ATTUALITÀ

DONNE DI MAFIA, LA FAMIGLIA E L’ONORE

Non si potrebbe definire il ruolo della donna nelle associazioni mafiose se non partendo dal concetto di “esclusione”. Le donne di mafia sono formalmente escluse dall’organizzazione gerarchica del clan, ma la loro presenza e partecipazione ad essa è fondamentale. È un’adesione silenziosa, che ha come fulcro principale la famiglia. Sono le madri dei figli degli affiliati, dei futuri boss, di quei bambini che devono essere educati alla mafia. Ed è proprio occupandosi dell’educazioni dei figli e delle figlie che avviene il principale supporto all’organizzazione criminale, poiché per educazione viene inteso l’incitamento alla vendetta, la garanzia della reputazione maschile e i matrimoni combinati. In sostanza, è da loro che viene trasmesso alle generazioni future il codice culturale mafioso. 

Palermo, una bambina dopo l'assassinio di Don Puglisi

Palermo, una bambina dopo l’assassinio di Don Puglisi

Alla donna di mafia spetta il compito di inculcare nei figli determinati “valori”, indicati da lei come “giusti”, in contrasto con i principi diffusi nella società civile. I principali riguardano l’omertà, la vendetta, il disprezzo dell’autorità pubblica e la differenza di genere. Se vogliamo analizzare questo peculiare aspetto dell’apprendimento, possiamo dire che il bambino acquisisce il modello culturale mafioso attraverso l’osservazione e la partecipazione, per poi arrivare ad interiorizzarlo. Le donne rispettate in quanto madri e generatrici di figli sono educatrici, loro stesse, della mentalità maschile. Le madri devono insegnare alle figlie femmine un modello di subordinazione della donna all’autorità maschile, proprio perché nelle organizzazioni mafiose la distinzione di genere è fondamentale. Ed è qui che torna in ballo la questione dell’esclusione.

Alle donne escluse non rimane altro che educare i figli alla vendetta, qualora qualcuno avesse ucciso il pater familias mafioso. Per capire meglio il concetto di vendetta che le donne infondono all’interno della famiglia, dovremo associare ad esso la definizione di “memoria della vendetta”, che genera un sentimento di vergogna. Vergogna per un l’omicidio impunito di un proprio caro, vergogna per quello che gli altri affiliati potrebbero pensare.

Oltre al ruolo della madre di famiglia, ne esiste un altro che la donna è solita avere nell’organizzazione mafiosa, quella della “sorella d’omertà”. Queste donne non sono sposate e decidono di affiliarsi a un clan per proprio spirito d’iniziativa, per un sentimento di partecipazione attiva. Ma tante sono le donne che nel tempo, soprattutto a partire dagli anni ’70 e ’80 del ‘900 entrano come protagoniste delle azioni criminali vere e proprie. Il loro ruolo è stato riconosciuto, e spesso condannato, in settori come il narcotraffico, l’economico-finanziario e nella gestione del potere. Emblematiche le figure di due donne di mafia, Angela Russo e Maria Serraino, che gestivano il narcotraffico del clan Serraino-Di Giovine attivo nella zona di Milano durante gli anni ’80. Nel settore economico-finanziario, le donne possono essere delle semplici presta nome, fino ad arrivare a gestire dei veri e propri imperi finanziari, essendo a capo di società e investendo denaro. La figura forse più “romantica” della donna di mafia, madre di famiglia, si ha nella gestione del potere. Quando uno dei capi famiglia veniva incarcerato, queste donne fungevano da tramite tra il condannato (o latitante) e il clan. Divenivano delle vere e proprie messaggere del potere, inviando e ricevendo le cosiddette ambasciate, scritte e orali, quelli che oggi potremmo chiamare pizzini. 

Ma, se è vero che l’organizzazione mafiosa è unicamente appannaggio degli uomini, non mancano

Giuseppina Vitale

Giuseppina Vitale

nella storiografia mafiosa casi di vere e proprie donne boss, che però sono un’eccezione che non conferma nessuna regola, poiché di codici d’onore o culturali non si può parlare. Forse il caso italiano più famoso è quello di Giuseppina Vitale, classe 1972. Fin da ragazzina, all’incirca all’età di quattordici anni, viene indottrinata alla “cultura” mafiosa. I fratelli, Vito e Leonardo Vitale, la costringono ad abbandonare la scuola e a dedicarsi all’occupazione di postina di Cosa Nostra. Essendo i fratelli uno latitante e l’altro in carcere, nel 1998 prende le redini della cosca e il 24 giugno dello stesso anno ordina l’omicidio di Salvatore Riina, salumiere di Partinico, ritenuto informatore dell’allora super latitante Bernardo Provenzano. Condannata, viene scarcerata nel 2002 e nel Marzo 2003 viene arrestata nuovamente insieme al marito, proprio per l’omicidio di Riina. Diventa, per comodità o per ragioni reali, una pentita, una collaboratrice di giustizia, e confesserà di voler parlare “bellu linnu linnu”. Dichiarerà di aver agito per tutelare i figli e per amore del suo amante, Alfio Garrozzo, anche lui collaboratore di giustizia. Ammetterà l’omicidio e la responsabilità del fratello Leonardo, latitante, e sarà condannata a sedici anni di reclusione nel 2006.

Carmela Iuculano

Carmela Iuculano

Un’importante collaboratrice di giustizia è stata anche Carmela Iuculano, moglie di Pino Izzo, del clan dei Corleonesi. La sua storia è quella di una donna comune che a sedici anni si innamora di un uomo e, per emanciparsi dalla famiglia, scappa con lui. Travolta dall’amore e dal fascino tutto adolescenziale che un uomo di potere doveva avere, inizia un’avventura più grande di lei, che decide di terminare all’età di trentatré anni. Quando viene arrestata è il 2004. Rilasciata dopo pochi giorni e condannata ai domiciliari, una volta a casa, importante furono le parole delle figlie: «Mi dissero, ‘Mamma questa è vita secondo te’? E allora gli ho detto: ‘Cosa volete da me, cosa volete che io faccia?’ Ero disperata, non riuscivo più nemmeno a controllare le mie figlie. E loro mi hanno detto: ‘Perché non dici la verità? Collabora!’». Ed ecco, ancora una volta, che il senso di attaccamento alla famiglia, costante nei sentimenti di mafia, torna preponderante. E sarà lo stesso sentimento che muoverà la Luculano durante la sua deposizione in aula quando, rivolgendosi al marito dirà: «Io sono qui. Io credo nei miracoli e credo nel miracolo che lui finalmente possa trovare il coraggio, perché il coraggio è questo e non quello di andare avanti, ammazzando le persone e facendo le angherie agli altri. Il coraggio è di seguirmi e scegliere la sua vera famiglia che sono sua moglie e i suoi figli».

 

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