CULTURA

OSKAR KOKOSCHKA: UNA BAMBOLA COME AMANTE

Oggi sempre più uomini rivolgono la loro attenzione, passione o sentimento ad oggetti inanimati come le bambole, che diventano sostitute a tutti gli effetti delle donne.

Esempio di questo è la storia di Oskar Kokoschka, artista vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento che, consumato dalla passione amorosa e dalla delusione per la perdita dell’oggetto del desiderio, decise di procurarsi una bambola come amante.

Oskar intraprese una relazione malata con la bella Alma Mahler, vedova del defunto compositore Gustav Mahler e musa ispiratrice di Klimt. Ossessione e pazzia divennero gli elementi cardini del rapporto tra i due amanti.

Lei affascinante e volubile, ben presto si stancò del suo fedele servitore, abbandonandolo nel momento di maggior bisogno, durante la prima guerra mondiale, proprio mentre era al fronte. Da quel momento in poi l’uomo non fu più lo stesso, il ricordo della donna tormentò per sempre la sua esistenza: ossessionato da quella passione, dall’erotismo scaturito dalla giovane ammaliatrice, impazzito, decise di avere una bambola come amante.

Nel 1918 commissionò a Hermine Moos, fabbricante di bambole e modista, un fantoccio con le fattezze e le dimensioni dell’amata e dopo mesi di speranze e attese ecco che la finta Alma giunse alla sua porta. Pur essendo una  finzione, la bambola divenne l’unica via di fuga da una delusione che non aveva mai smesso di crescere nella sua mente. Le fece preparare una carrozza, le comprò dei vestiti, ordinò alle cameriere di nutrirla e di curarla. Con lei passeggiava, faceva l’amore, dormiva e dipingeva facendola diventare musa dei suoi quadri proprio come era stato per l’ Alma originale.

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Ma una sera del 1920 dopo aver portato la compagna ad una festa in maschera da lui organizzata, preso da un impeto di rabbia e di malinconia, dovuto al ricordo della crudeltà dell’amante, la fece a pezzi gettandola in giardino. Il mattino seguente, mentre il postino entrava nella villa per consegnare la posta, vide da lontano quel falso cadavere decapitato e chiamò la polizia che, a sua volta,  vittima dell’equivoco fece chiamare un dottore. Solo quando questi si avvicinarono al presunto corpo si resero conto della realtà: la donna era solo una bambola e il sangue era soltanto vino.

L’ossessione di Kokoschka ha fatto si che la donna fosse identificata nella bambola, un equivoco grottesco che, ancora oggi, accompagna la modernità in termini sempre differenti, positivi e negativi ma è pur sempre l’esempio di come la mente modifichi la realtà e guidi le nostre convinzioni.

Milena D’Alessandro

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