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GRAVE, IL RACCONTO A PUNTATE

Gli dissero di non salire, ma Alessio non gli diede ascolto. I poliziotti gli corsero dietro, lui non si fermò. Scavalcò le transenne che bloccavano l’accesso alle case popolari e, come un corridore professionista, tagliò un traguardo immaginario, rappresentato da un un groviglio di nastro bianco e rosso, di cui si era servita la polizia per delimitare l’area e sbarrare l’accesso ai curiosi che passavano di lì. E in quel momento, nel cortile che conduceva fino alla scala “F” del suo condominio, si sentì addosso gli occhi di tutto il complesso residenziale. Muti, come avvoltoi, gli altri condomini lo osservarono nella sua corsa disperata, attraverso i giochi e le altalene arrugginite dalla pioggia che su di esse era caduta, senza sosta, a partire dall’ultimo giorno dell’infanzia.

Qualcuno, dai balconi, lo indicò. E qualcun altro, silenziosamente, bisbigliò «dev’essere successo qualcosa alla puttana». Alessio tenne il volto chino e, con la maglietta incollata al petto per via del sudore, si scoprì incapace a deglutire. La sua bocca, secca e ruvida come la carta vetrata, mimava la parola “mamma” di continuo, seguendo un conto alla rovescia che di lì a poco avrebbe preso la forma dei gradini, gli stessi che Alessio percorse a due alla volta pur di arrivare in casa nel più breve tempo possibile. E fu al terzo piano che la sua testa si fece all’improvviso più leggera. Poco ossigeno nel sangue lo fece zoppicare per un attimo, nel momento in cui un leggero mal di testa fece capolino attorno alle sue tempie e iniziò a rimbombare nei corridoi vuoti, bui e maleodoranti del suo vecchio palazzo. Trovò la porta socchiusa e prima di entrare si pulì i piedi sullo zerbino. Poi, con una delicatezza estrema che tradiva il suo timore, spalancò la porta blindata. Il cigolio delle giunture, mai oliato, durò un istante che, in quel momento, gli parve quasi eterno.

E nel pallore di una luce gialla che filtrava attraverso le tende consumate del salotto, la vide. Riversa sul pavimento, giaceva sua madre. Intorno a lei vi erano tre uomini, muti come fantasmi e imbottiti nelle loro tute bianche. Smisero di fotografare, nel momento in cui Alessio si affacciò in soggiorno. E fecero un passo indietro, scoprendo una chiazza di sangue sotto al capo della donna. Alessio si fece avanti, vincendo la tremarella che gli rosicchiava le caviglie. Si chinò verso la guancia di sua madre e vide la sua iride priva di ogni sfumatura e di colore. Allora chiamò il suo nome, una volta soltanto e persino a bassa voce. Poi sentì il sangue abbandonare il suo cervello e scendere, in caduta libera, fino alle dita dei piedi. Fu così che Alessio cadde indietro, dopo essere svenuto sotto agli occhi della polizia scientifica. E il buio venne a prenderlo, per farlo sprofondare dentro a un sonno umido e ovattato, che sarebbe durato alcune ore.

Al risveglio, Alessio rinvenì su un letto d’ospedale, sotto a una lampada al neon, che brillava a intermittenza e friggeva senza sosta. Stette ad ascoltarla per qualche secondo, immobile nel letto. Accarezzò il lenzuolo ruvido e voltò la testa in direzione di un separé sbiadito, il cui colore verde era soltanto un ricordo. Allora mise a terra i piedi, che erano nudi. Il freddo pavimento lo fece risvegliare di scatto, e increspare la bocca per non cedere al tremore. Un passo alla volta, girò intorno al paravento e sbirciò oltre con un solo occhio. E di nuovo la rivide, questa volta sopra a un letto, con le lenzuola tirate fino al mento. Sembrava addormentata, aveva gli occhi chiusi.

Sul suo volto non c’era più alcun segno di sangue o di tumefazione. Gli unici rumori presenti in quella stanza erano il ronzio del lampadario e il fiatone ancora grave che si agitava nei polmoni del ragazzo. Dal letto della donna, non proveniva suono alcuno. Tanto che Alessio dovette farsi coraggio, e avvicinarsi. La guardò da vicino, e non disse niente. Abbassò lo sguardo e si guardò i piedi per un attimo. Poi rialzò lo sguardo, come a cogliere un movimento impercettibile che per nessun motivo al mondo sarebbe mai avvenuto. Allora avvicinò il polso ai suoi due occhi verdi, per leggere l’orario che segnavano le due lancette. Con un filo di voce, disse; «vado a scuola» e rimase in attesa di una risposta. Quindi rincarò la dose, e con un tono più deciso, ripeté: «ho detto che vado a scuola». Insieme alla prima lacrima che gli scese sulla guancia, aggiunse soltanto «mamma, vado a scuola mi hai sentito?» e chinò il volto, prima di piangere a dirotto, ancora intento a strattonare la mano di sua madre, ormai gelata.

Il funerale si svolse qualche giorno più tardi. Alessio si mise in prima fila, nel momento in cui sua madre fu fatta sprofondare dai becchini nella buca, al cimitero. Mentre la guardava allontanarsi nel buio più profondo, gli vennero in mente ancora una volta le parole della sua professoressa, quando aveva detto che: «tutti i corpi sono attratti dalla terra con la stessa forza». Sulla scia di quel teorema, decise di disfarsi di quel sasso appuntito che ancora nascondeva nello zaino della scuola. Prima che i becchini iniziassero a ricoprire la buca nel terreno, Alessio lanciò il sasso sopra la bara in cui contenuta sua madre. E insieme a lei seppellì quel suo segreto, di cui si era macchiato. Non ascoltò nemmeno la fine delle celebrazioni. Sfuggì allo sguardo dei parenti e saltò in sella alla sua bicicletta, dopo essersi slacciato una cravatta soffocante. Strinse il manubrio fino a farsi male, digrignò i denti e si spinse in avanti con il torso per accelerare. Senza neanche sedere sulla sella, uscì di corsa dai cancelli del cimitero. E pedalò, senza sapere dove andare. Sempre più veloce, andò lontano. Più lontano che poteva. Ancora più lontano. Finché il fiato gli sarebbe bastato, avrebbe continuato a pedalare. Lontano da lì. Senza più tornare indietro.

FINE.

Jacopo Cazzaniga

Copyright immagine di copertina http://mauriziomolgora.blogspot.it/2011/06/shooting-milan.html

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