CULTURA

Nikolaj Gumilev, un poeta dimenticato

In un’epoca in cui i valori individuali risultano scomparsi o fortemente compromessi, il monopolio dell’eroismo e della vitalità è stato paradossalmente conquistato dal terrorismo. Questa mancanza di valori coincide con un’evidente latitanza di ideologie e istituzioni che prima collaboravano per tenere sù la baracca, ovvero la società in cui viviamo.

Tra queste latitanze, quella che più lascia smarriti è la latitanza di intellettuali forti che sappiano dare una valida interpretazione del reale, ma soprattutto di Poeti (con la P maiuscola) che sappiano glorificare e gettare luce sull’Esistenza con parole nette e chiare. La poesia d’altronde è nata proprio come ‘eroica’ e celebratrice di un’umanità in cerca di totem o semplicemente affamata di ‘valori’, di un senso, di una bussola. Da Omero in poi se ne sono susseguiti molti, di poeti, in grado di illuminare gli occhi del lettore, guidandolo nei momenti di difficoltà, tendendogli una mano, creando un ‘senso’.

La Russia, ad esempio, ne ha avuti molti: da Puskin a Blok, fino ad arrivare alla ‘nazionalissima’ Achmatova, che con un semplice verso traduceva la semplicità dei sentimenti e del vivere del popolo. Ma di questi poeti, uno su tutti potremmo trattare come il più influente (per la sua epoca) e al contempo tra i meno acclamati. Il suo nome è Nikolaj Gumilev, l’inventore dell”acmeismo’.

Nikolaj Gumilev nasce nel 1886, frequenta il Liceo di Carskoe Selo, diretto dal poeta Innokentij Annenskij; si inserisce da giovanissimo nell’ambiente letterario pietroburghese e ne diventa ben presto uno dei maggiori esponenti; dirige riviste letterarie, scrive raccolte poetiche discusse, partecipa ai dibattiti politici e artistici della capitale. Sin da ragazzo era stato un seguace del simbolismo russo, ma presto se ne volle distaccare, fondando con i poeti Gorodeckij, Achmatova e Mandel’stam un movimento che divenne celebre col nome di ‘acmeismo’ o ‘adamismo’. Scopo di questa nuova corrente poetica era quello di raccontare il ‘reale’ con parole semplici, chiare, levigate. La letteratura non doveva più essere una miscela di sproloqui mistici e occultismo da salotto, come lo era stato nel Simbolismo, ma doveva attingere al segreto dell’Oltre nelle cose della vita, nel dettaglio, nell’analisi minuziosa di ciò che si può vedere, mangiare, toccare o infantilmente immaginare.

La poesia di Gumilev va persino oltre tutto questo: poesie che inneggiano al coraggio e all’attimo, paesaggi miniaturistici che rimandano ad un esotico ‘altrove’ strabordante di eventi pindarici, poesie classiche rivisitate come ‘nuove’ e fiabe e miti rielaborati per catturare lo sfuggente senso del presente.

L’attenzione formale al metro e alla musica delle parole si accosta a una più attenta ‘selezione’ dei temi e degli oggetti, un’essenzialità ostentata, una chiarezza ai limiti della trasparenza. Tutto è qui e ora, e tutto è glorioso se visto con gli occhi dell’infante.

L’uomo è grande, ma al contempo piccolo in confronto alla natura e all’imperturbabilità del Creato. Come nella poesia ‘Alberi’:

Io so che agli alberi e non a noi

È data la grandezza d’una vita compiuta.

Sull’amorosa terra, sorella delle stelle,
Noi siamo migranti, loro in patria.

In contrasto alle pretese di misticismo e religiosità dei vari Brjusov, Blok, Ivanov e Belij, Gumilev sentiva il bisogno di promuovere un’arte che fosse soprattutto ‘reale’, un lavorio d’artigianato, umile, individuale ma al contempo votato all’umanità, al pubblico e al rispetto per quest’ultimo. Concetto chiaramente espresso nella lirica ‘Ai miei lettori’, una delle sue ultime:

Io non li offendo con la nevrastenia,

Né li umilio con psichici calori

Né li annoio con polisense allusioni

Sopra un guscio d’uovo succhiato.

Io insegno loro come non aver paura,

Come non aver paura e fare quel che bisogna.

Io insegno loro a ricordare d’un tratto

Tutta la cara e selvaggia esistenza.*

Ed è proprio questo rapporto schietto con la vita che il Poeta promuove: niente sotterfugi, niente ipocrisie. L’uomo, nudo di fronte al suo destino, deve prendere di petto la vita così come la morte. La scossa di elettricità che percuote il corpo è quella di un Whitman, o del ‘midollo della vita’ cantato da Thoreau; o quella dell’avventura selvaggia celebrata da Kipling, o la vita cruda che traspare dalle righe di Hemingway; gli edonismi ed eroismi manierati di D’Annunzio.

L’uomo è stato lanciato in un mondo di luce, deve affrontarlo con gioia e quieta rassegnazione di fronte alla fine. D’altronde, come descritto nella poesia ‘L’operaio’, bisognerebbe ambire a una morte “lontana dal letto, dal medico e dal notaio”, o come descritto nella poesia ‘Smert”:

Ci son così tante vite degne,

ma solo una è la morte degna,

sotto le pallottole con animo inflessibile.

Nella poesia di Gumilev non è solo cantato l’eroismo o una visione mitologica della vita, ma anche l’incanto della fiaba, delle credenze e delle superstizioni. Magari riprendendo antiche ballate popolari come quella de ‘La rusalka’:

La rusalka ha uno sguardo balenante,

lo sguardo morente della mezzanotte,

Esso splende ora più lungo, ora più corto

quando gridano i venti del mare.

Ci vorrebbe un lungo studio e parecchie pagine per meglio analizzare le mille tematiche e stilemi rielaborati da Gumilev nei suoi esperimenti di artigianato e chiarismo. Purtroppo però gli studi su Gumilev sono stati da sempre ostacolati o tralasciati, a causa del suo stile non strettamente classificabile, a causa della sua figura scomoda e del contesto politico-culturale non sempre favorevole, almeno da un secolo a questa parte.

In Russia la figura di Gumilev è stata osteggiata già dalla sua prima comparsa, a causa dell’evidente contrasto con la corrente Simbolista che aveva allora il predominio della scena culturale (celebri i giudizi sprezzanti di Blok sul ‘chiarismo’ e sul suo maggiore esponente). In seguito, c’ha pensato il pensiero unico bolscevico a censurare Gumilev (dopo averlo fucilato), alfiere ‘bianco’ della nobiltà e quindi colpevole del reato di esistere. In seguito è avvenuta una sorta di riabilitazione dopo la caduta del Muro ma, sebbene il poeta sia ora più conosciuto in Russia almeno da alcune nicchie, veri e propri studi sul poeta sono rari o comunque trascurabili rispetto a quelli compiuti su altri autori.

In Italia la quasi totalità dell’opera gumileviana è stata ignorata e non è ancora stata tradotta (prendiamo a eccezione l’opera ‘L’ombra della palma’, raccolta di prosa a cura di A. Ferrari, edita da Greco & Greco, e un paio di brevi raccolte fuori catalogo).

Se il ruolo del poeta è quello di donare storie, di scuotere la società dalle fondamenta e rinvigorire quei legami che uniscono l’umanità alla natura e al suo status di essere cosciente e pensante… si può ben dire che l’ignorare la vasta opera di un grande poeta, in questo caso Gumilev, sia davvero un atto di incuria, quasi quanto abbattere delle colonne secolari a Palmira.

Inoltre, se davvero ci si lamenta della mancanza di valori, di concrete linee direttive spirituali e filosofiche, in un’era in cui tutto è uguale a tutto e manca il discernimento tra ciò che è importante ciò che non lo è – si dovrebbe a maggior ragione dare più attenzione ai Poeti (se non a quelli contemporanei, almeno ai Grandi del passato) magari promuovendo raccolte speciali, traduzioni, riedizioni e riscritture.

Fabio Cardetta

Le poesie citate sono tratte da ‘N.Gumilev, Stichotvorenija, Glagoslav, UK, 2014.

Traduzione poesie: Fabio Cardetta

*cit. ‘L’ombra della palma’, A. Ferrari, Greco&Greco, Milano, 1995.

Annunci

Categorie:CULTURA

Con tag:,

Rispondi