CULTURA

Il misterioso legame tra Alchimia e Pittura

Tra tutte le forme d’espressione dell’ingegno umano, la pittura e l’alchimia, sono indubbiamente tra le più diffuse lungo tutto il corso della storia. Ma il legame che unisce pittura ed alchimia, va oltre la loro semplice diffusione nel tempo e rivela qualcosa di inaspettato e sorprendente allo stesso tempo. Dal punto di vista storico, però, la sorte di queste due attività è stata profondamente differente: da un lato infatti la pittura, sin dal tempo in cui l’uomo ha cominciato a farne uso, è risultata essere ben vista ed apprezzata in ogni epoca. Mentre l’alchimia, dal canto suo, non ha sempre goduto della medesima considerazione essendo stata spesso oggetto di critica da parte degli scettici ed in alcune epoche, persino oggetto di censura.

L’inaspettato legame che unisce alchimia e pittura, trova basi solide su cui poggiarsi e motivazioni che rivelano punti in comune che affondano le proprie radici a metà tra realtà e mitologia. Entrambe le arti, infatti, richiedono precise conoscenze tecniche, posseggono regole proprie e propri obiettivi e sono da sempre considerate “ars”. Senza considerare poi il legame che entrambe possono vantare con la mitologia ed il mondo dell’occulto visto che la pittura è stata da sempre il mezzo per raffigurare le effigi delle divinità e che, proprio alcune di tali divinità, sono spesso state ricondotte ai principi alchemici.

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Esempio di “bellezza ermafrodita”: Caravaggio – Fanciullo con canestro di frutta, olio su tela, Galleria Borghese – Roma.  Fonte: http://www.francescomorante.it

Ma è proprio quella storia che, cosi tante volte, ha rinnegato la credibilità dell’alchimia preferendo invece la credibilità della pittura a rivelare il legame che ha unito in alcune epoche questi ambiti del sapere. Nel Rinascimento, infatti, epoca nella quale non solo la pittura viveva un tempo di rinnovamento ma pure l’alchimia era divenuta vera e propria scienza, gli artisti cominciarono ad avvicinarsi a quelle conoscenze alchemiche divenute meno rare e più diffuse nella realtà culturale del tempo. Tuttavia, gli artisti interessati ad elementi innovativi nelle loro opere,  non si interessarono all’alchimia tanto per la ricerca della mitologica pietra filosofale, quanto più, invece, per quel che riguardava la ricerca della perfezione e del bello che, quasi mutuando uno dei principi alchemici, ritenevano essere un misto di elementi diversi ed al contempo opposti.

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Esempio di “bellezza ermafrodita”: Leonardo – La Gioconda, olio su tavola di pioppo, Museo del Louvre – Parigi. Fonte: http://imgc.allpostersimages.com

Tale convinzione, si tradusse così nella elaborazione di figure che rappresentavano una bellezza, risultato della fusione di elementi maschili e femminili. I soggetti vennero quindi ad essere sempre più vicini alla fisionomia del mitologico “androgino”, concreta raffigurazione del canone di bellezza di quel tempo.

D’altronde, la stessa mitologia antica conferma questo legame intimo tutto incentrato sulla ricerca della perfezione e sulla figura dell’androgino: ci riferiamo, in particolare, al mito della ninfa Salamace, follemente innamorata del bellissimo Ermafrodito, figlio di Hermes e Afrodite. E non è affatto un caso che il legame consacrato alla ricerca della perfezione, veda figurare come anello di congiunzione tra pittura e alchimia, il dio greco Hermes, da un lato padre del bellissimo Ermafrodito e dall’altro unanimemente ritenuto come padre e protettore del sapere alchemico in quanto protettore della conoscenza.
Se tutte queste opzioni possono sembrare suggestioni o piacevoli fantasie, a confermare un legame che nel Rinascimento si diffuse ben più di quanto si possa pensare, ci pensano alcune opere le quali, seppure non presentano apparentemente elementi riconducibili all’alchimia, quantomeno rivelano che quei canoni alchemici e quelle riflessioni erano conosciute dai pittori. Basti pensare ad alcune figure dipinte da Botticelli o Leonardo da Vinci i quali, raffigurano spesso i propri soggetti con sembianze ermafrodite. Fino ad arrivare ad un opera, meno conosciuta agli occhi del grande pubblico, ma ricca di allegorie e significati metaforici riconducibili al mondo alchemico: il quadro in questione è il “Giove che dipinge farfalle” (Olio su tela, 111,3 x 150 cm, Castello di Wawel – Cracovia) dell’artista cinquecentesco Dosso Dossi, attivo in particolare presso le corti di Ferrara. Per approfondire il senso di tale opera, vistate la rubrica Metisarte nella nostra sezione cultura (http://metismagazine.it/?p=3231&preview=true).

Tale dipinto, raffigura l’atto della creazione, da parte di Giove, di un gruppo di farfalle e sulla scena si collocano assieme al Dio Giove anche Hermes ed una donna. Hermes, protettore delle arti alchemiche e la farfalla, simbolo della trasformazione che pure gli alchimisti inseguivano attraverso i loro studi, rivelano la volontà dell’artista di appropriarsi di qualcosa di più del semplice canone alchemico di bellezza raffigurando in modo allegorico una serie di conoscenze che altro non sono che il frutto di studi di matrice alchemica.

E seppure a primo impatto si resta stupiti nel notare i tanti legami tra pittura ed alchimia, le somiglianze che le uniscono sono spesso semplici e tali da poter essere notate quasi ad occhio nudo. D’altronde, proprio come dall’intreccio di sostanze diverse gli alchemici facevano nascere le proprie sostanze nel tentativo di arrivare alla pietra filosofale o alla formula per trasformare i materiali in oro, così anche gli artisti, unendo le proprie conoscenze, i colori e le forme riuscivano a creare un unicum che veniva ad essere la sintesi di tutti quei diversi ma imprescindibili elementi che essi adoperavano. In effetti, anche questa, altro non è che l’ennesima traccia di un legame ben nascosto agli occhi di chi guarda ma non per questo meno intenso o penetrante di altri.

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