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Ruba Bandiera

Scrivi bandiera, e leggi: i due Maldini, Zanetti, Del Piero, Totti e prima di loro, i vari Sivori, Facchetti, Rivera; e moltissimi altri giocatori i quali, si fecero bandiera del club in cui giocavano fino a diventarne simboli intimi ed eterni anche negli anni a venire, non limitandosi ad indossare una maglia.

Il tempo di questo romantico valore, necessariamente passato, è però non solo frutto di una corretta consecutio temporum al periodo che qui precede, ma il sintomo che, causa metamorfosi genetica nella quale è incorso il calcio sotto il costante influsso dei capitali, si è lasciato per strada qualcosa: perlomeno qualche valore. Ciò che è cambiato, rispetto a quando un giocatore non era che la somma di colori e numero scevra di qualsiasi riferimento al cognome ed all’appeal extracalcistico dello stesso, sembra essere proprio il paradigma del “simbolo”, ormai liberamente acquistabile in un contesto calcistico sempre più dominato da logiche di mercato.

E questo cambiamento, che peraltro non costituisce affatto una novità, lascia in dote una domanda alla quale, per rispondere,  non basterebbero forse ore ed ore di sanguinose dispute tra tifosi e filosofi: a chi appartengono i simboli della nostra passione? Appartengono a loro stessi oppure alla tifoseria che li investe di questo importante e pesante ruolo?

In foto, Higuain alla firma nella sede della Juventus (fonte: www.tuttomercatoweb.com)

In foto, Higuain alla firma nella sede della Juventus
(fonte: www.tuttomercatoweb.com)

Chiaro che, lo spunto per questo genere di riflessione, non può che essere lo strascico di veleni lasciato dal recente passaggio del “Pipita” Gonzalo Higuain dal Napoli alla Juventus per la suntuosa cifra di 90 milioni di euro. Tanto è servito infatti, alla vecchia signora, per strappare a Napoli ed al Napoli uno dei figli calcistici prediletti e più proficui rievocando, contro la rivale di sempre, sentimenti di astio antico ed esempi più o meno illustri di passaggio della barricata.

Il passaggio di Higuain infatti, non è un caso isolato nei rapporti tra Napoli e Juventus visto che, nel passato recente e non, numerosi sono stati i trasferimenti, più o meno rumorosi, tra le due compagini: uno su tutti, quello di Josè Altafini che, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, lasciò il Napoli per trasferirsi appunto alla Juventus. Ovviamente, le cifre dell’epoca e di quel trasferimento, non erano quelle del passaggio di Higuain; ma quel gesto fu comunque sufficiente ai tifosi napoletani, sentitisi traditi dall’addio, per scomodare un grande classico della canzone napoletana e, parafrasandone il senso, addossarne di li in avanti il titolo a chi compiva lo stesso passaggio. Nasce così, in ambito calcistico, l’espressione “core ‘ngrato”, amaro mix di delusione e stupore, che da Altafini in poi ha caratterizzato molti addii dolorosi per i tifosi partenopei.

Due altri napoletani passati alla corte della Signora: Altafini e Sivori (Fonte: it.sports.yahoo.com)

Due altri napoletani passati alla corte della Signora: Altafini e Sivori
(Fonte: it.sports.yahoo.com)

 

Ma al di là delle cifre che possono lenire il dolore legato alla perdita di un giocatore alimentando il sogno di acquistarne tanti altri ugualmente forti e famosi, la questione delle bandiere è soprattutto una questione di cuore e, come tale, difficilmente leggibile con la razionalità che contraddistingue calcoli e bilanci. Il trasferimento di Higuain infatti lascia in dote un ingente tesoretto al Napoli, il quale sarà evidentemente speso immediatamente per cercare, anche solo parzialmente, di colmare il vuoto lasciato dal Pipita. Ma allo stesso trasferimento, quasi per un beffardo gioco del destino, fa il palio l’ufficialità dell’ addio di Pogba, passato dalla Juventus al Manchester United per l’astronomica cifra di 120 milioni di euro. Tesoretto ingente, pure questo, che in parte compensa l’ingresso a bilancio dell’acquisto di Higuain, in parte sarà reinvestito per regalare ai tifosi bianconeri un nuovo idolo, possibilmente di livello. Fin qui, le cifre.
Spiegare però, al tifoso tutto anima e cuore (sia esso napoletano o juventino), che quei soldi fanno decisamente più comodo di un giocatore che ormai era in rotta piena con la società o che più semplicemente aveva voglia di andare a giocare in un campionato più competitivo, è tutt’altra storia e senza dubbio impresa ben più ardua che quantificare il mucchio di soldi generato da una cessione ed i suoi enormi benefici futuri.

Marek Hamsik e Radja Naingollan durante un incontro tra Napoli e Roma (fonte: calcio.fanpage.it)

Marek Hamsik e Radja Naingollan durante un incontro tra Napoli e Roma
(fonte: calcio.fanpage.it)

Di qui, l’originario dilemma: sono i tifosi a investire i simboli o i giocatori che scelgono di esserlo? Probabilmente, dare una risposta univoca e definitiva, non è possibile su due piedi anche se, con buona facilità, è possibile constatare che di simboli, pur se rari, ne esistono ancora: pensiamo a Marek Hamsik, forse la vera e indiscussa bandiera del Napoli che, proprio nei giorni in cui si consumava l’affare Higuain, firmava il suo prolungamento di contratto a vita con il Napoli. Ma anche Radja Naingollan, forte centrocampista belga della Roma, il quale si è così attaccato alla maglia giallorossa da rifiutare offerte prestigiose da mezza Europa in questa estate e dimostrando persino, cosa curiosa, di masticare con buona confidenza un po’di romanesco. Ed ancora, Daniele Conti, ex centrocampista del Cagliari e figlio del celebre Bruno Conti, il quale, ha dedicato la sua carriera alla squadra sarda, esordendo e concludendo con la stessa la carriera.

Storie di uomini, prima che di bandiere e storie di amori fortissimi che, indipendentemente dalla volontà del tifoso, si innescano per via dell’attaccamento alla maglia e di quel fascino dei colori che nemmeno si può spiegare razionalmente. Ragioni di cuore, che il portafoglio non può comprendere e, perlomeno quando queste sono sincere, tantomeno comprare con offerte indecenti e spropositate. Ed ecco allora che, nonostante le difficoltà di rispondere al nostro interrogativo, forse una risposta possiamo provare a darla: le bandiere appartengono alle tifoserie, che porgono di volta in volta ai giocatori l’onore di rappresentare in eterno la squadra e la città. Ma ai giocatori, appartiene il pieno diritto di inseguire una prospettiva sportiva migliore e più redditizia ed uno stipendio più in linea con le loro qualità, se ritengono. Certo, sarebbe buona norma di educazione verso chi li ha amati, evitare quantomeno di andare a vestire i colori di una rivale; ma quand’anche ciò non dovesse accadere, non sarebbe comunque il caso di etichettare quegli uomini con epiteti dei più disonorevoli.

D’altronde, se anche in Vaticano non fanno difficoltà a trovare un nuovo Papa dopo la morte del precedente e se anche nessun Papa ha mai vestito la casacca di una qualche altra religione, siamo certi che la chiesa laica del calcio troverà sempre, di fronte alla perdita di una bandiera, nuovi idoli e nuovi simboli a cui consegnare le chiavi del cuore e della passione di una città intera. Ed allo stesso modo, nuovi giocatori, si innamoreranno sempre di nuove squadre diventandone simboli e bandiere. Come sia possibile non è dato sapere. Quel che è certo è che trattasi di ragioni di cuore. Ragioni di cuore, che nessun portafoglio potrà comprendere e spiegare.

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