WOLF VOSTEL: 6 TV DECOLLAGE

Mi chiamo, anche se forse sarebbe meglio dire: mi chiamavo, Wolf Vostel e sono stato un pittore, scultore e artista tedesco.

Sono nato nel 1932 vicino Colonia ed ero esponente di spicco del movimento Fluxus, un gruppo di artisti, compositori e designer noti per aver “fuso” diverse discipline e media dando vita, negli anni ’60, ad una vera e propria rivoluzione nel campo delle arti.

Ho studiato tipografia e litografia sulle sponde del Reno completando, però, la mia formazione all’École des beaux-arts di Parigi e fondendo, in questo modo, il pragmatismo tedesco con la passione artistica francese.

Subito dopo gli studi ho viaggiato parecchio, trovando nella Spagna non solo una seconda casa ma anche l’amore della mia vita: Mercedes, mia moglie, nonchè la donna che mi è stata accanto per tutta la vita.

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Sorrido quando penso che, in Estremadura, affascinante regione spagnola che diede i natali alla mia sposa mi hanno dedicato un museo, il Vostel-Malpartida, che vanta ogni anno migliaia di visitatori.

Vissi in un periodo nel quale la tecnologia moderna era penetrata con prepotenza nella vita di noi esseri umani e, affascinato dai principi scientifici che erano alla base di tutti quei marchingegni ma anche scioccato dal modo in cui la tecnologia stava cominciando a totalizzare le nostre esistenze, decisi di rendere queste riflessioni il cardine della mia arte.

Lo ammetto, la mia non fu una decisione repentina, ma l’ispirazione mi arrivò, come un lampo, nel 1954 quando a Parigi vidi un giornalaio che annunciava la caduta, subito dopo il decollo, di un aereo.

Cari lettori, detto questo, non pensiate che io sia stato un pazzo o un sadico nell’aver tratto ispirazione da una tragedia che costò la vita a decine di persone ma, ciò che con questo aneddoto vi vorrei far capire è che, l’ispirazione, proprio come l’arte, nasce solo da un forte sentire, dalla contingenza di un momento, così intenso, da sconvolgere il nostro animo.

Fu così, quindi, che colpito e turbato da un evento del quale non si sentiva parlare poi così spesso, diedi vita al Dé-coll/age, una tecnica artistica opposta al collage e nella quale, partendo da un oggetto artistico se ne staccano delle parti.

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Spiegare questa forma d’arte in poche parole non è un’impresa facile, ma, ciò che noi fautori del Dé-coll/age abbiamo cercato di trasmettere è un sentimento d’inadeguatezza nei confronti della società nella quale vivevamo, governata dal consumismo più sfrenato e dall’idolatria di miti commerciali e non reali.

Un po’ come fece il vostro illustre concittadino italino, lo scrittore neoavanguardista, Alberto Arbasino, il quale in quel mastodontico romanzo che prese il nome: Fratelli d’Italia, criticò la “gran commedia degli anni Sessanta”, quella società dei consumi e dell’apparenza che imperava a partire dal secondo dopoguerra.    

Come potete ben capire, non ero l’unico a nutrire scetticismo, negli anni ’60, nei confronti del ruolo centrale che stavano assumendo tecnologia e consumismo ma, cari lettori, se devo esservi totalmente sincero, ci fu un’invenzione per la quale, sin dal principio, nutrii un mix tra ostilità e curiosità: la televisione, come si può facilmente intuire, soprattutto, dalla mia produzione artistica.

Effettivamente, in molti mi ricordano anche come padre della videoarte, quel movimento artistico che ha come mezzo espressivo, appunto, apparecchi televisivi e che si può avvalere di trasmissioni in diretta, registrazioni o di manipolazioni d’immagini.

Oltre Requiem, il cui titolo dovrebbe dirvela lunga sul suo significato e che constava di 20 televisori aventi come sfondo fotografia della Seconda Guerra Mondiale imbrattate di cemento, fu 6 TV décollage una mia creazione del 1958 a ricoprire, sempre, un ruolo particolare nella mia produzione artistica.

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Per dar vita a questa istallazione lacerai una tela molto ampia in modo che si potessero intravedere degli schermi televisivi che trasmettevano immagini decontestualizzate e che, grazie a questo gioco, risultavano frammentate e confusionarie, metafora, quindi, della tragica confusione della vita umana.

Cari lettori, è opinione comune che gli oggetti inanimati non possano parlare, ma vi assicuro che quest’istallazione che esposi per la prima volta nel 1963 a New York ebbe un effetto talmente dirompente da farmi capire di aver colto nel segno e di essere riuscito, con la mia arte, a smuovere, almeno, qualche animo.

Successivamente ci furono molte altre opere e tanti altri furono i televisori che misi al centro della scena ma, come vi ho già accennato, per me, 6 TV décollage rappresentò un punto di non ritorno, il passaggio da un’arte, a tratti, solo immaginata, alla creazione artistica vera e propria.

Probabilmente, se in quel preciso momento della mia vita, personale e artistica, non avessi osato così tanto, non sarei passato alla storia per essere stato un visionario o per aver fatto della videoarte che, successivamente, proprio grazie alla sua versatilità, attirò nelle sue intriganti maglie, migliaia di artisti, un cardine del mondo artistico contemporaneo.

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Valentina Nesi

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