CULTURA

UN’ITALIANA A DUBLINO

K. ebbe sempre la sensazione di perdersi o di essersi così addentrato in un paese straniero come nessuno aveva osato prima, in una terra sconosciuta dove l’aria stessa non aveva alcun elemento comune con quella del paese natio, dove sembrava di soffocare, tanto si era estranei, e tuttavia non si poteva far altro, in mezzo a seduzioni così folli, che inoltrarsi ancora e continuare a smarrirsi.

Franz Kafka, Il Castello

 

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Dublino durante una manifestazione

Decidere di cambiare vita in maniera repentina è da folli o da inconsapevoli. Effettivamente, subito dopo aver conseguito la laurea in lettere, l’entusiasmo mi aveva resa sia folle che inconsapevole e per questo motivo decisi di partire, di esplorare il mondo e imparare una nuova lingua. Era un pomeriggio di fine gennaio, e stavo navigando in internet, invece di finire di scrivere la tesi che avrei discusso due mesi dopo. Capitai per caso su un sito che raccoglieva le esperienze di italiani in Irlanda. L’Irlanda, che paese strano, pensai, ci abitano più pecore che persone. Sembra così lontana da Roma, così sperduta in mezzo al mare, un mare freddo, vichingo, non certo da potersi fare il bagno d’estate. E, forse, proprio questo mi incuriosì di questa terra a me sconosciuta. Prima ancora del calar del sole, avevo deciso di partire. Avevo deciso di abbandonare famiglia, fidanzato, amici e ricominciare una nuova vita a Dublino. Mi sembrava una città accogliente, uggiosa e affascinante, multiculturale e aperta verso il prossimo.

 La laurea la discussi il 25 marzo, e il 10 aprile ero già sull’aereo che mi avrebbe permesso di valicare i confini della mia misantropia. Arrivata in aeroporto a Dublino, parlando un inglese stentato, con una cartina della città in una mano e l’indirizzo della mia nuova casa nell’altra, iniziai a chiedere informazioni su dove fossero le fermate dei taxi. Ci arrivai, salii sul primo che trovai e dopo una buona mezz’ora di conversazione surreale con il tassista, arrivai davanti casa. Surreale ovviamente perché non capivo nulla, e ad ogni sua domanda rispondevo riferendo l’indirizzo della mia destinazione.

Howth

Howth, foto di Imma Marzovilli

 Il giorno successivo al mio arrivo vagai per la città senza una meta precisa. Temple Bar mi sembrava il paradiso. Gente da ogni dove rideva allegramente sorseggiando una guinness. Da ogni irish pub si sentivano melodie celtiche memori di un antico passato. Mi domandavo, avvolta nel mio cappotto e nella sciarpa di lana, se quella fosse la felicità. Finalmente mi sembrava di essere a casa, benché fossi tra mille volti sconosciuti. Quei volti poi imparai a conoscerli. Alcuni sarebbero stati miei compagni al corso di inglese, altri gli avrei incontrati in giro per la città, con alcuni mi fermai a parlare e a bere una birra, altri invece sono diventati fantasmi, fagocitati dalla dimenticanza. Quando si vive in una grande città, un capitale europea, di turisti se ne incontrano molti e mai, di questi, si ricordano i volti. Soprattutto icitizien tendono a dimenticare facilmente, abituati al flusso continuo di gente diversa. E anche io dopo alcuni mesi ero diventata una citizien, pronta a fornire indicazioni e a dimenticare istantaneamente i volti. Croce e delizia, il dazio da pagare.

 La prima settimana a Dublino non è stata affatto facile. Avevo continui mal di testa, probabilmente dovuti al fatto di dover parlare e ascoltare costantemente una lingua che non conoscevo. Finché non ho imparato a gestire la mia nuova routine. Le mie giornate si svolgevano più o meno allo stesso modo. Sveglia alle 7:00, colazione e doccia; 8:15 Autobus; 8:40 dieci minuti di cammino per il centro di Dublino fino ad arrivare alla caffetteria di fronte la scuola di inglese per prendere un caffè; 9:00 inizio delle lezioni fino alle 16:00. Dopo di che ero libera di esplorare la città e confondermi tra la gente.

Ancora Howth

Ancora Howth, foto di Imma Marzovilli

 In ogni viaggio ed esperienza prolungata all’estero, si tende ad avere un posto preferito, una sorta di riparo, la creazione di un luogo familiare dove potersi sentire a casa. Il mio luogo del cuore era Howth, una cittadina di pescatori a pochi minuti di autobus dal centro di Dublino. Qui, dopo una passeggiata sulla collina verdeggiante e qualche foto scattata alla costa dove troneggiava un faro ero solita andare a mangiare qualcosa in un ristorante tipico irlandese con vista mare. Qui ordinavo il mio piatto preferito, la torta del pescatore, e mentre mangiavo, a volte sola, a volte con i miei “compagni di viaggio”, sentivo nel mio palato dischiudersi tutti i sapori e le tradizioni di una terra così particolare, l’Irlanda. Quando si entra a contatto con una nuova cultura, il primo approccio è sempre quello del gusto. Le papille gustative non mentono mai e più si apprezza la cucina del posto, più si comprende che si è nel luogo giusto.

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Dublino, Temple Bar

 Ho vissuto a Dublino per quasi quattro mesi. Non troppo. Spesso penso come sarebbe la mia vita se avessi deciso di rimanere a vivere lì. Cosa starei facendo ora e quali abitudini avrei, come sarebbe scandita la mia giornata e quali sarebbero stati i miei amici. Insomma, chi sarei stata io a Dublino adesso, dopo due anni dalla partenza. Non lo so, ma so che il viaggio che ho fatto mi ha cambiata molto e mi ha aiutata a capire cosa potevo e non potevo fare. Una sorta di scoperta delle potenzialità personali. Un vademecum dell’incertezza, della ricerca e della non-soluzione. Probabilmente viaggiare è proprio questo, la ricerca di un altrove. Una sorta di psicosi mistica che spinge a voler sperimentare qualcosa di diverso per un breve lasso di tempo. Voler trovare casa, voler costruire ricordi, cercare il proprio destino o anche solo un’avventura da raccontare. Sì, il viaggio è proprio questo, un turbinio di emozioni, ed è bello perdersi in mezzo a seduzioni così folli, inoltrarsi ancora e continuare a smarrirsi.

 

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