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INTERVISTA A SILVIO LABBATE

Silvio Labbate è ricercatore al dipartimento di storia contemporanea dell’Università del Salento. Da anni si occupa delle politiche energetiche del nostro Paese, dei personaggi chiave e dei contesti socioeconomici internazionali che le hanno determinate. In un recente saggio dal titolo: Aldo Moro e la Politica Energetica dell’Italia, Labbate porta alla luce i contributi non trascurabili che il politico salentino ebbe nel dirimere alcuni nodi riguardanti il settore energetico  del nostro Paese nei difficili anni della crisi petrolifera.

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Silvio Labbate lei è un esperto delle politiche energetiche italiane, e nelle sue ricerche si è occupato di personaggi chiave, per citarne alcuni: Aldo Moro, Giulio Andreotti ed Enrico Mattei che con levatura politica internazionale hanno guidato e determinato queste politiche in chiave strategica. Cosa ne è oggi di quelle strategie? Chi si occupa di queste e come lo fa oggi?

In realtà il nostro Paese, povero di fonti fossili, non è mai stato in grado di improntare una vera e propria politica energetica. Solo in alcuni momenti storici particolari, specie con gli uomini che lei ha citato, il governo italiano è riuscito a mettere in campo iniziative urgenti importanti, ma non sufficienti a far partire una programmazione settoriale degna di questa definizione. Il primo PEN (piano energetico nazionale), ad esempio, fu disposto solo nel 1975, per rispondere alla grave crisi petrolifera del 1973 che colse il nostro paese di sorpresa in quanto quasi totalmente dipendente dalle importazioni di greggio che provenivano dal Mediterraneo. Fu proprio il primo shock energetico a far ripartire la cosiddetta politica degli accordi bilaterali di matteiana memoria, portata avanti in questo momento storico da Aldo Moro in qualità di ministro degli Esteri e che consisteva nel tentativo di trovare intese con i governi arabi produttori ed esportatori di oro nero per ottenere quest’ultimo in cambio di know-how e attrezzature capaci di accelerare lo sviluppo dei paesi della sponda sud del Mediterraneo.

L’unico protagonista che può davvero definirsi l’ideatore di una politica energetica nazionale nel senso compiuto del termine fu Enrico Mattei, capace di resistere agli attacchi esterni pur di riuscire a garantire un valido approvvigionamento petrolifero al nostro Paese. Messo a dirigere quasi per caso l’Agip, capì in poco tempo le potenzialità del settore e l’importanza dell’indipendenza italiana. Con metodi che oggi sarebbero forse inaccettabili, egli riuscì a dotare l’Italia di una serie di accordi impensabili per una nazione priva di risorse proprie. Senza considerare che fu tra i primi a concepire investimenti in aree alternative al petrolio che in quel momento significava essenzialmente puntare all’energia nucleare. Oggi noi abbiamo una concezione diversa e altamente negativa di questo tipo di fonte energetica, ma negli anni Cinquanta essa sembrava essere davvero il futuro. Ci sarebbero tante cose da dire su Enrico Mattei, troppo in fretta dimenticato dagli italiani, ma non sarebbe questo lo spazio giusto. Mi permetto solo di aggiungere, per terminare, che tutto il lavoro matteiano fu rapidamente smantellato dai suoi successori all’Eni, per poi essere parzialmente ripreso negli anni Settanta. L’esempio più vivido è il gasdotto proveniente dall’Algeria, che Mattei stava negoziando proprio pochi giorni prima di esser stato assassinato; da chi non è ancora dato a sapersi e rientra tra i tanti misteri dell’Italia repubblicana.

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Oggi tutto è cambiato. Le principali aziende che operano nel settore energetico, Eni ed Enel, sono delle vere e proprie multinazionali, con solo una partecipazione pubblica. Lo stesso governo non può più agire pienamente portando avanti una strategia settoriale a tutto tondo ma può dare solo delle direttive o fare accordi con i grandi gruppi. Questo significa che Eni ed Enel, pur garantendo tutti i servizi “minimi” al paese, agiscono essenzialmente in funzione di un profitto. Non voglio e non posso esprimere un giudizio su quanto attuato da queste due società, ma di certo quello che è evidente è che ancora adesso l’Italia è un paese molto dipendente dalle importazioni di fonti fossili; non come in passato e non più solo di greggio proveniente dal Mediterraneo, ma qualcosa in più dovrebbe essere fatto seriamente per sfruttare le enormi risorse naturali presenti sul nostro territorio.

Qual è quindi nello specifico oggi la politica energetica italiana, come si rapporta il nostro paese con il problema della sostenibilità, dell’inquinamento e dell’indipendenza energetica?

Come anticipato, oggi il governo può dare solo delle direttive, ad esempio, incentivando determinati settori rispetto ad altri. Non potendo più agire come primo attore, cerca di creare accordi quadro in grado di migliorare la cronica dipendenza del paese. Quasi mai, però, la necessità di garantire energia si sposa con i principi della sostenibilità e della salvaguardia dell’ambiente. Qui entriamo in una diatriba di lungo corso che vede contrapposte due concezioni completamente differenti di progresso: da una parte c’è chi sostiene che oggi non si possa prescindere dalle fonti fossili per assicurare il livello di industrializzazione raggiunto; dall’altra, invece, troviamo i fautori della green energy a tutti i costi. Il governo italiano sembra appoggiare i primi, spinto probabilmente dai poteri forti. Rientrano in questa strategia il progetto del TAP, il gasdotto Trans-Adriatico che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare in Italia, nella provincia di Lecce (Meledugno), e la necessità di costruire sul territorio diversi rigassificatori in grado di immagazzinare la maggior quantità possibile di questa fonte per rispondere a eventuali periodi di carenza. Gli incentivi per i settori alternativi, le cosiddette energie rinnovabili, sono invece stati sempre più ridotti all’osso dal governo Monti in poi.

È davvero sconfortante tutto questo, soprattutto se pensiamo che il comparto delle rinnovabili abbia perduto, per le recenti riduzioni degli incentivi di settore, numerosi posti di lavoro. Sorprende per questo il fallimento del recente referendum che forse avrebbe potuto restringere il campo di queste politiche orientate a favorire interessi particolari e segnare una partecipazione democratica a queste scelte così importanti per noi e per l’ambiente che ci circonda. Come lo spiega?

Innanzitutto va un po’ ridimensionato il mito delle opportunità lavorative nel settore delle rinnovabili. Di certo nella fase di realizzazione degli impianti, siano essi eolici piuttosto che solari, c’è bisogno di un certo numero di addetti, ma poi per la gestione e manutenzione delle attrezzature non necessitano tante persone. Il discorso andrebbe fatto a livello complessivo, nel senso del numero degli investimenti e nella continuità degli stessi, ma anche in questo caso vi sarebbero numeri ben diversi da quelli immaginati dai più ottimisti.

Sul referendum, invece, va detto che anche con il raggiungimento del quorum e la vittoria del SI, le cose non sarebbero cambiate molto. Non si proibiva la continuazione della prospezione petrolifera off-shore, bensì si eliminava la possibilità di rinnovo delle concessioni già date e si poneva un limite temporale alle nuove; nulla però avrebbe impedito la richiesta di ulteriori prospezioni. Piuttosto vi sarebbe stato un chiaro segnale di rottura con il passato, ma il governo avrebbe intercettato davvero questo messaggio? Personalmente non credo proprio. Il referendum, d’altro canto, è fallito proprio per l’enorme disillusione della gente nei confronti della politica. L’idea generale è che comunque nulla sarebbe cambiato e nulla cambierà.

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Tuttavia proprio il referendum ha imposto un momento di riflessione sui temi energetici ed ambientali del nostro paese. Lei pensa che questo movimento di opinione possa trasformarsi in una politica alternativa all’attuale su queste questioni?

I movimenti di opinione ormai lasciano il tempo che trovano. Poi parliamo di poche élite che conoscono davvero certe dinamiche e si interessano ai problemi concreti del paese. Anche in questo caso sono pessimista di fronte alla possibilità che si crei una pressione dal basso capace di modificare le strategie energetiche del governo. Nella storia italiana ciò non mi pare sia mai successo. Ad ogni modo, la mia personale speranza risiede nella possibilità che qualcuno a Palazzo Chigi si ravveda e inizi seriamente a promuovere l’uso delle energie alternative.

                                                                                                                                             Andrea Listorti

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