INTERVISTA A MARIO NATANGELO: ” COSA SI PROVA NELL’EGITTO POST REGENI”

Vignettista e giornalista, il napoletano Mario Natangelo, nonostante la giovane età, si è da subito affermato come una delle matite più pungenti del panorama  satirico italiano.

Classe 1985, laureato in giurisprudenza all’Università “Federico II” di Napoli, in ambito giornalistico ha esordito nel 2007 con l’inserto satirico Emme pubblicato dal quotidiano L’Unità, con il quale ha collaborato sino al 2009.

Vignettista di punta de Il fatto quotidiano, ha collaborato con Smemoranda, Linus, Il mucchio selvaggio, Liberazione, Left, L’Espresso e El Jueves.

Vincitore nel 2012 del prestigioso premio Satira politica Forte dei Marmi, del premio “Gabriele Galantara” e del premio Una vignetta per l’Europa, i lavori di Mario Natangelo sono stati anche esposti al Museo Madre di Napoli.

Tra le sue pubblicazioni più importanti ricordiamo: Napolitano! Sesso, moniti & Rock’n’roll( Aliberti, 2011), 2012 con loden( Il fatto quotidiano, 2013), scritto con Vauro e Pensavo fosse amore invece era Matteo Renzi( Magic Press, 2015).

Di una simpatia disarmante, tanto da lasciar facilmente trasparire le sue origini partenopee, Natangelo, nel 2016, pochi mesi dopo il tragico omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, parte alla volta de Il Cairo( Egitto ndr) con l’intento di capire sul campo quali sensazioni avrebbe provato un ragazzo dell’età di Giulio nell’Egitto governato dal dittatore Al SiSi.

Ne è venuto fuori un brillante e ironico reportage che, con acume e ironia, ha messo in luce alcuni degli aspetti più emblematici dell’Egitto post Regeni. 

Natangelo Lei che senso darebbe, attualmente, al termine satira, soprattutto in un periodo in cui questa, dopo i fatti di Parigi e il terremoto di Amatrice, viene guardata con sempre maggior sospetto?

Personalmente penso che più che essere vista in modo negativo, la satira faccia incazzare la gente, soprattutto quando è fatta bene.

In occasione dei fatti di Amatrice è stato dimostrato che è possibile fare satire in due modi differenti: facendo arrabbiare il lettore o raccontando un fatto in modo più blando.

Cosa ne pensa della vignetta fatta dal giornale satirico francese Charlie Hebdo sul terremoto di Amatrice?

Rispondo in primis da lettore e solo successivamente da autore quando dico che quella fatta dal giornale francese Charlie Hebdo, in occasione dei fatti di Amatrice, è stata satira a tutti gli effetti.

Infatti, la sensibilità dell’autore e il modo in cui lui decide di relazionarsi con il pubblico e creare la propria arte, sono determinanti per comprendere il tipo di reazione di chi legge satira.

Sicuramente, qualcuno ha commesso e commetterà degli scivoloni ma non esistono modi più corretti di altri di fare ironia, ed è per questa ragione che non ho condannato quanto fatto da Charlie Hebdo.

Bisogna anche dire che a noi italiani piace molto far polemica.

A proposito di polemiche, anche la vignetta fatta da Vauro, in occasione della morte di Gianroberto Casaleggio, e nella quale era stato disegnato un Beppe Grillo burattino accasciato al suolo, è stata aspramente criticata, Lei cosa ne pensa?

Io e Vauro abbiamo pubblicato una vignetta riguardo la morte di Casaleggio lo stesso giorno e sul medesimo giornale ed entrambi abbiamo pensato di mettere in risalto quello che era l’aspetto più emblematiche di quest’uomo.

Lui lo ha fatto ponendo l’accento sul ruolo da regista di Casaleggio, io, invece, ho pensato di tributarlo rappresentando una trasposizione paradisiaca del modello di democrazia diretta pentastellato ma, per quanto mi riguarda, la vignetta di Vauro era fatta molto bene.

In quel momento molti affermavano:”tu si che sai fare satira” e ciò mi ha lasciato molto interdetto.

Il vero problema è che non tutti comprendono che il compito della satira è proprio questo.

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Qual è la differenza tra la realtà raccontata da chi fa satira e giornalismo?

La satira, a differenza del giornalismo, si può permettere di dire tutto, di essere immediata e di andare dritta al punto, per questo fa incazzare la gente. 

Cosa ne pensa da uomo di satira dell’attuale situazione geopolitica?

 Premetto che non ho gli strumenti adatti per poter fare un’analisi così complessa. Noi cerchiamo di raccontare quanto accade nel mondo sia a distanza, nel mio caso da Roma, che, quando ci è possibile, recandoci personalmente nei luoghi più caldi, modalità che preferisco. Mi baso molto sulle sensazioni e sulle emozioni, mi piace descrivere ciò che sento e provo e questa cosa mi differenzia molto dal giornalista che ha l’”obbligo” di essere asettico.

Quando ho fatto il reportage sui migranti ricordo che mi ha colpito molto il forte odore che emanavano e questa cosa, in parte, mi ha fatto sentire loro molto vicino e successivamente, il sentirmi parte attiva di un qualcosa di così grande, mi ha consentito di poter giocare proprio su questo aspetto e quindi fare satira.

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Cosa ne pensa di Salvini che definisce l’immigrato quasi un nemico assoluto del popolo italiano?

Il mio punto di vista è diametralmente opposto a quello di Salvini che è essenzialmente un populista.

Per quanto mi riguarda l’Italia e l’Europa non sono altro che un piccolo puntino nel mondo.

Personalmente non concepisco chi dice che lo straniero è un pericolo dato che bisognerebbe temere molto di più alcuni italiani.

Ha dato vita ad un interessante reportage sull’Egitto di Al SiSi all’indomani dell’omicidio del giovane ricercatore Giulio Regeni, cosa l’ha spinta a partire?

Ho seguito sin da subito il caso di Giulio Regeni dato che mi è stato facile, vista l’età e gli interessi comuni, identificarmi in lui.

Giulio amava mescolarsi con persone e culture diverse e anche dal punto di vista lavorativo il suo ruolo non si limitava alla sola ricerca accademica ma si proponeva, soprattutto, di descrivere e raccontare attivamente quella che era la condizione del Paese nel quale viveva.

Ho disegnato molte vignette su di lui proprio perché la figura di Giulio Regeni mi ha sempre colpito, ma sono stato anche criticato.

Sono partito senza avere la presunzione di dire o scoprire più di quanto non fosse già stato detto, ho visitato luoghi che, con molta probabilità, un giornalista non avrebbe neanche preso in considerazione per fare delle indagini e come sempre, per dar vita al reportage, mi sono basato sulle sensazioni che ho percepito per cercare di far capire come un ragazzo come Giulio si sarebbe sentito nell’Egitto di Al SiSi.

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Cosa ha percepito?

Sono stato per poco tempo ma posso dire, che in parte, il mio giudizio era influenzato da quella che è stata la portata del caso Regeni in Italia.

In Egitto, infatti, quando si parla di Giulio sono in molti a non sapere neanche cosa sia accaduto.

Personalmente, essendo entrato nel Paese con un visto turistico e non giornalistico, ho preferito non oltrepassare quei limiti.

Appena arrivato avevo paura, non sapevo dove andare o a chi rivolgermi, la quasi totale assenza di turisti, poi, è stato un segno emblematico, ma il parlare con chi era presente in Egitto in quel momento e il rendermi personalmente conto della situazione mi ha permesso di raccontare una storia.

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Ha raccontato che l’amica egiziana che è venuta a prenderla in aeroporto ha asserito con naturalezza che: “in fin dei conti Al SiSi non è così dispotico come sembra” cosa ne pensa?

A dir la verità sono stato io a doverla raggiungere dato che mi ha praticamente abbandonato in aeroporto( ride) e quindi sono stato io a dover capire come raggiungere Il Cairo. Anche questo fa parte del mio lavoro: tutto ciò che scrivo è reale ma alle volte viene modificato per facilitare la narrazione degli eventi.

Effettivamente lei ha affermato proprio questo pur essendo una donna molto istruita, ma penso che ciò faccia parte delle dinamiche interne di un Paese come l’Egitto.

Ha anche raccontato di come, mentre si scattava un selfie in piazza Tahir, la polizia l’ha subito avvicinata chiedendole i documenti

Sì è vero ma devo ammettere, con il senno di poi, di aver vissuto la situazione con più pathos del dovuto.

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Secondo Lei cosa è successo a Giulio Regeni?

Credo che sia finito in mezzo ad una faida di regime tra vari apparati statali.

Penso che se un dittatore avesse avuto la volontà di far sparire qualcuno non avrebbe fatto ritrovare il cadavere del ragazzo, con evidenti segni di tortura, in una cunetta pochi giorni dopo l’omicidio.

Alcuni ritengono che Giulio Regeni fosse una sorta di 007 e che in qualche modo abbia “meritato” di essere ucciso, cosa ne pensa?

Penso che siano solo chiacchiere e non ho alcun interesse né a leggerle né a prenderle in considerazione.

Alcuni mesi fa è arrivata un’email anonima e in arabo al quotidiano italiano Repubblica, nella quale si parlava in modo dettagliato delle torture subite da Giulio Regeni prima di morire e nella quale venivano dati dettagli che non erano mai stati divulgati dai media, come i colpi che il ricercatore avrebbe subito sotto la pianta dei piedi. Lei pensa che questa testimonianza sia attendibile?

Per quanto mi riguarda una lettera anonima non ha alcun valore.

Ammettiamolo, il Governo ha già dimenticato il caso Regeni ma sappiamo tutti ciò che è successo a Giulio, nonostante non si conoscerà mai il nome del responsabile.

Mi dispiace molto per la famiglia, in particolar modo per la madre che dovrà convivere con il barbaro assassinio del figlio.

Questo il link per leggere il reportage completo:

https://natangeloemme.wordpress.com/2016/05/24/nellegitto-di-al-sisi/

 

Valentina Nesi

 

 

Copyright immagini:

natangeloemme.wordpress.com

www.comicon.it

http://www.ilfattoquotidiano.it

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