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Intervista alla scrittrice Helene Stapinski

Helene Stapinski è una scrittrice, giornalista, moglie e madre statunitense. È nata a Jersey City da una famiglia di immigrati polacchi e italiani, come possiamo leggere tra le pagine del suo libro Five-Finger Discount. Questo libro è un eccezionale ritratto di famiglia dipinto in bianco e nero, e racconta la storia di un uomo di malaffare, il nonno dell’autrice.

110914-f-five-20pFive-Finger Discount è il primo libro della Stapinski ad aver avuto un incredibile successo di vendite e critica. Possiamo considerarlo come il ricordo della perdita della purezza dell’infanzia. Riportando l’incipit del best-seller si può leggere: “La notte in cui mio nonno cercò di ucciderci, io avevo cinque anni, l’età in cui iniziai a non credere più a Babbo Natale, ad andare all’asilo e ad avere amici reali piuttosto che immaginari”. 

Michiko Kakutani, del New Your Times, ha scritto, a proposito del libro della Stapinski : “A tratti divertente e allarmante, tumultuoso e opprimente, il libro della Stapinski gratta la superficie come qualcosa di Damon Runyon e Elmore Leonard, con un scura risacca di dolore e disillusione per la vita reale”.

 Cosa significa per lei la parola “criminalità”?

Io penso che la parola “criminalità” sia generalmente usata per descrivere un determinato gruppo di persone predisposte a commettere crimini. Ciò può avere anche un’accezione di discriminazione razziale e sociale. Mentre stavo facendo ricerche per il mio nuovo libro, The concubine of Basilicata, ho studiato l’atteggiamento delle persone nei confronti degli italiani in America, soprattutto durante il 1800 e l’inizio del 1900, periodo in cui la mia famiglia è emigrata. Ero scioccata nel vedere quali e quante numerose discriminazioni c’erano nei confronti degli italiani, in particolar modo, verso quelli del sud. Ho studiato il lavoro di Cesare Lombroso, un dottore che, proprio nel periodo di riferimento, dichiarò che gli italiani del sud erano più predisposti ai crimini, rispetto ad altri immigrati in America. È stato davvero inquietante guardare attraverso le lenti delle persone che consideravano gli italiani in quel modo. Nel 1920, quando le leggi che regolavano le immigrazioni sono state modificate, è stata un’impressione generale che queste modifiche volessero impedire il flusso di immigrati italiani verso l’America. Quest’attitudine permane tutt’oggi, con l’idea della Mafia, che è un po’ sbiadita con l’influenza di altre associazioni a delinquere come la mafia cinese e quella russa. Quindi penso che l’immagine degli italiani come tutti “mafiosi”, stia perdendo attrattiva come luogo comune, soprattutto negli Stati Uniti. Dopo tutto, ci sono milioni e milioni di famiglie italiane che lavorano duramente negli U.S.A. e che non hanno mai avuto a che fare con la mafia o con altri tipi di criminalità. Sfortunatamente, la mia famiglia non faceva parte di queste. La ricerca che ho fatto sugli italiani, a cavallo dei due secoli, mi ha aiutato a comprendere l’odierna situazione in America, per la questione dei migranti Messicani e i rifugiati del Medio Oriente. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, mettere insieme gruppi di persone e dire che sono cattive. È semplicemente ridicolo. Donald Trump ha costruito la sua campagna elettorale sulla paura verso i migranti, chiamando i messicani criminali e violentatori e chiedendo un divieto di ingresso per i rifugiati musulmani. Io penso che ciò che Trump sta professando lo sta rendendo popolare tra i cittadini meno scolarizzati e razzisti. Ma penso -e spero- che il suo razzismo sarà la causa del suo declino. Devo sperare (e pregare!) che gli americani valgano di più di tutto questo.

 Come è stato scrivere una storia di criminalità sulla sua famiglia, e perché lei ha C_0314sentito il bisogno di raccontarla?

Non è stato facile ripescare tutti questi brutti ricordi e storie così negative. Ma ho realizzato -come scrittrice- che questa doveva essere la mia storia da raccontare. Era la mia famiglia, nel bene e nel male e queste storie erano la mia eredità. Ad alcune persone vengono lasciate in eredità argenti splendenti e lenzuola raffinate. Invece, tutto ciò che io ho ricevuto sono state queste storie. Quando ero all’università, alla Columbia, laureandomi in scrittura creativa, non avevo alcun interesse a scrivere queste storie. Sono saltate fuori mentre mi esercitavo a casa. Tutte le volte che scrivevo una di queste storie (molte sono poi diventate dei capitoli inFive-Finger Discount), il mio professore ne fu entusiasta e mi disse: “Hai del materiale stupefacente!”. Ho capito che lui aveva ragione solo due anni prima di laurearmi. Era davvero dell’ottimo materiale, e come scrittrice, dovevo per forza partire dal materiale che faceva già parte di me. Inoltre, quando ho iniziato a scrivere il libro, tutto ciò per me è diventato come una terapia. Non avevo mai realizzato quale prezzo avesse dovuto pagare la mia psiche mentre stavo crescendo. Ma, quando ho scritto il libro, sono stata capace di rielaborare tutto. Per esempio, io sono una persona molto diffidente  verso chi incontro per la prima volta e penso che questo sia dovuto proprio alla tumultuosa infanzia che ho vissuto. Ci vuole molto tempo affinché io possa fare nuove amicizie, fidarmi delle persone e ciò è la conseguenza del mio passato.

 Jersey City era il “posto dove tutto poteva succedere”. In questa città di possibilità per i migranti provenienti da tutto il mondo, qualcosa è andato storto. Alcuni di loro hanno scelto la via del crimine, della truffa. Per esempio Richard Kuklinski, il più famoso sicario della mafia, è nato e cresciuto proprio a Jersey City. Quale è stata, secondo lei, il leitmotiv del crimine in questa città, quale il suo background?

Jersey City era una città di immigrati, penso che molta parte dello stile di vita del posto sia il frutto della mescolanza di diverse culture. Per esempio, i politici di spicco di Jersey City sono stati per lo più irlandesi e la struttura del sistema, basato sulle raccomandazioni, proviene direttamente dalle

Jersey City Dow

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cittadine irlandesi di cui le persone erano originarie. Tutte queste diversità sono state piantate qui in un nuovo terreno e hanno contribuito allo sviluppo del carattere peculiare di Jersey City. Penso che l’idea di ricominciare a vivere in una terra dove “tutto era possibile” (l’America), ha dato ai politici la libertà di portare la corruzione ad un nuovo livello. Una sorta di super corruzione, basata sul concetto, tutto americano, di successo. Così, in molte città americane si ha questo “Boss System”, ma non solo a Jersey City, anche in città come New York e Chicago. La popolazione di Jersey City non era molto numerosa, quindi questo sentimento di “arraffare tutto ciò che si poteva prendere” scorreva nelle vene di tutti i cittadini. Se il sindaco stava rubando, perché non avresti dovuto farlo anche tu? Era una sorta di rito di iniziazione. Questo modo di pensare esiste ancora. Uno dei miei cugini, alcuni anni fa, è stato arrestato per aver preso delle mazzette. Tutti quanti lo facevano, quindi perché non avrebbe dovuto farlo anche lui? Si pensa che quando i leader sono corrotti, va bene che tutti lo siano. Questa è la filosofia di Jersey City.

 L’uso dell’umorismo nel suo libro è ricorrente. Perché ha scelto questo stile, pur trattando un argomento per nulla divertente?

Tutti a Jersey City hanno un ottimo senso dell’umorismo perché senza di esso non credo che si possa sopravvivere in quella determinata realtà. Molte delle persone con cui sono cresciuta erano divertentissime. Quando ero all’università, ho conosciuto un collega scrittore che era così divertente che subito abbiamo fatto amicizia. Anche lui era cresciuto a Jersey City. È  davvero una realtà difficile dove crescere, ed essere in grado di riderci su, aiuta la gente ad andare avanti. Inoltre, io non ho scelto l’umorismo, è semplicemente la mia voce, il mio modo di approcciare alla realtà. Quindi se il libro è divertente, non lo è per l’argomento che tratta, ma è semplicemente perché questo è il modo in cui io parlo alla gente. Recentemente ho riletto il mio libro e penso sia più triste che divertente, anche se mi ha fatto ridere parecchio in un paio di occasioni.

 Mentre si scorrono le pagine del libro, il lettore si trova in un universo parallelo. Lei riesce a raccontare al lettore della sua famiglia e delle conseguenze del comportamento di suo nonno. Si possono facilmente comprendere i sentimenti di tutti i personaggi, ma come era realmente vivere con un criminale?

È stato davvero esasperante e spaventoso. Ero molto giovane a quel tempo, e penso di aver interiorizzato molte delle paure insite nei ricordi di quel periodo. Mia sorella e mio fratello erano più grandi di me e penso che loro abbiano vissuto la situazione in una maniera peggiore. Adesso, Five-Finger Discount sta diventando un documentario per la TV pubblica. Nel film, il regista intervista sia mia sorella, sia mio fratello. Loro descrivono dettagliatamente come è stato quando mio nonno è uscito di prigione dopo aver tentato di ucciderci. Egli aveva l’abitudine di stare in piedi per strada, di fronte al nostro appartamento e guardare verso la finestra. I miei fratelli supponevano che mio nonno fosse riuscito a procurarsi un’altra pistola. Nel film loro raccontano di quando, giorno e notte, controllavano, attraverso i buchi delle persiane della finestra, se il nonno fosse per strada. Ascoltandoli ho iniziato a piangere. Non avevo mai sentito questa storia e ho capito solo allora la loro reale paura, che era molto più forte della mia.

Come ha fatto la tua famiglia ad andare avanti? I suoi familiari sono mai stati vittime di pubblica vergogna sentendo su di loro la colpa dei crimini di suo nonno?

Penso che abbiano superato il trauma restando uniti e aiutandosi a vicenda. Mia madre era ed è una buona madre. Lei è una persona buona e dalla morale ineccepibile e questo l’ha trasmesso anche a me e ai miei fratelli. Per anni è stata oggetto di scherzi proprio perché era la “figlia di Beansie”, ma non penso che lei se ne sia mai preoccupata. I problemi sono iniziati dopo la pubblicazione del libro e quindi quando la storia è diventata di pubblico dominio. La mia famiglia si è trovata a dover affrontare un contraccolpo non indifferente. Non è stato tanto il contraccolpo per la colpevolezza e l’associazione con Beansie. È stato per ciò che ho scritto su Jersey City. Definirla brutta e corrotta è stato facile per me, anche perché io vivo a Brooklyn. Ma mio fratello viveva a Jersey City quando il libro è uscito e mia sorella ancora lavora lì. Quindi loro hanno dovuto combattere contro i cittadini di Jersey City che odiano me e il mio libro. Mi sento in colpa solo verso i miei fratelli. Probabilmente, tornando indietro non lo scriverei. Ma i miei fratelli sono forti e molto orgogliosi di me. Hanno detto alla gente di Jersey che se non fossero stati d’accordo con quanto io avevo scritto, potevano scrivere il loro dannato libro e confutare le mie tesi. Inoltre, chi condanna il mio libro forse non l’ha nemmeno letto. Ciò che mi fa più male è che la mia famiglia debba confrontarsi con i miei detrattori, più spesso di me.

 Il suo prossimo libro sarà una storia di redenzione e parlerà di una donna accusata di

Photo by Lisa Bauso

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essere un’assassina che, grazie alle sue ricerche, è stata riabilitata. Ci può dare qualche anticipazione?

Non voglio anticipare nulla. Posso solo dire che sono stata in Basilicata dieci anni fa per cercare di trovare informazioni sull’omicidio che la mia bisnonna e il mio bisnonno avevano commesso prima di emigrare in America, nel 1892, con i loro figli. Con l’aiuto di diversi collaboratori, la scorsa estate ho finalmente trovato dei documenti. Questi mi hanno dato informazioni completamente diverse rispetto a ciò che io sapevo. Ho scoperto che Vita Gallitelli, la mia bisnonna, non aveva nulla a che fare con l’omicidio di un uomo, e che il mio bisnonno non era chi credevo che fosse. Facendo le ricerche mi sono profondamente innamorata della Basilicata, della sua cultura, del suo cibo e delle sue persone. Questo si evince molto nella storia che ho raccontato nel libro. È davvero una località speciale e ha un posto di riguardo nel mio cuore. Continuo a dire a mio marito che dovremmo comprare una casa e andare in pensione in Basilicata.

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