EPATITE C: IN VIAGGIO VERSO LA CURA

Viaggiare per potersi curare a prezzi più economici e per poter avere accesso a tutti quei medicinali che il Sistema sanitario nazionale non ritiene di dover rimborsare.

E’ la nuova, tragica tendenza che sta portando migliaia di Italiani, affetti da Epatite C, a partire alla volta dell’India, nazione che pare essere diventata una vera e propria panacea farmaceutica.

Qui, infatti, l’Harvoni e il Solvadin, i nuovi e potenti farmaci brevettati dalla casa farmaceutica Gilead e la cui assunzione porta tassi di guarigione pari al 98%, non solo possono essere acquistati( sotto forma di generico ndr) in qualsiasi farmacia, ma anche a prezzi molto più contenuti.

In Italia, secondo i criteri di priorità stabiliti dall’Aifa( Agenzia Italiana del Farmaco), l’Harvoni e il Solvadin possono essere dati solo a pazienti con un grado di Fibroscan, il macchinario in grado di valutare le condizioni del fegato e quindi il progredire della malattia, pari ad F3, garantendoli, quindi, solo a soggetti di gravità medio-alta.

HARVONI

Ma cosa ne è di tutte quelle persone che, nonostante non siano in fin di vita, hanno la voglia e la determinazione di guarire?

Le risposte più esaustive le si possono leggere su tutti quei forum e gruppi di supporto, nati sui social-network, attraverso i quali le persone affette da Epatite C, non solo posso entrare in contatto e sostenersi a vicenda ma riescono anche, con estrema facilità, ad ottenere informazioni da parte di chi ha rischiato il tutto per tutto ed ha acquistato un biglietto aereo per l’India, dove il prezzo di questi farmaci scende vertiginosamente.

Si passa, infatti, dai 27.500 euro a flacone, per una cura che ne contempla da un minimo di 3 a un massimo di 6, alle circa 2000 euro per il trattamento completo della durata di 6 mesi.

Nonostante la trafila burocratica, in vista della partenza e, soprattutto, del ritorno, non sia tra le più semplici, dato che atterrare con i farmaci in Italia potrebbe comportare, alla dogana, il sequestro della cura stessa, la voglia di guarire è talmente grande che sono in molti ad avere già adottato questa soluzione.

La maggior parte di questi pazienti itineranti afferma, poi, di aver contratto il virus in modo casuale e di non essere stato a conoscenza del proprio stato di salute per diversi anni.

Non era raro, infatti, tra gli anni ’70 e ’90, essere contagiati, pur non avendo avuto atteggiamenti a rischio, attraverso sacche di sangue infette o strumenti medici non sterilizzati. 

La rabbia del non poter accedere ad una cura salva vita, quindi, deriva non solo dalla mancata tutela dello stato ma anche da questo, determinate, fattore.

Sono diverse le cliniche indiane specializzate in malattie epatiche e, nonostante a maggio 2016 le autorità indiane abbiano riconosciuto il brevetto sui farmaci alla Gilead, consentono, comunque, di poter acquistare i generici ai costi sopra indicati.

La trafila standard consiste nel prendere contatto con una di queste cliniche e fissare un appuntamento, almeno, un paio di mesi prima di arrivare in India.

Tra le mete più consigliate ci sono, soprattutto, le gradi città come Mumbai e Nuova Delhi, ma se si fanno ricerche più approfondite si scoprono centri d’eccellenza anche in località meno conosciute.

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La maggior parte degli epatologi e degli infettivologi che si occupano di prescrivere il farmaco hanno studiato o in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, tornando successivamente in patria e specializzandosi nella cura dell’epatite C.

Tutti i centri più moderni, poi, obbligano i pazienti italiani a ripetere le analisi e a sottoporsi al fibroscan presso la propria struttura, al fine di avere un quadro completo della situazione medica dei soggetti, pur non essendo, in questo caso, lo stadio della malattia determinante al fine dell’ottenimento della cura.

Alcuni turisti della salute, però, hanno affermato che è possibile ottenere il farmaco anche senza rivolgersi ad una clinica ma, direttamente, nelle farmacie cittadine.

Per completare le visite mediche ed avere la cura completa, la cui durata viene stabilita in base al genotipo e allo stadio della malattia, occorrono circa 4 giorni, durante i quali, dopo aver concluso il regolare iter, i pazienti si tramutano in turisti.

Non tutti, però, partono per l’India a cuor leggero. In molti, infatti, hanno perplessità nel doversi spostare in un posto così lontano e nutrono dubbi riguardo la reale efficacia del farmaco made in Asia.

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Per venire loro incontro e aiutare chi, nonostante abbia la voglia di partire, non ha i mezzi per poter organizzare in autonomia la propria vacanza medica, sono nate diverse e svariate associazioni che hanno il fine di snellire le pratiche burocratiche ed aiutare, quante più persone possibili, ad accedere al farmaco.

Una di queste è Arimedio, società nata in Francia e fondata da 4 ragazzi che avevano come obiettivo quello di aiutare un loro caro amico ad ottenere la cura.

In poco tempo Arimedio è diventata non solo una grande realtà ma anche una delle agenzie più richieste, attraverso la quale è possibile, persino, inviare ad un medico indiano le proprie cartelle mediche circa un mese prima di arrivare in India, in modo da ridurre, ulteriormente, i tempi di permanenza.

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Una piccola rivoluzione, quindi, ma anche un grosso segnale per tutti quelle multinazionali che hanno fatto della medicina un vero e proprio business e che, pensando più al profitto che alla salute, hanno reso il diritto alla cura un affare da ricchi.

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Copyright foto:

www.arimedio.it

www.medicisenzafrontiere.it

www.saluteokay.com

www.notiziariochimicofarmaceutico.it

 

Valentina Nesi

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