CERTI BAMBINI: STORIA DEI RAGAZZI ARRUOLATI DALLA MAFIA

Piccoli, agili e spavaldi. E’ il ritratto dei bambini che, sempre più spesso, si intravedono nei quartieri più a rischio di città come Napoli o Palermo, i quali, con astuzia e intraprendenza, consegnano la merce che il loro “capo” gli ha incaricato di recapitare, senza badare al rischio o al pericolo.

Hanno dai 10 ai 17 anni e sono spesso figli di chi, il carcere, lo conosce bene. Educati a questa vita sin da quando erano in fasce, portati a credere che questo sia l’unico modo di vivere e non indotti a frequentare la scuola, perché, l’istruzione non solo è una perdita di tempo ma è anche un rischio, dato che potrebbe portarli a riflettere su cosa sia realmente la Mafia.

Un fenomeno, questo, che ha le sue origini nella fascia tra Caltanissetta e Gela, dove, da oltre vent’anni, la criminalità organizzata arruola bambini per compiere qualsiasi tipo di mansione.

Spaccio di droga, scippi ma anche omicidi sono i compiti che spettano a quanti, vittima soprattutto della povertà, vengono presi sotto l’ala del boss di turno e “allevati” secondo i codici etici della Mafia.

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I dati Istat indicano, infatti, che in Italia, un minore su quattro vive in condizioni di estrema povertà, ed è proprio con loro che la mafia trova terreno fertile, attraverso la promessa di lauti e veloci guadagni.

Ed effettivamente, a questi bambini li si vede sempre con un costosissimo smartphone in mano o con le tasche stracolme di contanti. Guadagni derivati, sempre, da attività illecite e che servono loro, anche, per sostenere economicamente le proprie famiglie.

E’ di due anni fa  l’agghiacciante filmato che immortale un tredicenne di Scampia con un revolver in mano. Una scena che non solo spaventa ma porta anche a riflettere su cosa sia l’infanzia per le associazioni mafiose.

Questi ragazzi, poi, hanno più disciplina degli adulti, portano sempre rispetto ai propri “superiori” e sono pronti ad uccidere chi lede gli interessi dei clan ai quali sono affiliati.

Quelli che osano ribellarsi, vengono subito fatto fuori, proprio come è capitato al giovane Ciro Fontanarosa, 17 anni, ucciso a Napoli con sette pallottole al torace.

Molti altri, invece, vengono prima uccisi e poi bruciati assieme ai pneumatici, in modo che gli esili corpi si sciolgano assieme alle gomme.

Veri e propri bambini soldato, quindi, che proprio come gli adulti vanno incontro alla morte o per onore o per cattiva condotta.

Per loro, vige sempre la legge di Darwin: il più forte sopravvive, ed è proprio questo uno dei deterrenti sfruttati dalla mafia per arruolare minori tra le proprie fila.

Dato che molti di questi ragazzi, provengono da contesti familiari disagiati, l’affiliazione ad un clan diventa l’unico mezzo per avere una rapida ascesa sociale.

Rispetto, onore e omertà sono quindi i loro mantra e una volta cominciato il percorso di affiliazione all’interno delle cosche, i boss gli offrono anche protezione e sostegno.

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Ma non sono solo i ragazzini delle periferie italiane ad essere interessati da questo fenomeno.

Infatti, è da gli anni ’90 che la mafia recluta giovane manovalanza anche nei paesi esteri, soprattutto nell’est Europa.

Le bambine, di solito, vengono prelevate dalle loro famiglie e impiegate nella prostituzione, i ragazzi, invece, vengono costretti a praticare l’accattonaggio.

Loro, risultano essere vere e proprie vittime di un traffico di esseri umani che trova nelle associazioni mafiose la sua principale ragione d’essere.

Questi ragazzi, poi, conoscono il carcere molto presto, esperienza che li forgia, in senso negativo.

La detenzione, infatti, equivale a un vera e propria medaglia al valore che spesso porta il minore, una volta scarcerato, a scalare velocemente i vertici della gerarchia mafiosa e a diventare boss.

Tale fenomeno, evidente soprattutto in Campania, è dovuto anche ai frequenti arresti che, negli ultimi anni, hanno decimato il numero degli affiliati, portando in carcere i volti “storici” delle varie cosche.

Il risultato di questa operazione, però, risulta essere tragico dato che i giovani sono più irruenti e maggiormente votati al delitto e alla violenza.

Emarginazione, povertà e un’errata voglia di riscatto, sono quindi alla base di un fenomeno che trova le sue fondamenta proprio in quella criminalità organizzata che non si è fatta mai scrupoli nel forviare chi non è ancora in grado di avere una propria opinione su concetti importanti come giustizia e legalità.

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Vite spezzate, ragazzi mandati al macero e che prima dei 18 anni vantano una fedina penale degna di quella di criminali di vecchia data, sono le vittime segrete della mafia e che, compiendo il primo delitto entro i 13 anni, incarnano alla perfezione quei certi ragazzi sui quali Diego De Silva ha scritto l’omonimo capolavoro e che, dal momento in cui impugnano la prima pistola, vivono rispettando un unico, fondamentale valore: quello dell’onore.

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Valentina Nesi

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