CULTURA

NON APRIRE CHE ALL’OSCURO

In Molise, nel piccolo paese di Casacalenda, c’è una mostra fotografica d’impatto assoluto.

Questa mostra nasce da un ritrovamento fortuito, fra le cianfrusaglie di un rigattiere, di due vecchie casse di birra. Su queste casse, sotto un alto strato di polvere, apparve una scritta evocativa: Non aprire che all’oscuro. All’interno delle casse centinaia di lastre fotografiche, in vetro con la parte sensibile in brumuro d’argento, impresse in un arco di tempo compreso tra la fine dell’800 e il 1933. Tutte le lastre furono scattate dal padre del farmacista del paese: Orazio Mastrosanti. In questi istanti sottratti allo scorrere inesorabile del tempo si trovano le nascite, le morti, la partenze, i matrimoni, le speranze di un intera comunità contadina. Sulle lastre si conserva materico il nostro ancestrale passato, il fiume di istanti lontanissimi che portano al nostro sentire, e guardare oggi questi volti lontani è un cortocircuito potentissimo che genera sensazioni uniche. Tantissimi sono fra queste centinaia di lastre i quadri che impressionano. Queste fotografie si usavano soprattutto per comunicare con parenti lontani in terre che si svuotavano di una povertà insostenibile. Si comunicavano le nascite con dolci quadri di speranza e le morti con impressionati vestizioni funerarie. Qui l’arte del farmacista fotografo raggiunse vette altissime con bimbe madonne da cui ci si aspetta da un momento all’altro un gesto che non potranno mai più agire.

Al termine del percorso espositivo scambiamo alcune parole con il sindaco di Casacalenda, Michele Giambarba, prezioso cicerone fra questi istanti di un tempo che non c’è più.

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Sindaco quanto sforzo ha richiesto la creazione di questa mostra, e per quanto tempo sarà possibile visitarla?

L’impegno organizzativo è stato sicuramente importante. La scelta della sala espositiva, la preparazione, le selezione delle immagini, la gestione quotidiana, la comunicazione hanno richiesto il coinvolgimento di più persone e la definizione di un meccanismo ben oliato. Ma tutto questo non ha rappresentato alcun problema perché la nostra decisione di organizzare questa mostra è stata accompagnata da una determinazione assoluta.

Appena avuto notizia di queste foto abbiamo deciso senza tentennamenti che era il caso di riportarle “a casa”. Da quel momento abbiamo lavorato per questo obiettivo.

E devo dire che siamo stati sostenuti dalla straordinaria disponibilità e sensibilità della Fondazione “ Molise Cultura”, che ha acquisito la mostra, e di Flavio Brunetti, autore del ritrovamento, che detiene i diritti.

Visto il successo la mostra, originariamente prevista fino al 25 Settembre, sarà sicuramente prorogata.

Sono previste delle iniziative di contorno alla mostra?

Certamente. Abbiamo immaginato da subito la mostra non come un evento, sia pure straordinario, per integrare il cartellone delle iniziative estive, ma come il primo passo di un percorso storico, antropologico, culturale che dovrebbe sfociare, come auspichiamo, in una esposizione permanente. In questo autunno, oltre ad alcuni spettacoli teatrali, legati alla mostra, organizzeremo almeno due convegni. Uno sul fenomeno dell’emigrazione che coinvolgerà le strutture che oggi gestiscono i progetti per gli immigrati e uno sulla documentazione fotografica e sul foto-reportage.

I quadri presenti sono spaccato di vita lontana, nonostante questa lontananza temporale le sensazioni sono di coinvolgimento intimo, dov’è allora l’attualità in queste foto?

Non si tratta di operazione nostalgia.  Queste foto sono il racconto di una comunità. La vita e la morte, ma anche le speranze, i sogni, le passioni, le storie familiari e personali. Queste foto comunicano, oggi come cent’anni fa, affetti, amori, bisogni, realizzazioni, percorsi di vita, benessere e povertà.

Con quelle immagini si raccontavano ai mariti o ai parenti lontani la situazione economica, i cambiamenti sociali, le dinamiche familiari.

Esattamente come accade con i nuovi immigrati. Solo che tutto oggi avviene in tempo reale grazie ad internet ed ai social. 

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4) Siete riusciti a trovare discendenti degli uomini e donne di queste foto? Quali sono state le loro reazioni?

Sì, abbiamo raccolto moltissime segnalazioni e abbiamo verificato direttamente l’emozione che suscita il riconoscimento di quelle foto di un parente. Sono storie straordinarie. Stiamo raccogliendo tutta la documentazione per ricostruire, attraverso le foto, i legami e i percorsi di tanta famiglie di Casacalenda.

5) Tante fotografie sono missive per persone lontane, dai ritratti funzionali ai matrimoni per procura agli evocativi quadri familiari bisognosi di supporto economico. Queste immagini ci ricordano che noi italiani siamo partiti e siamo stai accolti, le reazioni ai flussi migratori odierni però sembrano suggerire tuttavia una scarsa memoria di questa nostra storia. Possono queste foto aiutarci a proferire parole diverse oggi?

Certo. Devono aiutarci. L’attualità di queste foto sta proprio in questo: capire come eravamo per respingere atteggiamenti di chiusura ed accogliere senza pregiudizi chi oggi è costretto a fuggire  dalle guerre, dalle sofferenze, dalla fame.

E’ questo lo spirito con il quale accogliamo nella nostra comunità circa quaranta migranti. Uno dei progetti riguarda i minori, accolti fino al compimento del diciottesimo anno di età. Durante il periodo di permanenza a Casacalenda possono frequentare le nostre strutture scolastiche oppure essere inseriti nel mondo del lavoro.

I migranti che affluiscono nel centro di prima accoglienza seguono il normale iter. Entrambe le strutture di accoglienza sono gestite da cooperative locali che hanno il compito di far integrare, nel rispetto delle culture di appartenenza, i diversi gruppi di migranti e favorire la conoscenza delle regole che vigono nel nostro Paese.

Periodicamente, in qualità di tutore e quale responsabile del progetto di accoglienza, ho insieme ai miei collaboratori incontri con gli ospiti. Questo è necessario per avere un rapporto più stretto con loro, e farli sentire accettati.

Questi incontri servono ad evitare eventuali incomprensioni, favorire una migliore accoglienza e magari ricordare loro che sono ospiti in altra Nazione con proprie leggi e proprie regole che vanno accettate e rispettate.

Andrea Listorti

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