘ndrangheta è un organizzazione criminale fortemente familista. I bambini, infatti, vengono “addestrati” a seguire le orme dei padri e dei nonni, cosicché l’unico modo per interrompere questo cerchio, spiega il presidente del tribunale di Reggio Calabria Roberto Di Bella, è l’allontanamento del minore.

Non solo questi provvedimenti stanno dando ottimi risultati nel recupero degli adolescenti, ma hanno spinto anche alcune mogli di boss della mafia a diventare collaboratrici di giustizia.

Per la salvaguardia dei bambini a rischio è stata realizzata anche la Casa di Paolo a Palermo. Un luogo di speranza e riabilitazione che sorge in via della Vetreria 57, presso i locali della vecchia farmacia appartenente alla famiglia del giudice Paolo Borsellino, in uno dei quartieri più a rischio della città.

Anche il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle organizzazioni criminali è risultato essere determinante nella battaglia contro le cosche mafiose presenti in Italia.

Il sogno di Pio La Torre, segretario regionale del Pci, è divenuto realtà, quindi, solo nel 1996 con la Legge 109 che prevede non solo la confisca dei beni mobili e immobili accumulati illecitamente, ma anche la restituzione degli stessi alla società.

Come affermava La Torre: “Occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale”.

Oggi, fa sapere l’associazione Libera fondata da don Luigi Ciotti, sono oltre 500 le realtà che gestiscono quelle terre e quegli immobili, con l’onere, non indifferente, di trasformarli in luoghi di lavoro, di formazione, di cultura, di accoglienza e servizio alle persone deboli.

“In questi vent’anni” – dice don Ciotti – “molte di queste realtà sono diventate palestre di democrazia, occasioni di lavoro pulito, vero, di accoglienza per le persone fragili e in difficoltà, di formazione e impegno per migliaia di giovani che volontariamente, ogni anno, vi passano parte dell’estate. Segni di speranza in territori che la speranza avevano perso.”

Ci sarebbe da gioire se non si rilevassero pericoli all’orizzonte. Questi beni sostano troppo tempo nelle mani dello Stato invece di essere restituiti al circuito economico legale. Infatti, circa l’80% degli immobili presenta gravami tra cui i crediti garantiti da ipoteche che di fatto bloccano la destinazione per uso sociale del bene confiscato. Dal sequestro all’assegnazione possono passare anche 12 anni. Dal sequestro, alla confisca definitiva, invece, il tempo di attesa varia dai 5 ai 9 anni a causa della burocrazia.

Questi rallentamenti burocratici non fanno altro che accrescere quell’idea di uno stato indifferente, in realtà, al problema mafia che risulta essere già ampiamente diffuso tra la popolazione.

“L’esercizio della violenza ed il controllo territoriale da parte delle reti criminali si sono affermati laddove vi è stata un’assenza istituzionale marcata, che, lasciando di fatto un vuoto di potere, ha lasciato spazio a processi che sono stati definiti di destrutturazione politica, ovvero all’insorgenza di gruppi altri, rispetto agli Stati che hanno potuto creare sistemi politici paralleli e parastatali” è quanto sostiene il sociologo polacco Zygmunt Bauman.

Apparire, ottenere dei tornaconti personali intrecciando gli ambienti dell’antimafia con quelli della criminalità , paiono essere, quindi, il vero cancro della moderna antimafia?

Emanuele Cerrito

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