INTERVISTA A LEONARDO CAFFO, PADRE DELL’ANTISPECISMO DEBOLE

Leonardo Caffo ha solo 28 anni ed è già un filosofo influente. Creatore di una nuova corrente filosofica, è il padre dell’antispecismo debole. Leonardo è un vero filosofo sia nell’aspetto, con i suoi occhiali vintage e la barba incolta, sia nel profondo dell’animo. È laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, attualmente lavora come ricercatore presso l’Università degli Studi di Torino  sui fondamenti etici e normativi dell’ontologia sociale. È membro del Labont: laboratorio di ontologia di Maurizio Ferraris ed è inoltre membro di  Associate Fellows dell’Oxford Centre for Animal Ethics della Università di Oxford. È co-fondatore di Gallinae in Fabula, insieme alla sua migliore amica Valentina  Sonzogni,  un progetto intellettuale animalista finalizzato alla divulgazione dell’antispecismo, e dei suoi principi, nelle società contemporanee. Scrive per il Corriere della Sera, per La Lettura, l’inserto culturale della domenica e per Huffington Post.

Nel 2014, Repubblica e, successivamente,  nel 2016, Philosophy Now, lo hanno definito uno dei più promettenti filosofi d’Europa.

Di sé dice:

‘’ Amo gli animali e credo che abbiano il nostro stesso diritto di stare al mondo, adoro l’architettura e l’arte contemporanea. Vorrei vivere in Oriente, e lo farò. Nonostante tutto credo ancora nell’ umanità’’ 

 Che cos’è la natura per Leonardo Caffo ?

Non sono cosi importante da poter definire che cos’è la natura. Non lo so. Posso dire che ci sono due concetti diversi di natura o di quello che noi pensiamo essere natura; un pensiero spesso idealizzato dagli ecologisti che credono che essa sia un edulcorato perfetto e meraviglioso, mentre, invece, è un qualcosa in cui succede tutto e il contrario di tutto. Ci sono l’aberrazione, la violenza, la malattia e, poi,  la natura come un qualcosa che si contrappone alla società, come se da un lato ci fossimo noi e da un lato ci fosse essa. A questo hanno contribuito quell’ insieme di cose dell’immaginario più recente, tipo film alla ” Into the wild”: un soggetto lascia la società e va a vivere nella natura con uno zaino in spalla.  Mentre, invece, si ha un secondo concetto di natura, una parola che somiglia ed è sinonimo di Universo e di tutto ciò che ci circonda.

Lei è stato il creatore di una nuova corrente filosofica: Antispecismo debole. Di cosa si tratta?

Potremmo definire l’antispecismo debole una corrente filosofica nella quale vengono messe insieme tutte le altre teorie sull’antispecismo in un unico nucleo isoformo. Gli animali e l’animalità vengono posti al centro in maniera che l’antropocentrismo venga indebolito. In altre parole l’Antispecismo debole non è altro che l’umano che va oltre il proprio egoismo, sconfiggendo, in definitiva, l’antropocentrismo.

Nel ‘’ bosco interiore ’’  lei parla di una svolta personale relativa al suo interesse su  ” Che cos’è l’umanità?”  e non su ” Cos’è l’animalità?”.   Che cosa intende?

Nel bosco interiore parlo di una svolta personale in quanto io non sono più interessato a capire che cos’è l’animalità poiché in me so già che gli animali sono esseri liberi e l’animalità non è certo un argomento filosofico che può esser spiegato. Al contrario, sono interessato a capire cosa sia l’umanità, essendo falliti tutti i tentativi di definizione.

Suo padre, il prof. Salvatore Caffo è geologo e dirigente vulcanologo del parco dell’Etna, uno dei massimi esperti al mondo di vulcani e studioso della geomorfologia italiana. Quanto di lui e dei suoi studi ha influito sull’opera ‘’ Il bosco interiore’’ (Edizioni Sonda, 2015)?

Ciò che ha inciso tanto nell’ aver avuto un padre scienziato è l’aver inteso fin da subito che la natura è una cosa più complessa di ciò che può intendere un bambino o un ragazzo, normalmente . Quello che ha inciso probabilmente sull’opera, ispirandola, è la copia ” Walder ovvero Vita nei Boschi” di Henry D. Thoreau che mio padre mi regalò. Aver un padre scienziato è stato indubbiamente utile a capire  la natura  e che non basta studiare la struttura chimica dei territori.

Nel suo libro ‘’ Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole’’  ( Edizione Sonda,2013) lei spiega che se gli animali sono massacrati dall’uomo, essi non possono che urlare e piangere. Spetta solo a noi spezzare le catene e salvarli. Fare qualcosa solo per loro, che vada oltre l’interesse egoistico umano, porterebbe alla fine dell’antropocentrismo?

La mia idea è banale ed è stata anche contestata inutilmente perché il fatto che gli animali non possano liberarsi da soli è qualcosa di ovvio. Nel momento in cui tu riproduci la vita e tieni chiusi migliaia di maiali in un container, non puoi certo aspettarti che siano loro a scendere in strada e a dichiarare la loro indipendenza, cosi come è avvenuto con le persone di colore o per le donne, in determinati momenti storici. Ed  è il motivo per cui l’antispecismo è il momento di rottura definitivo dell’antropocentrismo. L’antispecismo non è soltanto un movimento morale ma anche un movimento metafisico, cioè,  sovverte il principio secondo cui l’uomo è al centro delle cose.

L’ANIMALITA’ È MOVIMENTO : Lei ha affermato che l’uomo ha paura dello specismo poiché ha paura di ciò che si muove, necessitando di gabbie, definizioni e catalogazioni. Da cosa deriva questa paura ? E’ spinta da una mania del controllo antropocentrico?

Io penso che tutto ciò che noi non riusciamo a classificare  ci terrorizzi perché siamo abituati a non stupirci più di niente. Questo è il grande problema delle società occidentali moderne. Per esempio, se fino a 30 anni fa viaggiare significava scendere da un aereo e vedere un mondo che non si era mai visto prima, oggi, invece, basta cliccare su Google un luogo e hai lì a disposizione tutte le immagini possibili. Lo stupore umano è diminuito. Gli animali, invece, sono lo stupore per eccellenza perché da loro non sai mai cosa aspettarti. L’etologia stessa non riesce a classificarne i comportamenti come si deve. Se, per esempio, un cane aggredisce un bambino, sappiamo che dietro ci sono motivazioni completamente diverse dal fatto che quella determinata razza possa esser violenta o meno. Sono azioni non programmate e noi siamo figli di un’angoscia temporale in cui viviamo e ciò ci terrorizza. L’animalità del movimento è fine a se stessa. Abbiamo programmato due tipi di gabbie, una concettuale in cui abbiamo ingabbiato la nostra animalità, e una, invece, pratica in cui abbiamo ingabbiato tutti gli animali in modo tale che, l’elefante si vede ma è dietro delle sbarre. Non ti può più stupire.

Ha anche affermato che l’animalista medio è un coglione.  Si riferisce a quella moltitudine di persone che praticano oggi il  veganismo  più per moda che per etica?

Non solo quelli che lo fanno per moda ma anche quelli che lo fanno per etica, non hanno capito niente. Il nervosismo, la violenza, il fastidio, i continui post su facebook, l’indignazione dalla poltrona, l’ideale secondo cui tu possa migliorare il mondo solo perché hai cambiato il gusto del maiale con quello di seitan e l’idea che tu abbia qualcosa da insegnare agli altri per il sol fatto che l’esser vegetariano/vegano ti renda infinitamente superiore a tutti gli altri umani del pianeta. L’animalismo di per sé, se non è concettualizzato in una ricerca più ampia, rende un uomo ‘’cretino-animalista’’ ma sempre cretino rimane.

Il tema che ripercorre nel libro è che l’uomo dovrebbe ricomprendere il posto da cui viene, la natura, e comprendere ciò che è necessario e cosa non lo è dal momento che, nell’era della  digitalizzazione, tende a vedere tutto necessario.  Cos’è necessario per Leonardo Caffo?

Sono convinto che bisogna tornare alla semplicità, non nell’ accezione di povertà, ma di semplicità. Penso che se noi prendessimo come modello di sviluppo un monaco birmano che medita tutto il giorno e alla sera mangia una zuppa, piuttosto che un manager di azienda che lavora 18 ore al giorno e fuma 600 sigarette per poi morire di cancro, la nostra società non potrebbe che cambiare. Dobbiamo capire che la vita che conta è quella pratica con le persone a cui vogliamo bene, con ritmi completamente diversi da quelli che normalmente facciamo perché abbiamo una sola occasione e non ci è data una seconda possibilità; se la perdiamo dietro a tutte quelle cavolate che ci siamo imposti come valori, la felicità non esiste più.

Copyright foto copertina:

http://www.torinospiritualita.org/leonardo-caffo/

 

 

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