CULTURA

UNA NOTTE A SPACCANAPOLI

Sono con due amici a Spaccanapoli. É l’una di notte e stiamo tornando a casa. Stasera abbiamo deciso di non fare tardi nonostante sia estate, perché domani dobbiamo studiare. La sessione estiva incombe e ai professori importa poco del nostro bisogno di vita sociale. Siamo usciti per una birra in compagnia, con la speranza di trovare un po’ di ristoro dal caldo afoso delle case. Adesso però è il momento di rincasare e l’ansia sta salendo come ogni sera al momento del rientro.

Il chiasso di piazza Bellini è già lontano ed oltre piazzetta Nilo Spaccanapoli, Napoli diventa una “selva oscura”:  buia, desolata e silenziosa.

Eppure é la stessa strada che di giorno si presenta straripante di vitalità e colori, gente espansiva, a volte, fino all’invadenza, musica popolare capace di suscitare divertita perplessità nei turisti e profumi accattivanti.

Probabilmente abbiamo sbagliato a fare questo percorso, ma le alternative erano via dei Tribunali e Corso Umberto che di certo non offrono situazioni migliori. Sto pensando a questo, quando un motorino fa un’inversione ad “U” davanti a me e ai miei amici e si ferma a pochi metri da noi.

L’uomo che gli sta in sella può avere una cinquantina d’anni.

La poca luce proiettata sulla strada viene da un lampione molto distante dalla posizione in cui mi trovo e mi è difficile mettere bene a fuoco la figura.

C’è qualcosa che luccica tra le sue mani e che lui agita freneticamente, ci metto alcuni secondi a realizzare che si tratta di una pistola. Mi assale un forte senso di sgomento.

Non riesco a capire se ad agitarmi  sia più la paura che prema il grilletto nei movimenti convulsi che fa o l’incredulità di trovarmi in una situazione che ho tanto temuto ma non avrei mai pensato di dover vivere davvero.

Ci urla di dargli i cellulari e si avvicina ancora un po’. Adesso posso vedere il volto incavato e gli occhi spiritati. Il suo sguardo non trasmette cattiveria ma follia, il che è peggio perché aggiunge il fattore “imprevedibilità”ad ogni sua azione.

Ha un’ espressione a metà tra il desiderio di portare a termine il colpo e il timore che passi qualche volante della polizia.

Io e i miei amici proviamo a protestare, a dire che siamo semplici studenti. Non é il coraggio a farci parlare ma l’ incredulità. É proprio una di quelle situazioni in cui l’unico pensiero che si staglia nella mente é: “davvero sta succedendo? Davvero sta accadendo a me?”.

Il tempo é poco per cercare di razionalizzare. Vorrei dirgli che del mio cellulare non mi importa molto perché non vale tanto, ma il fastidio sarà doverlo ricomprare e spendere soldi non previsti.

Vorrei fargli sapere che faccio parte della maggioranza di fuorisede consapevole di chiedere sacrifici alla propria famiglia con la speranza di poterla ripagare un giorno raggiungendo un posto dignitoso nella società. Vorrei urlargli che se per ammortizzare questa spesa in più, che il suo furto mi ha procurato e sentirmi un po’ meno in colpa nei confronti dei miei genitori, dovrò evitare lo shopping che ero intenzionata a concedermi per l’estate.

Alcuni ragazzi della mia età per ricomprarsi un telefono devono risparmiare sul cibo.

Vorrei raccontargli tutti i miei tentativi di difendere Napoli dalle critiche e quanto le persone come lui la rendano indifendibile, di come io stessa, pur essendo innamorata della città, mi senta sempre più stretta ed in pericolo per le sue strade.

Vorrei domandargli se gli pare logico che tra gli argomenti di conversazione di noi ragazzi ci siano i furti subiti da ciascuno, che viviamo con la consapevolezza che prima o poi toccherà a tutti.

Vorrei chiedergli come comportarmi con mia madre: raccontarle l’accaduto e spaventarla pur sapendo che non potrà fare niente per evitarmi questi incontri o nasconderle tutto e sentirmi falsa? Vorrei dirgli tante cose, ma non è facile farlo con una pistola puntata contro.

Ora, si è preso il suo bottino e mentre lo vedo andar via,  rimango sola, con  le mie parole non dette, nel buio di Spaccanapoli.

Antonella Fortunato

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