ATTUALITÀ

Giappone in scadenza. Dalla lotta agli sprechi ai convenience store

Il Giappone è la terra delle contraddizioni, a livello sessuale, produttivo, lavorativo, ambientale e anche alimentare. In una nazione in continuo movimento, in costante crescita industriale, uno dei problemi che affligge l’economia è sicuramente quello degli sprechi alimentari. Il modello attuato dal Giappone, attraverso ben 560 cooperative di consumo, è volto a recuperare più del 70% degli scarti alimentari destinandoli alla produzione di mangimi per animali, biocarburanti o composti. Un esempio su tutti è la compagnia Miyagi che, raccogliendo il cibo invenduto, in particolare frutta e verdura, riesce a produrre oltre cento tonnellate al mese di mangime ecologico. Il loro segreto: migliorare l’organizzazione della produzione per riutilizzare in modo efficace gli scarti.

Come possono, però, attuarsi miglioramenti nell’ambito della produzione alimentare, e cosa sta facendo il Giappone in merito? Il Giappone guarda le previsioni meteo. Sembrerà strano e quasi fantascientifico, ma non bastano atteggiamenti più accorti dei singoli individui o una generica disponibilità delle imprese di settore, anche i governi devono fare la loro parte e porsi come punto di coordinamento di idee innovative. A tal proposito, il governo nipponico sta tentando di variare i quantitativi di cibo consegnati ai negozi e ai supermercati a seconda delle condizioni meteorologiche nel Paese. Nel solo Giappone infatti si producono ogni anno 17 milioni di tonnellate di scarti: confezioni invendute dai distributori e nei singoli esercizi, cibo andato a male nei frigoriferi e nelle dispense del Paese. Il problema è ambientale, ma anche economico: come massimizzare i profitti della catena alimentare minimizzando lo spreco di cibo.

A grandi linee il progetto funziona in questo modo: l’associazione meteo comunica le previsioni del tempo per i giorni seguenti ai grandi distributori coinvolti e se queste tendono al ribasso, vengono potenziate le consegne di alimenti consumati nei giorni freddi, se invece vi sono in arrivo giornate più calde, ecco aumentare le bevande fresche o per esempio il tofu usato per preparare insalate molto apprezzate nei mesi estivi.

Oltre a questo escamotage, i distributori e venditori finali inizieranno a monitorare i flussi turistici e i giorni in cui vi è maggiore affluenza presso gli esercenti per decidere quanto pane o latte consegnarvi. Ma, oltre a questa iniziativa governativa, l’altra faccia della medaglia mostra un Giappone dove le date di scadenza sembrano scandire la vita quotidiana di supermercato.

 

Caso particolare è quello dei convenience store, catene di supermercati a bassissimo costo, che dagli anni ’80 hanno trovato, nella terra del sol levante, terreno fertile su cui proliferare. Si tratta di alcune catene di supermercati molto piccoli, aperti 24 ore su 24, che vendono lo stretto necessario per vivere (o meglio sopravvivere) per un po’ di ore. A cominciare dal cibo. Molti sono prodotti precotti da riscaldare in forno a microonde, bevande, ma si possono trovare anche biancheria intima, dentifrici, shampoo, rossetti, calze, articoli di cartoleria, giornali e perfino sacchetti di plastica dai colori diversi per la raccolta differenziata.

Tuttavia, quello che più colpisce di questi convenience store sono i prodotti alimentari che vi si trovano in vendita. Sono quasi tutti prodotti semi-preparati o precotti, pronti da essere riscaldati nel forno a microonde. La maggior parte è pensata per i single, sempre più numerosi nella società giapponese e che quindi, mangiano, spesso, da soli.

Il koshoku (mangiare da soli) è infatti un fenomeno sociale e mentale molto preoccupante nella società giapponese, ma i convenience store sfruttano cinicamente questa condizione sociale per vendere “prodotti per koshoku”, anziché creare qualcosa che favorisca la convivialità.  Tutti i prodotti alimentari sono cellofanati o confezionati in una scatola di plastica trasparente. In quest’universo di convenience store i sensi non sono necessari, non sono richiesti. È un “impero senza percezione”. Inoltre, se pensiamo che la scadenza di un prodotto alimentare viene fissata a 1/3 della reale capacità di conservazione, ci rendiamo conto che questa lotta agli sprechi non è del tutto attuata.

Come dice Carlo Petrini, in questo mondo globalizzato e dominato dalla logica delle multinazionali ormai il cibo non è più fatto per essere mangiato, ma spesso solo per essere venduto.

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