CULTURA

I ” NONLUOGHI ” DI MARC AUGÈ

In “Nonluoghi”, forse la sua opera più famosa, l’antropologo francese Marc Augé ci parla di quanto sia ancora grande la capacità di seduzione dei “luoghi di vita” prodotti da una storia più antica e più lenta, dove le storie si incrociano e si mescolano, le parole si scambiano e le solitudini si dimenticano per un istante.

Strarobinski li definisce indicatori del tempo che passa e sopravvive.

 “Perdurano come le parole che li esprimono e li esprimeranno ancora”.

Anche e soprattutto oltre ogni retorica della iper-narrazione turistica del tempo contemporaneo.

I luoghi relazionali, storici, “caldi” come li definirebbe Levi Strauss, trovano il loro opposto nei “nonluoghi”: autogrill, aeroporti, grandi magazzini, finanche hub creativi sorti nel bel mezzo del nulla, tutti spazi effimeri e delle utopie banali, spesso senza anima e mai totalmente compiuti perché prodotti di continuo da una modernità vorace e superficiale.

Secondo Augé, quindi, seppur senza una contrapposizione netta, da una parte ci sono i “nonluoghi”, spazi privi di identità, frequentati da individui soli che rischiano di diventare ‘’utenti”; dall’altra i luoghi esistenziali, spazi antropologici dove si consumano di continuo esperienze relazionali tra le persone ed il mondo. E dove il corpo sociale è organico e non sfilacciato come nei “nonluoghi” dove, invece, trionfano esclusivamente la circolazione di merci e persone, il consumo compulsivo e la comunicazione simil-pubblicitaria.

Nonostante nella società contemporanea oramai i luoghi e “nonluoghi” si compenetrino reciprocamente, ogni volta che visitiamo un “nonluogo” dell’anonimato, quando facciamo una esperienza “fuori-territorio”, magari per fare un acquisto, prenotare o fare un viaggio o partecipare ad un evento, l’unico rimedio è ancora il ritorno a casa, nel luogo del senso, dove è possibile sperimentare un destino comune e “leggere le inscrizioni della storia collettiva”.  Dove, come diceva Baudelaire:

“Con il mento sulle mani, dall’alto della mansarda, è possibile vedere l’officina che canta e che chiacchiera, i comignoli e i campanili, gli alberi della nave-città, e i grandi cieli che fanno sognare l’eternità”.

 

Massimiliano Selvaggi

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