CULTURA

IL DISASTRO DI CHERNOBYL 30 ANNI DOPO

Era il 26 aprile del 1986 quando, nella centrale nucleare di Chernobyl, a soli 3 km dalla città ucraina di Pryp’jat, si stava effettuando un test sulla sicurezza dell’impianto, basata sulla verifica della continuità nella produzione di energia elettrica in assenza di alimentazione esterna.

L’orologio locale segna l’1:23:45, momento in cui l’esplosione del reattore n 4 dell’impianto investiva l’intera area, provocando una dispersione di radiazioni senza precedenti nell’atmosfera e una contaminazione della zona. Nelle ore concomitanti e nei giorni successivi all’esplosione  il vento disperse le radiazioni nelle nazioni vicine, aggravando ancor di più lo stato delle cose, il tutto mentre i dirigenti sovietici tentavano di nascondere e minimizzare la notizia del disastro nucleare, non rendendosi ancora conto della gravità dell’accaduto. Naturalmente l’intera area restò compromessa dall’esplosione e migliaia furono i cittadini colpiti dalle radiazioni le cui vite vennero definitivamente sconvolte: l’intero ecosistema restò contaminato e le conseguenze del disastro coinvolsero soccorritori, liquidatori e operai della centrale, la maggior parte ammalatisi di cancro e neoplasie per eccessiva esposizione alle radiazioni.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

A trent’anni di distanza dalla tragedia, l’area di Chernobyl resta compromessa e i segni della devastazione sottolineano sempre più le conseguenze devastanti dell’esplosione.

La città di Pryp’jat è attualmente una ‘ghost town’: blocchi di cemento evitano l’ingresso nell’abitato e per accedervi sono necessarie autorizzazioni speciali, mentre all’uscita dalla città bisogna effettuare i dovuti controlli per evitare contaminazioni dell’ambiente esterno.

Una volta all’anno, di solito nel periodo di commemorazione dell’incidente nucleare, ai residenti è permesso accedere alla città, mentre è il Comune ad organizzare visite guidate per le vie del nucleo urbano, praticamente fermo al 1986 e corroso dall’abbandono e dalle radiazioni che, seppur elevate, non superano il limite di 300  microroentgen: durante le visite è consigliabile restare all’aria aperta, piuttosto che entrare negli edifici in cui si addensano maggiormente le radiazioni.

Per le strade è possibile imbattersi nei mezzi dell’Unione Sovietica e in numerose tracce che rimandano alla dominazione comunista nei Paesi dell’Est.

Recentemente sono stati avviati studi e progetti per tentare di capire se è possibile un progressivo recupero dell’area: il professor Mike Wood, docente dell’Università di Salford guida un progetto di ripopolazione della fauna selvatica nei 30 km che circondano la centrale, evacuati dopo l’esplosione del reattore n 4. Le fotocamere automatiche, installate in oltre ottantaquattro punti di osservazione, hanno dimostrato come lupi, alci, cavalli e orsi abbiano ripopolato il luogo. In precedenza numerosi gli studi sulle conseguenze dell’esposizione a radiazioni su numerose specie animali: oltre all’alto tasso di tumori e malattie fisiche, si segnalano soprattutto fortissime riduzioni tra le popolazioni di insetti e ragni.
Altro problema ambientale di grande rilievo è quello relativo al reattore n 4 esploso nel 1986 e successivamente rinchiuso nel così detto ‘sarcofago’, una struttura in acciaio e cemento pensata per frenare la diffusione delle radiazioni. Trattandosi di intervento momentaneo, la struttura sta progressivamente cedendo di fronte alla forza e al calore delle radiazioni: crepe e falle minacciano la solidità del sarcofago, su cui non è possibile effettuare alcuna manutenzione dato che l’eccessivo livello di radioattività potrebbe uccidere gli operai in pochissimi secondi. Il Chernobyl Shelter Fund ha cercato di intervenire prontamente per evitare che la situazione precipitasse e, nel 2004, ha approvato un progetto di costruzione di una struttura ad arco permanente in grado di inglobare definitivamente il vecchio impianto, procedendo anche ad una raccolta di fondi per poter rendere fattibile il progetto.

Nonostante l’importanza della questione e la ristrettezza dei tempi, la cifra di un miliardo e mezzo di euro necessaria per mettere in sicurezza l’ex centrale nucleare non è stata raggiunta e le prospettive di realizzazione sono state posticipate al 2017.

La Conferenza Mondiale dei Paesi donatori ha recentemente ridotto il gap per il raggiungimento del tetto dei finanziamenti, mentre i lavori presso la centrale avvengono in una zona adiacente al reattore n 4, date le eccessive radiazioni prodotte.

Una volta completato, il New Safe Confinement verrà fatto scorrere su due binari e posizionato alle estremità del reattore, inglobandolo in quella che sarà la struttura mobile più grande al mondo (alta 110 metri, lunga 164 e larga 257 metri). Nonostante la mole della copertura e gli investimenti effettuati, si tratta ancora una volta di una soluzione temporanea: è stato stimato che il nuovo ‘sarcofago’ avrà efficacia per circa cento anni, dato che le radiazioni lentamente corroderanno i materiali che compongono la struttura.

Il passo successivo dovrebbe essere la rimozione dei detriti, cosa quasi impossibile per le attuali tecnologie visto che si tratta di area invasa da un concentrato di acciaio, cemento e carburante radioattivo: qualora il NSC si rivelasse efficace, sicuramente darebbe agli studiosi il tempo necessario per escogitare soluzioni definitive, non sottovalutando il dato del progressivo abbassamento delle quantità di radiazioni emesse dall’impianto e lo sviluppo delle tecnologie.

Andrea Cignarale

Copyright foto:

http://attualita.tuttogratis.it/animali/fotogallery/animali-deformi-per-le-radiazioni-nucleari-potrebbe-accadere-in-giappone_6143.html

http://www.pmsi.it/blog/401-2/

http://www.voltairenet.org/article160906.html

Annunci

1 risposta »

Rispondi