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ROSARIO LIVATINO: IL “GIUDICE RAGAZZINO”

Ventisei anni fa veniva brutalmente assassinato dalla mafia il giudice catanese Rosario Angelo Livatino, meglio noto come il giudice ragazzino. Così l’aveva ingenerosamente battezzato l’ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga un’esternazione fuori luogo, soprattutto se proveniente dalla più alta carica dello Stato.

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“Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta”. Queste le ingiustificate parole di Cossiga.

Laureatosi in Giurisprudenza a soli 22 anni, il giudice ragazzino, così com’era stato soprannominato per la sua giovane età, iniziò subito la sua brillante carriera vincendo il concorso da vicedirettore presso la sede dell’Ufficio del registro di Agrigento dove restò dal Dicembre del 1977 al Luglio del 1978.

In quegli anni riuscì anche a realizzare il suo sogno, superando con successo il concorso in magistratura e ottenendo il posto a Caltanissetta come uditore giudiziario. Passò poi al tribunale di Agrigento, dove per 10 anni: dal 29 settembre 19779 al 20 agosto 1989, ricoprì il ruolo di sostituto procuratore della Repubblica, occupandosi delle più delicate indagini antimafia.

Durante la sua attività Livatino, aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della criminalità organizzata, soprattutto tramite lo strumento della confisca dei beni e dei patrimoni illeciti dei capo-clan. Portò alla luce quella che in seguito sarebbe esplosa come la Tangentopoli siciliana, concentrando le sue indagini prevalentemente sugli interessi economici della mafia, portando alla luce innumerevoli intrecci tra mafia, stato, e massoneria. La sua attività morale e la sua sete di giustizia erano naturalmente in contrasto con il clima che si respirava negli ambienti giudiziari della Sicilia di quegli anni.

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Rosario Livatino fu ucciso in un agguato mafioso, la mattina del 21 settembre 1990 sul viadotto Gasena lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta mentre – senza scorta e con la sua Ford Fiesta amaranto – si recava in tribunale. Sono stati individuati e condannati per la sua morte sia gli esecutori che i mandanti dell’agguato, grazie al supertestimone Pietro Ivano Nava, di Sesto San Giovanni.

Nava sopraggiunse poco dopo lo speronamento dell’auto del giudice e assistette inorridito alla sua disperata fuga nella campagna, dove uno dei sicari lo raggiunse sparandogli a bruciapelo un colpo nella bocca. 

Gli atti processuali affermano che Livatino venne ucciso dalla Stidda agrigentina, all’epoca nuova associazione criminale, e che scelse il giudice come prima vittima, sia per punire un uomo di legge rigido e incorruttibile sia per dimostrare agli antagonisti di Cosa Nostra, la propria determinazione e il desiderio di autonomia.

Come esecutori dell’omicidio sono stati individuati Paolo Amico, Domenico Pace, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro, tutti condannati all’ergastolo con sentenza definitiva.

Il 16 ottobre 2001 la Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo per Salvatore Gallea e Salvatore Calafato accusati di essere i mandanti dell’omicidio.

Rosario Livatino era un uomo giusto nonché un fervido cattolico, ogni mattina entrava in chiesa per pregare ed era restio ad apparire sotto i riflettori.

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“Un martire della giustizia e indirettamente della fede”, così lo definì Papa Giovanni Paolo II, il quale dopo aver incontrato in maniera privata Rosalia Corbo e Vincenzo Livatino, anziani genitori del giudice ragazzino, rimase profondamente turbato.

Questo stato d’animo si sarebbe trasformato, di lì a poco, nell’anatema contro la mafia pronunciato nel 1993 durante la sua visita pastorale in Sicilia. Nello stesso anno, l’arcivescovo di Catania Luigi Bommarito, già vescovo di Agrigento, ha incaricato Ida Abate, che fu insegnante del giudice, di raccogliere le testimonianze per la causa di beatificazione.

Il 19 luglio 2011 è stato firmato dall’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, il decreto per l’avvio del processo diocesano di beatificazione di Livatino, aperto ufficialmente il 21 settembre 2011 nella chiesa di San Domenico di Canicattì.

Emanuele Cerrito

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