CULTURA

IL BATTELLO EBBRO, RIFLESSIONI SULL’OPERA DI ARTHUR RIMBAUD

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Io so i cieli che scoppiano in lampi, so le trombe

le correnti e riflussi: Io so la sera e l’Alba

che si esalta nel cielo come colombe a stormo;

e qualche volta ho visto quel che l’uomo ha sognato

Le Batteux Ivre, Rimbaud

 

Già a diciannove anni,  Arthur Rimbaud, poeta francese vissuto nella seconda metà dell’ 800, aveva scritto molti dei suoi capolavori che hanno contribuito a renderlo uno dei poeti francesi più importanti della storia della letteratura mondiale. I suoi capolavori li scrisse dai sedici ai diciannove anni, poi più nulla, l’oblio, la dimenticanza. Poeta maledetto e sensibile ai richiami di qualunque tipo di vizio, Rimbaud ha esplorato l’animo umano in forme poetiche fino ad allora sconosciute. L’esaltazione del vizio, delle visioni date da stati alterati di coscienza (raggiunti attraverso l’uso di sostanze allucinogene per lo più n.d.r.), hanno creato la leggenda attorno a cui, ancora adesso, ruota una sorta di universo parallelo, estraneo alla sua produzione poetica e incentrato, invece, sulla sua esperienza di vita personale. Il mito diviene emblema e la strumentalizzazione è facile da raggiungere.

 

dfbb2-rimbaud-bateau-ivre-mur-rue-ferou-9Una delle poesie più emblematiche di Rimbaud è sicuramente Il Battello Ebbro. Questa lunga composizione altro non è che un viaggio nell’ignoto della coscienza, delle tempeste dell’inconscio stimolato dallo slancio poetico e da sostanze psicotrope. Rimbaud lasciandosi sopraffare dagli effetti delle sostanze allucinogene ne esalta le sensazioni negando ogni legame con la realtà. Ed è proprio questa la meta, la destinazione e l’itinerario del suo viaggio solitario.

 

Nei primi versi dell’opera, si scorge una figura solinga a bordo di un battello senza equipaggio. E’ ovviamente Rimbaud, che non si cura di avere o meno un equipaggio, vuole solo essere trasportato dolcemente per il fiume dalle acque turchesi, acque esotiche, delle lontane Americhe. Ma, la suggestione più forte, che permea l’intero componimento è il concetto di noncuranza. Egli, non si cura di essere da solo trasportato da chissà quali maree, non si preoccupa di non avere una meta precisa, poiché la sua meta non è nella realtà ma nell’ irrealtà. È una sorta di processo di purificazione, l’autore infatti, come il battello privo di guida, non si degna della realtà e delle sue leggi per andare avanti nel suo viaggio, ma si lascia abbracciare e trascinare dal viaggio stesso per non contrastarne l’evoluzione. Un viaggio subìto, quello del protagonista, una sorta di avventura inconsistente, un viaggio nelle alterazioni dell’anima, pervaso dalla solitudine e dalla gioia di estraniarsi dalla società. In questo abbandono completo alla maree, ad un certo punto, l’acqua fa capolino nel battuto e lo ripulisce dal vomito, come i ricordi che sporcano l’anima, lasciato dagli uomini di un equipaggio che non sappiamo se ci sia stato veramente, ma che sappiamo essere elementi della vita reale, il ricordo di una realtà dalla quale si vuole fuggire.

 

Più dolce che ai fanciulli qualche acida polpa, 
L’acqua verde filtrò nel mio scafo di abete 
E dalle macchie rosse di vomito e di vino 
Mi lavò, disperdendo il timone e i ramponi.

Da allora sono immerso nel Poema del Mare 
Che, lattescente e invaso dalla luce degli astri, 
Morde l’acqua turchese, dentro cui, fluttuando, 
Scende estatico un morto pensoso e illividito;

 

Poi, con molta precisione, Rimbaud riesce a descrivere i mari del nord, i Maelstrom e rimpiange la sua Europa. Rimpiange la realtà e vorrebbe ripercorrere il tragitto inverso, ma ormai non può che continuare a cedere a tanto forti languori. Descrivendo dettagliatamente il paesaggio circostante, Rimbaud non fa altro che descrivere il suo paesaggio interiore fatto di terrori, bellezze inquietanti e paure togliendo alle figure la loro dimensione fisica. Tutto diviene evanescente, proprio come la nostra vita se ci fermiamo ad analizzarla attraverso i ricordi. Una sorta di sogno fantasmagorico, fatto di ebrezza e sorrisi, pianti, dolori.

Arthur Rimbaud di Jean Cocteau

Arthur Rimbaud di Jean Cocteau

 

Nel viaggio di Rimbaud verso la libertà, la morte è vista come una delle possibili soluzioni, e sicuramente come la soluzione più estrema per poter continuare ad esplorare l’irrealtà da vero e proprio protagonista. Consapevole, egli, di poter solo con la morte continuare un viaggio ancora più importante, un viaggio evanescente, senza la disturbante presenza della realtà. Non si ucciderà, non morirà. Ma sarà, come egli si definisce, un veggente, che  viaggiando esplorerà il futuro, il presente, il passato, poiché solo nel viaggio non esistono confini, lo spazio e il tempo si dilatano, poiché noi, nel mentre, siamo sempre alla continua ricerca di qualcosa, senza sapere bene di cosa. Nella ricerca il tempo non conta, e persino la morte non può essere temuta, ma può essere considerata solo come la porta d’accesso ad un viaggio più importante.

Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole

Dai cieli deliranti aperti al vogatore:

È in queste notti immense che tu dormi e t’esili

Stuolo d’uccelli d’oro, o Vigore futuro?

 

Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.

Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro:

L’acre amore mi gonfia di stordenti torpori.

Oh, la mia chiglia scoppi! Ch’io vada in fondo al mare! 

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