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PEPPINO IMPASTATO: QUANDO LA VERITA’ UCCIDE

Giuseppe Impastato, detto Peppino, aveva trent’anni quando venne assassinato dalla mafia. Era l’8 Maggio del 1978 quando a Cinisi (Palermo), la notizia del suo omicidio fu completamente oscurata da un altro fatto di cronaca che sconvolse profondamente l’Italia. Infatti, in quello stesso giorno venne ritrovato a Roma, in via Caetani, depositato nel bagagliaio di un auto, il cadavere del presidente della DC Aldo Moro, ucciso della Brigate Rosse dopo cinquantacinque giorni di prigionia.

Peppino è stato un giornalista, un poeta e un militante della sinistra extraparlamentare, sin da ragazzo si è battuto contro Cosa Nostra denunciandone i traffici illeciti e le collusioni tra mafia e politica. Nasce a Cinisi in una famiglia di mafia, suo padre Luigi Impastato pur non essendo un personaggio di primo piano, risulta essere strettamente collegato con Cosa Nostra attraverso suo cognato, Cesare Manzella, uno dei principali capomafia della Sicilia del dopoguerra, ucciso nell’aprile del 1963 durante la prima guerra tra clan. Peppino aveva solo quindici anni quando suo zio venne assassinato. Tale evento, segnò profondamente il giovane. Come ha ricordato più volte suo fratello Giovanni: “Peppino mi disse sin da subito che si sarebbe battuto tutta la vita contro la mafia. Da questo momento prese il via la sua rottura con la società del suo paese e soprattutto con la propria famiglia”.

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Nel corso degli anni 60 inizia la sua guerra personale contro la mafia. Insieme ad alcuni amici fonda il giornale Idea Socialista, tramite cui porta alla luce i fitti rapporti che intercorrono tra l’amministrazione locale ed alcuni esponenti della criminalità organizzata. I temi scomodi e di denuncia trattati in pochi fogli dattiloscritti, suscitarono innumerevoli polemiche all’interno del piccolo centro di Cinisi, tanto che le forze dell’ordine dovettero intervenire per far cessare l’attività del giornale. Il giovane Peppino, visto il suo comportamento definito “intollerabile” viene cacciato di casa dal padre.

Nel 1975 costituisce il circolo musica e cultura tramite cui riesce a raccogliere, intorno a se, numerosi giovani con cui condivide lo spirito di ribellione ereditato dai movimenti del 68’. Il circolo è un fondamentale punto di aggregazione per i giovani di Cinisi, in cui si affrontano tematiche relative all’emancipazione della donna, della tutela dell’ambiente e da cui partono le denunce contro l’operato mafioso, l’abusivismo e il degrado del territorio.

Due anni dopo, con la sua cerchia di amici, fonda Radio Aut, un’emittente libera che mira ad offrire un servizio di controinformazione. Nella trasmissione di punta: Onda Pazza, Peppino usa la satira per deridere mafiosi e politici locali. La vittima preferita è Gaetano Badalamenti, erede di Cesare Manzella, nonché amico di suo padre. Durante le trasmissioni vengono fatti per la prima volta nomi e cognomi di illustri uomini d’onore, cercando di interrompere quel meccanismo omertoso che conferiva uno status d’intoccabilità ai mafiosi.

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A questo punto il destino di Peppino è segnato. Dopo la morte del padre, avvenuta in circostanze anomale, rimane solo e senza alcuna protezione. Fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio, su mandato di Tano Badalamenti. Peppino Impastato fu fatto saltare in aria con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, in modo da inscenare un finto attentato.

Le indagini, in un primo tempo, vengono “depistate”. Gli inquirenti ipotizzano, persino, che Impastato si possa essere suicidato.

Solo nel Gennaio 1988 il tribunale di Palermo invia un provvedimento giudiziario a Tano Badalamenti. Nel maggio del 1992, lo stesso tribunale decide di archiviare il “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità delle cosche di Cinisi alleate con i corleonesi.

Nel maggio del 1994, il Centro Impastato ha presentato un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare nella quale viene richiesto che venga interrogato sul delitto Impastato il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi.

In seguito alle dichiarazioni di Palazzolo che ha indicato in Badalamenti il mandante dell’omicidio, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel Novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto di Peppino Impastato. Il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Dopo 24 anni la verità sulla morte del giovane Peppino Impastato è venuta a galla, grazie anche all’azione costante di sua madre e dell’Associazione Impastato che hanno contribuito a mantenere viva la sua memoria fino al raggiungimento della verità.

                                                                                                                           Emanuele Cerrito

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