THE REAL TOY STORY: FABBRICHE DI GIOCATTOLI E SFRUTTAMENTO

Ritmi di lavoro incessanti, condizioni igieniche precarie e vessazioni, che il più delle volte, riducono l’operaio in schiavitù.

E’ la condizione nella quale versano le tante fabbriche di bambole e giocattoli che, dislocate nei Paesi in via di sviluppo, offrono alle multinazionali un’opportunità irrinunciabile: grande produzione a costi irrisori.

E’ così, negli stabilimenti cinesi, è molto facile imbattersi in ragazzi adolescenti che, addetti alla catena di montaggio, sopportano maltrattamenti e angherie pur di ricevere un esiguo salario.

Gli operai, di norma, lavorano oltre 100 ore a settimana, non hanno diritto alla giornata di riposo e guadagnano, nel migliore dei casi, poco meno di 90 euro al mese.

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I ritmi, sono talmente intensi che molti dei lavoratori presentano vistose malformazioni agli arti, mentre molti altri muoiono in giovane età a causa delle esalazioni di gas tossici.

Per le famiglie, poi, mandare in fabbrica i figli minorenni, in particolare modo se di sesso femminile, pare essere una soluzione quasi obbligata.

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Infatti, nella maggior parte dei casi, è proprio la manodopera infantile a sostenere l’intero nucleo familiare, soprattutto laddove le condizioni di povertà sono tali da portare l’essere umano a rinunciare, volontariamente, ai propri diritti e alla propria dignità.

Molti operai, poi, dichiarano anche di non sapere, persino, cosa siano i sindacati o quali siano i capisaldi della legislazione cinese in materia di diritti e tutela dei lavoratori.

Il mercato cinese, infatti, oltre ad essere leader nella produzione di abbigliamento e accessori lo è anche in quello dei giocattoli, vantando oltre il 75% dell’intera produzione del globo.

Anche in questi stabilimenti le condizioni di lavoro risultano essere disumane, in particolare per gli operai più giovani.

Sarà un gruppo di ricercatori dell’università di Hong Kong a raccogliere le più importanti testimonianze in merito alle condizioni dei lavoratori cinesi nelle fabbriche di giocattoli, arrivando a stilare un rapporto dall’emblematico titolo: Alla ricerca della coscienza di Topolino.

Questi, metteranno anche in evidenza come la tipografia Hung Hing, uno dei principali partner asiatici della p e Mattel e leader nella fornitura di materiale per l’infanzia, riduca in condizione di schiavitù i propri operai.

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“I guardiani ci maledicono e ci trattano come criminali. Gli alloggi sono lontani, ogni giorno qualche operaio che rientra a dormire viene investito da un’auto, ferito o ucciso, e non c’è assistenza sanitaria. I nostri salari sono miserabili, 600-700 yuan al mese (60-70 euro) e solo per l’alloggio ne spendiamo 100. Dopo aver lavorato un mese cerchiamo cosa ci resta in tasca: pochi spiccioli. Onorevoli dirigenti, non potete trovare nel vostro cuore un po’ di compassione?” è lo stralcio di una lettera scritta da uno degli operai della Hung Hing e pubblicata nel rapporto dei ricercatori cinesi.

Anche il fotografo statunitense Michael Wolf, nel reportage The real Toy Story, denunciando attraverso la fotografia le condizioni nelle quali versano gli operai delle fabbriche di giocattoli in Cina, ha aperto gli occhi su come in questi stabilimenti, nonostante le continue denunce, si continuino a violare incessantemente e costantemente quelli che dovrebbero essere diritti inalienabili degli esseri umani, rendendo persino l’oggetto ludico causa di morte e sfruttamento.

 

Valentina Nesi

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