ATTUALITÀ

Antimafia sotto indagine: la vicenda di Pino Maniaci

Con il passare degli anni, grazie all’emittente televisiva -“Telejato” – da lui fondata, Pino Maniaci era divenuto un vero e proprio simbolo dell’antimafia dei giorni nostri. E la sua fama, divenuta tale da oltrepassare anche i confini siciliani giungendo alla ribalta nazionale, non era il frutto di una simpatia estemporanea dei media nei suoi confronti, ma di una costante attività giornalistica che, grazie alle denunce continue ed al continuo presidio giornalistico delle terre palermitane, era divenuta di esempio. Oggi invece, Pino Maniaci, si trova a dover rispondere di estorsione di fronte alla Procura di Palermo, la quale, nell’ambito dell’inchiesta denominata “Kelevra”, si è imbattuta in una serie di intercettazioni riguardanti il noto giornalista.

L’accusa formulata dal Procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, è chiara e, peraltro, fondata sulle stesse intercettazioni finite negli atti di un’inchiesta inizialmente aperta per fatti di mafia: estorsione, ai danni di due sindaci del palermitano, ai quali Maniaci avrebbe chiesto, secondo la procura, favori e denaro offrendo  in cambio di celare scoop e notizie che altrimenti avrebbero messo in difficoltà gli stessi sindaci. Ma la notizia dell’indagine, per chi conosce il personaggio di Pino Maniaci, è tale da lasciare quantomeno stupiti visto il suo impegno costante in prima linea contro la mafia, salvo scoprire poi, grazie agli atti di questa inchiesta, che lo stesso giornalista aveva un fare tutt’altro che da ammirare.

Un fare mafioso, almeno stando al materiale intercettato, fatto di modi più consoni al mondo del malaffare che non a quello della legalità e dei quali,  il giornalista nelle conversazioni intercettate pare quasi vantarsi: “Tutto questo rispetto, l’hai capito vero? Secondo te tutto questo rispetto da dove viene? Tu non l’hai capito. Questa è stata una minaccia mia!. Se si viene a sapere io è meglio che me ne vado dal paese” (fonte: Huffingtonpost.it) – diceva il giornalista a quella che gli inquirenti ritengono essere la sua amante e per la quale Maniaci avrebbe fatto pressioni al fine di ottenere per questa un contratto di lavoro a termine da uno dei sindaci intercettati.

Pino Maniaci

A sinistra, Pino Maniaci durante una manifestazione in memoria di Paolo Borsellino. A destra, un estratto delle intercettazioni dell’inchiesta Kelevra (fonte video.repubblica.it)

Dal canto suo invece, Pino Maniaci, sostiene la totale estraneità ai fatti che dalla procura vengono lui addebitati e sin dall’inizio della scomoda vicenda ha espresso tutto il suo disappunto non solo tramite il più noto dei suoi avvocati, l’ex magistrato Antonio Ingroia, ma anche attraverso dimostrazioni di protesta dinnanzi alla stessa procura ed altri episodi mediatici che lo hanno visto protagonista. D’altronde, il personaggio di Pino Maniaci, ha sempre fatto parlare di sé anche e soprattutto per quei modi che, lo stesso difensore Ingroia, ha definito “ruspanti” e per quel suo fare ben poco corrispondente al profilo del classico giornalista a mezzo busto impostato e dal tono pacato. Non a caso, la linea difensiva adottata dai legali di Maniaci, fa leva proprio sulla personalità del giornalista nel tentativo di persuadere i giudici che quelle parole, così gravi e presuntuose da somigliare a tratti a quelle dei mafiosi, sarebbero state pronunciate certamente dal Maniaci ma senza che corrispondessero al vero: in parole povere, il giornalista si pavoneggiava del rispetto di cui godeva presso molti, di fronte alla donna per cui provava un sentimento ed al fine di ottenere il rispetto e l’ammirazione di questa.

Vista la fase embrionale delle indagini, nessuno può sapere realmente se sia vero ciò che sostiene la Procura o se invece corrisponda al vero quanto affermato da Maniaci. Nel frattempo, però, non appena la notizia dell’indagine che coinvolgeva il noto giornalista ha cominciato ad assumere la forma dei primi provvedimenti cautelari, non hanno tardato a presentarsi gli effetti negativi legati a questa notizia. E sebbene non sia stata emessa ancora alcuna sentenza di condanna nei confronti dello stesso, in molti hanno cominciato ben presto ad abbandonarlo ed a rinnegare la fiducia data in passato. In fondo, anche per l’antimafia ed i suoi simboli, vale l’adagio per cui il popolo fa ed il popolo disfa, liberandosi, non appena decide che non sia più il caso, di quelle figure che fino ad un attimo prima osannava come simboli o idoli.

Così, accanto alla vicenda di Pino Maniaci, le cui parole saranno presto oggetto di un processo finalizzato ad accertarne le responsabilità, si ripresenta puntuale nell’opinione pubblica un male piuttosto frequente in relazione a varie inchieste giudiziarie dalla forte risonanza mediatica; si tratta del vizio, tutto popolare, di ritenere definitive le accuse formulate dalle procure nell’errata convinzione che queste siano immutabili e certe.

E’ il processo mediatico, che per le sue sentenze impiega il tempo di un atto processuale spesso dovuto e presso il quale non è ammesso alcun appello. Nemmeno quando, dopo anni di udienze e tonnellate di prove, la sentenza del vero processo accerterà l’innocenza dell’indagato. Con l’evidente rischio, non solo di negare il principio di innocenza a chi di volta in volta è indagato, ma anche di fornire agli stessi accusati la facile scusa del martirio mediatico, per sua natura idoneo a condizionare il giudizio dei magistrati che su quegli stessi imputati dovranno poi pronunciarsi.

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Copyright foto di copertina: http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/04/22/news/_meno_attacchi_in_cambio_di_soldi_indagato_a_palermo_paladino_della_tv_antimafia-138180401/

 

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