CULTURA

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1.

Avevo ventiquattro anni, una laurea in lettere, un master in qualcosa del tipo organizzazione del personale ed ero disoccupata per scelta. Non perché non volessi lavorare, anzi, lavoravo ogni giorno in maniera ossessiva. Volevo diventare una scrittrice, una regista, anche una pittrice musicista, nonché fotografa. Insomma ero una bohemien del cazzo con un po’ di puzza sotto il naso. Abitavo poco fuori Roma con la mia famiglia, ma subito dopo la laurea la situazione era diventata insostenibile, così decisi di trovare un’altra sistemazione. Abitai per un periodo a casa di un mio amico. Le prime settimane furono perfette. Feste, alcol, droghe, libri, buona compagnia e qualche esperienza da scrivere. Poi iniziammo a fare sesso e ovviamente dovetti andarmene, non ero pronta per legarmi a qualcuno, e lui si era fin troppo legato a me. Poi quegli amori tossici nostalgici degli anni ’70 non mi piacevano, cioè andavano bene per un po’, poi si iniziava a diventare dipendenti oltre che dalle sostanze, soprattutto dalle persone. Quindi staccai la spina e scomparsi. Non l’ho mai più rivisto, so che è morto di intossicazione da psicofarmaci qualche anno dopo. Purtroppo quando arrivi a un limite fai di tutto per creartene altri, e il tuo scopo giornaliero è quello di superarli. Quando i limiti che ti poni si chiamano anfetamina, eroina, LSD e via dicendo la strada verso l’inferno la percorri ogni giorno, avvicinandoti sempre più al punto di non ritorno. Conservo un bel ricordo del periodo passato con lui e ringrazio ogni giorno il mio carattere che odia le dipendenze di avermi fatta uscire da quella situazione in tempo per non rimanerci sotto.

Fatto sta che dopo tornai dai miei genitori che decisero di occuparsi personalmente della mia sistemazione, così comprarono quella che sarebbe stata per sempre la mia casa. La mia famiglia è sempre stata molto ricca, e io ero la pecora nera che voleva fare la scrittrice di romanzi pulp. Ma, dopo anni e anni e anni di lotta, i miei genitori e i miei fratelli si sono rassegnati a quella che loro hanno sempre chiamato ‘la diversità di Anna’’. Sinceramente non mi è mai importato molto di loro e del loro giudizio. Forse solo quando mi sono fatta tatuare lo stemma di famiglia su tutta la schiena. Non so perché lo feci, forse era come un simbolo di appartenenza a qualcosa in cui non mi sono mai identificata, ma che mi ha permesso, a livello economico, di vivere e fare ciò che desideravo. Le famiglie ricche sono sempre un po’ così,  non ti accetteranno mai se sei ‘’diverso’’ ma non ti faranno mai mancare i soldi per vivere una vita più che dignitosa, quanto meno per salvare la faccia dinanzi agli amici. Croce e delizia di una condizione di sudditanza psicologica che porta per forza di cose a una ribellione, a meno che tu non sia un idiota patentato.

Ma dicevo… mi ero trasferita da poco in quella bellissima casa, anche se chiamarla casa è riduttivo, era un palazzetto in stile liberty di 10 stanze, 6 balconi, un giardino e la piscina. E tutto questo in pieno centro di Roma. Avevo deciso di non abitarci da sola, ma di prendere con me dei coinquilini. Avevo fatto un po’ di colloqui, ma quando la gente veniva a vedere la casa e sentiva il prezzo bassissimo per cui affittavo le camere pensava subito che ci fosse dietro qualcosa. Nessuno mi ha mai richiamata. A me non interessava guadagnarci, volevo solo un po’ di compagnia, volevo ascoltare storie da rubare e conoscere qualcuno con cui condividere la mia solitudine, perché quando la condividi, la solitudine diventa un macigno, genera sofferenza, ed è bello sentirsi sola in mezzo alla gente. Un giorno arrivò una chiamata, era Lucilla, o almeno così si faceva chiamare all’epoca. Fissammo un appuntamento per la sera stessa, era interessata alla casa e soprattutto al prezzo. Alle 19 suonò in citofono e andai ad aprire il cancello, facendomi trovare alla fine del vialetto del giardino.

-Caspita che reggia, ma è tutta tua?- Esordì Lucilla prima ancora di entrare.

-Si!- Le dissi sorridendo. –E’ mia, ed è troppo grande per viverci da sola.- Anche Lucilla sorrise mostrando la sua dentatura bianca e perfetta. Ancora oggi mi chiedo come facesse ad avere dei denti così, dato che era una fumatrice accanita e un’ancora più accanita bevitrice di qualunque cosa contenesse alcol o caffe o entrambi.

-Prego entra pure, dammi il soprabito se desideri.-

-Ti hanno mandata a scuola di buone maniere da piccola?- Disse lei ridendo.

-Si, veramente si.-

-Grazie ma preferisco tenerlo, il soprabito… qui fa parecchio freddo.-

-Ancora non hanno montato la caldaia, ma verranno in settimana, e non ho legna per il camino, anche per quella provvederò a breve.-

-Bene, perché adoro il camino. Comunque ho già le valige in macchina, posso andare a prenderle? Mi trasferisco ora se per te non è un problema, ho anche fatto la spesa, cucino io stasera per ringraziarti.-

Ero davvero molto stupita per la schiettezza e la cordialità di quella ragazza che ai miei occhi sembrava uscita da un fumetto americano. Aveva corti capelli biondo platino, occhiali da vista con una montatura troppo appariscente per il suo viso piccolo e delicato, ma che facevano risaltare molto le sue labbra rosate e carnose. Indossava un cappotto patchwork sotto al quale portava un vestitino rosso, pantacalze nere e stivali testa di moro lucidi. Un abbinamento sui generis per i miei gusti, dato che vestivo e vesto tutt’ora sempre di nero. Non perché sia una dark londinese trapiantata a Roma né tanto meno per tendenza, ma solo perché il nero è il mio colore preferito in assoluto e indossarlo mi fa sentire a mio agio.

-Non vuoi nemmeno vedere la casa e scegliere la stanza? Vuoi accamparti in soggiorno?-

Lucilla rise e mi rispose – No, la stanza la vorrei scegliere. Tu dove dormi a piano terra o su al secondo piano?-

-Tutte le camere da letto sono al secondo piano. Vieni ti faccio strada, poi andremo a prendere le valige.-

Salimmo le scale dal passamano in legno di ciliegio. Dopo il piccolo disimpegno si apriva un ampio corridoio con le stanze da entrambi i lati, alla fine del quale c’era un’altra scala, meno pomposa dell’alta, che portava in soffitta.

-Questa è la mia camera.- Le dissi aprendo la prima porta a destra.

-Bellissima.- Disse Lucilla entrando dopo che io accesi la luce. –Ami il cinema e la musica proprio come me.- Si voltò verso di me e spalancò la bocca in un sorriso enorme che mi fece sentire bene.

-Si, soprattutto il cinema pulp, horror e splatter, e la musica rock.-

-Lo vedo. Andremo sicuramente d’accordo. In salone ho notato che non hai ancora la tv. Io ho un 40 pollici e un lettore blu ray in macchina.-

-Sei venuta con un furgone?-

-Più o meno.-

Le feci vedere la sala hobby con la mia chitarra, la batteria, il piano forte e tutti i miei Dylan Dog, poi c’era la mia personalissima zona studio/scrittura, un’ampia stanza con le pareti che rigurgitavano libri da ogni angolo. Dissi a Lucilla che quella stanza era off limits e che quando ero li dentro non mi si doveva disturbare per nessun motivo al mondo.

Ognuno di noi ha la propria isola felice. A me bastava una stanza esclusivamente mia. Con stereo, cd, libri e una macchina da scrivere e i miei feticci. Nel tempo avevo collezionato un numero imprecisato di memorabilia a cui ero in un modo o nell’altro legata. Il più importante di tutti per me era una statuetta di baphometh comprata per caso l’anno prima di trasferirmi in quella casa. Non ero e non sono una satanista, ma l’occulto mi piaceva molto, soprattutto il paganesimo, la stregoneria e un pizzico di alchimia. Mi trovavo a Istanbul con una mia amica per trascorrere il capodanno da sole al freddo e al gelo. Decidemmo di andare li per isolarci dal mondo e per appurare quali fossero le nostre intenzioni per il futuro. Ma non ci era piaciuta molto quella città e il 2 gennaio eravamo già in Italia. Mentre stavamo andando a prendere la navetta che ci avrebbe portato all’aeroporto vidi una signora orba da un occhio seduta per terra e davanti a se aveva un panno sul quale erano adagiati diversi oggetti strani. Mi avvicinai incuriosita e lei prese quella statuetta guardandomi fissamente negli occhi. Me la porse e io ero come ipnotizzata. La presi e lei non volle soldi, me la regalò. Forse proprio per questo ci tengo in maniera particolare. Un regalo strano fatto da una persona sconosciuta e altrettanto strana.

-Eccola. Questa è la mia stanza.- Disse Lucilla aprendo l’ultima porta sulla destra.

Era la seconda stanza più spaziosa della casa. Letto matrimoniale al centro con davanti il caminetto, un tappeto e due poltroncine, un grande armadio sulla sinistra e la veranda attrezzata sulla destra.

-L’hai arredata tu questa casa? È meravigliosa.-

-No, il proprietario precedente l’ha venduta con tutti i mobili, ed è stato un affare, ci sono pezzi unici in questa casa, per non parlare della soffitta. Non ci sono ancora salita, ma l’agente immobiliare mi ha detto che è stracolma di quadri. Magari ne riesco a trovare qualcuno che valga più di dieci euro come i miei poster.-

-Magari un giorno di questi andiamo a spulciare insieme che ne dici?-

-Certo, ma quello che troviamo, a meno che tu non lo voglia comprare, è mio.-

Ridemmo. Apparentemente la conoscenza era andata bene, ed io ero felice di aver trovato qualcuno.

-Bene allora possiamo andare a prendere la tua roba in macchina e poi ti aiuto a sistemarla.-

Scendemmo e andammo a prendere le cose di Lucilla nel suo Hummer rosso, bellissimo. Dopo aver portato tutti gli scatoloni su e aver sistemato la tv in salone iniziammo a cucinare la cena. Lucilla era un’ottima cuoca, me ne accorsi quella sera stessa, infatti da quel giorno fu condannata a cucinare sempre. Fosse stato per me  avrei mangiato pizza e bevuto birra tutti i giorni. Ma arrivò lei a riempire i miei giorni e il mio stomaco.

Non so spiegare bene quello che iniziai a provare per Lucilla, fatto sta che da quel giorno la mia vita fu diversa, né più piena né più vuota. Diversa. Lei era una di quelle persone che lasciano il segno. Particolare, profumata e all’apparenza gioiosa, in realtà marcia dentro, come una noce che quando la rompi ti accorgi essere piena di vermi. Ma i suoi vermi l’hanno resa ciò che era. Mi sentivo quasi soffocata dal suo ego, ma era una dolce morte e lei mi accompagnò per mano verso la mia personale eutanasia. Staccò la spina del mio respiratore di aria quotidiana e colma di convenzioni. Io che credevo essere una persona sui generis e  particolare. Mi resi conto di non essere nulla al suo cospetto.

Passarono i primi giorni e stavamo sempre insieme. Lei nemmeno lavorava, non ho mai saputo bene cosa facesse per mantenersi, e a dire la verità non mi è mai importato. Solo io ero nuda davanti a lei. Lei indossava sempre, perennemente quel velo di Maya, che se scostato ti faceva sprofondare nell’abisso.

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Categorie:CULTURA, Zettel

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