ATTUALITÀ

INTERVISTA A GIULIANO PAVONE: “TARANTO E L’ILVA”

Ho conosciuto il giornalista e scrittore Giuliano Pavone dapprima attraverso il suo saggio “Venditori di fumo”: utilissimo strumento, a mio avviso, per capire l’intreccio di legami che hanno coinvolto, per anni, la politica romana e tarantina e la proprietà aziendale del polo siderurgico tarantino. Poi, nei mesi scorsi, di persona, in un’affollata presentazione del suo libro presso la Libreria Campus di Bari. La gente ascoltava, chiedeva, interveniva.

Sono passati mesi, da allora. Il decimo decreto – detto Salva-Ilva – ha ulteriormente modificato il quadro normativo in materia, intervenendo sugli obblighi dei potenziali acquirenti del siderurgico. Le va di chiarire quali ne siano le novità sostanziali? Si può parlare di un’inversione di tendenza da parte del Governo in materia ambientale? O traccia un nuovo tratto nel solco della continuità?

Sebbene dal luglio 2012 – periodo in cui il sequestro (virtuale) di alcuni impianti da parte della magistratura tarantina ha portato il caso Ilva alla ribalta nazionale – si siano susseguiti tre governi diversi, la continuità dei loro provvedimenti è stata assoluta. Ed è stata una continuità ispirata a un solo imperativo: la produzione dell’Ilva di Taranto deve proseguire a tutti i costi e (aggiungo io) contro ogni regola di buon senso. Prima si è cercato di facilitare le cose alla famiglia Riva, proprietaria della fabbrica. Poi, quando i Riva sono diventati definitivamente indifendibili, si è messa l’azienda in amministrazione straordinaria, sotto controllo governativo, accumulando perdite record e rimanendo sostanzialmente fermi sotto il profilo dell’adeguamento ambientale. Si è così deciso di mettere in vendita l’Ilva ma, essendo tutt’altro che appetibile, si sta cercando di spianare la strada ai potenziali acquirenti. Il decimo decreto serve proprio a questo. Sono state ulteriormente allungate le scadenze per la messa a norma (quelle iniziali erano dicembre 2014….). Inoltre si concede ai potenziali acquirenti la facoltà di scrivere un proprio piano ambientale, in sostituzione di quello finora vigente (che peraltro ARPA Puglia ha giudicato insufficiente, calcolando che, se anche venisse applicato, continuerebbe a esporre a rischi per la salute inaccettabili ben 12mila tarantini). Infine, come se tutto ciò non bastasse, si garantisce ai potenziali acquirenti una sorta di immunità penale per le azioni connesse alla messa in pratica del piano ambientale. Insomma, a me viene in mente il titolo di un vecchio film di James Bond: “Licenza di uccidere”.

Copertina-Venditori-di-Fumo-RID-2

Esistono esempi di complessi siderurgici in cui si sia riusciti a ridurre impatti ambientali e numero di morti bianche?

Sì. Il caso più citato è quello di Linz, in Austria. In linea teorica, tutti gli impianti siderurgici possono essere riconvertiti secondo criteri di sostenibilità: basta smontarli e ricostruirli in altri luoghi, più lontani dai centri abitati (come è successo nel Bacino della Ruhr, in Germania), o cambiare il sistema di produzione mandando in pensione quello “a caldo”, basato su minerale di ferro e carbon coke, in vigore a Taranto. Ma da un punto di vista pratico le cose cambiano completamente, perché alla fattibilità tecnica bisogna affiancare la sostenibilità economica. Decenni di dibattiti e ipotesi cadute nel nulla dimostrano a mio parere che l’Ilva di Taranto può (forse) creare profitti solo se continua a produrre secondo il vecchio e mortifero sistema attuale. Se così non fosse, non si capisce perché non sia mai stata all’ordine del giorno una vera riconversione della fabbrica, ben più radicale dell’insufficiente (e ancora non attuato) piano ambientale di cui sopra.

Ilva e tumori. Ci sono evidenze del legame tra le emissioni del siderurgico e numero di decessi per tumore?

La domanda è legittima, ma trovo frustrante che sia ancora necessario rispondervi. I provvedimenti di sequestro del 2012 arrivavano proprio in seguito a delle perizie disposte dai giudici (e mai contraddette in sede giudiziaria dagli imputati) in cui si accertava in modo incontrovertibile il nesso fra inquinamento dell’Ilva e malattie (non solo tumori). Lo Studio Sentieri, poi, realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità, spiega in modo molto chiaro quanto, come e perché a Taranto ci si ammala e si muore molto di più che altrove.

Può sopravvivere la città di Taranto senza siderurgia? Si può spezzare il binomio perverso “lavoro”-“morte”.

Io rovescerei questa domanda e mi chiederei: “Sta sopravvivendo la città di Taranto con la siderurgia?”. E la risposta è no. Infatti, a fronte dell’alto prezzo sanitario ambientale che sta pagando, Taranto da almeno 35 anni non viene ripagata da alcun tangibile beneficio economico e sociale, essendo, a partire dai primi anni 80, una città povera e problematica come le altre del Sud, se non addirittura di più. Fino a un certo momento era legittimo chiedersi cosa sarebbe accaduto se, a una realtà già così difficile, si fosse tolta quella che è di gran lunga la sua principale fonte di lavoro. Ma ormai da tempo questo ragionamento non regge, ed è chiaro che se Taranto annaspa non è nonostante l’Ilva, ma proprio a causa dell’Ilva, che dà sì lavoro e denaro ma al contempo “pretende l’esclusiva”, annichilendo qualsiasi forma alternativa di sviluppo. Quindi il binomio perverso non si può, ma si deve spezzare, anzi si sarebbe dovuto spezzare già da molto tempo. E’ evidente che la parabola siderurgica a Taranto è in fase calante, e la rinascita della città passa da altri modelli di sviluppo piuttosto che da un improbabile rilancio della fabbrica della morte.

Economia a Sud. Pare che nel 2015 il Sud sia cresciuto più del Nord. I settori trainanti sono stati agricoltura e turismo. Un altro modello per Taranto è dunque possibile?

Riallacciandomi a quanto ho appena detto, rispondo che più che possibile è necessario. Taranto è fra le prime dieci province italiane per esportazione di prodotti agroalimentari: un dato che ha dell’incredibile se si pensa al danno concreto e d’immagine determinato dall’inquinamento (a Taranto vige un divieto di pascolo nel raggio di dieci chilometri dall’area industriale, mentre la tradizionale produzione di cozze è stata sfrattata da parte del Mar Piccolo, il suo alveo naturale). Se si puntasse davvero su questo settore, o se almeno non lo si ostacolasse in tutti i modi, dove si potrebbe arrivare? Anche nel turismo Taranto ha grandi potenzialità, basti pensare al Museo Archeologico, alla città vecchia e alle spiagge, sebbene il turismo di massa abbia anche degli impatti negativi che per esempio si iniziano a sperimentare in alcune parti del Salento. Agricoltura e turismo sono sicuramente due settori interessanti, per Taranto e per il Sud, ma credo che anche un’industria pulita di produzione e trasformazione non vada trascurata, considerando fra l’altro la presenza del porto e una tradizione operaia che affonda le sue radici addirittura nell’Ottocento, quando Taranto si sviluppò attorno al suo arsenale militare marittimo.

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