ATTUALITÀ

L’ OLIO DI PALMA, UN PROBLEMA PLANETARIO

L’olio di palma è un olio vegetale ricavato dalla polpa dei frutti di palma, della quale ne costituisce circa il 50%. Non deve essere confuso né con l’olio palmisato, ricavato dai semi del frutto, né con l’olio di cocco che, invece, viene estratto dal nocciolo della palma di cocco.

Viene prodotto nelle zone umide del pianeta: Indonesia, Malesia- che secondo i dati raccolti dall’EUFIC (European Food Information Council) offrono insieme l’80% della fornitura mondiale- ed in America Latina.

Il suo impiego è elevato ed è aumentato, in modo esponenziale, negli ultimi anni: favorito dalle sue proprietà chimico-fisiche che permettono una buona conservazione degli alimenti e dall’ingente produttività a basso costo congeniale agli interessi degli industriali.

In quali prodotti alimentari si trova?

In quasi tutti quelli che implicano l’uso del forno (biscotti, pasta, merendine, torte), ma anche nella cioccolata in vasetto e addirittura nel latte per neonati.

L’olio di palma è costituito al 50% di grassi saturi- una buona percentuale se si pensa ad altri grassi simili (66% nel burro, 92%nel cocco, 62% nel burro di cacao)- fattore che lo rende semi-solido a temperatura ambiente, dunque ottimo per i lunghi tempi di distribuzione e deposito in magazzini e negozi degli alimenti a produzione industriale.

Il suo utilizzo è altrettanto importante nella cosmesi. Bisogna inoltre considerare che nel processo di raffinazione non solo perde le sue qualità positive- l’alto contenuto di vitamina E- ma, poiché lavorato ad alte temperature e sottoposto ad alterazioni chimiche, sviluppa sostanze dannose alla salute. Tra queste le più pericolose sono i glicidil esteri degli acidi grassi, considerati cangerogeni e genotossici (cioè capaci di danneggiare l’informazione genetica contenuta nella cellula).

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Grandi multinazionali come la Ferrero hanno avuto non pochi problemi con le associazioni a tutela dell’ambiente, a causa del massiccio uso che fanno dell’olio di palma nelle loro produzioni (caso emblematico quello della Nutella, contestata dagli ambientalisti di tutto il mondo perché ne fa il suo ingrediente base). L’impatto che l’estrazione del grasso vegetale in questione ha sull’ambiente è, difatti, davvero devastante: è una delle principali cause di  deforestazione in vaste aree tropicali.

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L’università di Pinceton e il Swiss Federal Institute of Tecnology hanno condotto uno studio sul problema in un arco di tempo che va dal 1990 al 2005 ed è emerso che il 55-60% dell’espansione delle monocolture dell’olio di palma in Malesia ed Indonesia sia avvenuto a discapito delle foreste vergini. Nel 2007 l’UNEP (United Nations Environment Programme) ha definito ufficialmente l’alimento come la causa primaria della distruzione delle foreste fluviali nei due paesi. Di conseguenza ne risente  anche la fauna del luogo. E’ in profonda crisi la biodiversità del territorio. Gli habitat vengono irrimediabilmente distrutti dal progressivo estendersi delle colture. Spesso gli stessi abitanti cacciano gli animali per recuperare terreno coltivabile, non di rado, appiccando il fuoco nelle foreste e producendo un inquinamento atmosferico di immani dimensioni. Intere specie tropicali sono in via d’estinzione. Si pensi che, normalmente, le foreste della Malesia contano 80 tipologie di mammiferi che sono state ridotte a sole 30 nelle zone adibite alla coltivazione dell’olio di palma. (a comunicarlo è stato uno studio del World Agricolture & Environment condotto tra il 1998 e il 2008). Gli uccelli migrano, non trovando le condizioni ideali per nidificare. Gli erbivori muoiono in mancanza di vegetazione da brucare e , di conseguenza, periscono anche i grandi predatori, non trovando selvaggina per sostentarsi.

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è il massiccio uso di diserbanti usati per trattare le piante ed indurle ad una maggiore resa.

Non mancano neppure le ripercussioni in ambito sociale: gli abitanti dei villaggi vengono costretti con la forza a lasciare le proprie abitazioni, laddove il terreno serva per un ulteriore espansione delle coltivazioni. Ne scaturiscono continue lotte che sfociano in vere e proprie guerre civili. Inoltre lo sfruttamento dei lavoratori è endemico e tanto più dolorosa è la questione dei bambini sfruttati nelle piantagioni.

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La deforestazione di questi grandi aree sta, inoltre, inevitabilmente contribuendo al surriscaldamento globale e al conseguente scioglimento dei ghiacciai polari.

Il problema è dunque planetario. Non a caso, da quando tali problematiche sono emerse grazie alle sollevazioni degli ambientalisti di tutto il mondo, sono sempre di più le industrie che ostentano  sulle confezioni dei propri prodotti il marchio “senza olio di palma”. Di certo è un vanto, nonché doveroso, per i produttori fare un passo indietro in tal senso.

Nel 2004, per cercare di porre dei margini agli effetti collaterali di queste coltivazioni, è stata fondata l’RSPO- Roundtable on Sustainable Palm Oil- l’associazione non profit che promuove e certifica la produzione di olio di palma sostenibile, disciplinando tutte le fasi del processo (dalla coltivazione, alla trasformazione, alla vendita). Il logo RSPO deve essere applicato sulle etichette dei prodotti industriali che aderiscono all’associazione.  Greenpeace ha spezzato una lancia a favore della Ferrero “rispondendo alle richieste dei propri clienti, Ferrero è stata una delle prime aziende ad annunciare una politica per mettere fine all’uso dell’olio di palma da deforestazione”.

Tuttavia l’associazione Les Amis de la Terre critica la multinazionale, sottolineando che essa non è certificata dal  Forest Stewardship Council e dunque non garantisce l’assenza di pratiche di deforestazione ma solo il miglioramento della gestione forestale. In ogni caso resta un dovere del consumatore la priorità di una scelta intelligente dei prodotti da acquistare.

Antonella Fortunato

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