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La televisione 2.0

Il relatore della riforma del sistema televisivo, Maurizio Gasparri (fonte: politicalive.com)

Il relatore della riforma del sistema televisivo, Maurizio Gasparri (fonte: politicalive.com)

A dodici anni dalla riforma della televisione italiana, è giunto forse il momento di trarre un bilancio sullo stato di salute del piccolo schermo per comprendere, come e se, la legge Gasparri, ha inciso su un contesto da anni oggetto di aspre dispute e tentativi di riforma. Era il 2004 quando, l’allora ministro delle telecomunicazioni Maurizio Gasparri, varò il decreto che ridefinì il sistema radiotelevisivo italiano dopo anni di monopolio da parte della tv di stato e constatando, seppur con qualche anno di ritardo, che si era ormai nel solco di un duopolio caratterizzato dalla presenza di due principali emittenti: RAI e Mediaset. Fin qui, le motivazioni puramente televisive.

L'azienda madre di Silvio Berlusconi, fu condannata dalla Corte Costituzionale nel 1994 per l'elevata concentrazione di canali del piccolo schermo (fonte: repubblica.it)

L’azienda madre di Silvio Berlusconi, fu condannata dalla Corte Costituzionale nel 1994 per l’elevata concentrazione di canali del piccolo schermo (fonte: repubblica.it)

Ma il bisogno di riforma, traeva spunto anche da una pronuncia della Corte Costituzionale che, nel 1994, al massimo dello splendore di Mediaset, aveva attestato come troppo elevata la concentrazione dei canali Mediaset. E così, dopo anni di sanguinose dispute sulla opportunità di una riforma, ma forse anche un po’a togliere le castagne dal fuoco a Mediaset, nasceva la legge Gasparri, la quale, con il passaggio al digitale e la creazione di un sistema unico di aste per le frequenze, avrebbe dovuto, tramite l’ampliamento del numero dei canali disponibili, attuare un migliore pluralismo televisivo e ridurre la sproporzione tra i competitor.

La domanda, dunque, a distanza di dodici anni, sorge spontanea: è riuscita la legge Gasparri nell’intento di ampliare l’offerta di canali e rendere migliore il mercato TV? E quanto, poi, quel pluralismo sbandierato a più riprese in limine alla stessa approvazione della legge, è stato poi concretamente ottenuto?


Allo stato attuale delle cose, la risposta sembra essere parzialmente negativa viste le molte criticità che ancora oggi il sistema radio-televisivo manifesta in termini di libertà, imparzialità ed equilibrata concorrenzialità. Ed infatti, seppure l’obiettivo di ampliare l’offerta di contenuti a centinaia di canali è stato raggiunto e può avere indubbiamente risvolti positivi, sotto molti altri aspetti invece non sembra essere cambiato molto per l’utente. La Legge Gasparri infatti ha giovato, grazie alle sue modifiche, soprattutto ai broadcaster i quali, per le loro trasmissioni, sono passati da un sistema molto oneroso di emissione del segnale detto analogico, ad un sistema di trasmissione per pacchetti di dati comunemente conosciuto come digitale terrestre che, invece, consente forti risparmi economici dal punto di vista della gestione delle infrastrutture.

Senza considerare poi che, con i risparmi dovuti allo stesso passaggio, gli stessi broadcaster hanno potuto e potranno ancora investire nell’implementazione delle nuove tecnologie e delle Internet Protocol TV (IPTV) le quali, se sviluppate, potrebbero portare ai broadcaster ulteriori ed ingenti risparmi di gestione nonché nuove ed inesplorate fette di mercato.

Peraltro, alcuni punti della stessa legge Gasparri, sono ancora fermi alla carta e si presteranno ad ulteriori tentativi di riforma: tra questi, il tema lungamente discusso della privatizzazione della RAI, tema molto caro alla tv di casa Berlusconi, che sembra essere, dopo anni di discussione, anch’essa all’ordine del giorno del Governo Renzi.

Ma le maggiori criticità, la legge Gasparri, le manifesta sotto il profilo del pluralismo, abbastanza smentito dai fatti. Si diceva che, negli intenti di chi l’ha creata, la stessa legge, avrebbe dovuto portare un maggiore pluralismo grazie all’allargamento dell’offerta di canali, una più equa concorrenzialità e maggiore imparzialità all’intero panorama. Ma, se anche un allargamento si è prodotto passando da sei a quasi 500 canali, il meccanismo ha rivelato il suo inceppo nel momento in cui si è visto che l’audience (e quindi la potenza economica delle singole emittenti) non è cambiata e che, in sostanza, le grandi emittenti, continuano a farla da padrona. Inoltre, anche i grandi broadcaster storici hanno beneficiato dell’ampliamento della piattaforma televisiva ed hanno potuto, partecipando alle aste indette per l’assegnazione dei canali, espandere ancora la loro concentrazione sul piccolo schermo.

Ma come è stato possibile? Non si era detto che la legge Gasparri nasceva sulla scia di una pronuncia della Corte Costituzionale, la quale evidenziava come la concentrazione televisiva dei canali del biscione fosse troppo elevata? Se questo interrogativo ha pervaso anche la vostra mente, siete molto vicini a comprendere quello che è il lato oscuro della legge Gasparri. Se, infatti, la Consulta aveva imputato a quell’emittente una presenza troppo elevata, per risolvere il problema non poteva che transitarsi attraverso una riforma che ampliasse il mare dei canali televisivi. Un po’ come dire che del succo di frutta in un bicchiere costituisce una concentrazione troppo elevata, ma se quella stessa quantità la riversiamo nel mare essa non costituisce che una piccola parte di certo inidonea a far sorgere accuse di concentrazione elevata.


In questo modo, tra l’altro, non si sono scalfiti i monopoli che avevano caratterizzato il ventennio precedente al nuovo millennio ed anzi, da questo punto di vista, la situazione è venuta ancora di più sedimentandosi su tre monopoli: quello della Rai che, nonostante la concorrenza in chiaro di sky e mediaset, resta monopolista sul fronte canone ed unica a beneficiare di un’annosa quanto anacronistica tassa, visto che essa, come le altre, ricava gran parte del suo fatturato da introiti legati alla pubblicità; quello di Mediaset, sostanzialmente ancora monopolista tra le tv commerciali ove detiene circa 35 canali ed ormai a caccia del monopolio del mercato delle tv a pagamento detenuto da Sky; e quello di Sky che, nonostante la concorrenza di Mediaset, resta unica emittente satellitare.

In definitiva, dunque, nonostante l’apporto tecnologico innovativo dovuto al passaggio alle trasmissioni digitali e ad un sostanziale allargamento dell’offerta televisiva, il mercato televisivo italiano sembra ancora troppo chiuso e controllato e questo, palesa a monte tutti i rischi di un potere che seppure non egemonizza tutti i canali, consente ancora a chi detiene la maggior fetta di ascolti di orientare il pensiero dei cittadini e detenere, per tale via, le chiavi culturali del nostro Paese.

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