CULTURA

LA BANDA DELLA MAGLIANA: QUANDO LA CRIMINALITÀ SI FA LEGGENDA

La Banda della Magliana è l’associazione criminale che tra la metà degli anni ’70 e i primi dei ’90 tenne sotto scacco Roma con una serie di attentati ed azioni terroristiche.

Attraverso una fitta rete di alleanze segrete con la destra eversiva, i gruppi armati rivoluzionari, uomini di potere, malavita organizzata e aggregazioni neofasciste riuscì a venire a capo di ogni trattativa e affare illecito della capitale – che si trattasse di spaccio, di prostituzione, di corruzione degli organi statali o di gioco d’azzardo – entrando da protagonista nello scenario agghiacciante degli Anni di Piombo.

La vicenda ha ispirato il libro “Romanzo Criminale”, edito nel 2002 ed oggi bestseller, del giudice Giancarlo De Cataldo.

Questa versione romanzata della storia è stata ripresa nel 2005 da Michele Placido che l’ha trasformata in un film dallo stesso nome. Il tema è stato poi ritrattato in ben due serie televisive di successo nazionale tra il 2008 e il 2010.

L’attenzione mediatica che è stata data alla Banda della Magliana fin da subito attraverso servizi televisivi e articoli giornalistici, prima ancora delle rielaborazioni interpretative di libri e fiction, ha contributo a costruire un alone leggendario attorno ai suoi componenti ed è una chiara traccia di come questi siano stati capaci di tenere con il fiato sospeso l’intera Italia.

Il capo clan era Franco Giuseppucci, detto “Er Fornaretto” e successivamente “Er Nero” per la sua carnagione scura. Seguiva il suo braccio destro Maurizio Abbatino “Crispino” che ereditò il comando della banda alla morte di Giuseppucci. Enrico De Pedis, “Renatino”, che fu ucciso il 2 febbraio 1990 e infine Marcello Colafigli chiamato “Marcellone”. Al nucleo base si andarono aggiungendo negli anni altri ragazzi funzionali ad intessere rapporti strategici per alleanze votate ad un controllo totale della criminalità romana. Il nome della banda, La Magliana, fa riferimento al quartiere di provenienza della maggior parte dei suoi componenti.

Il primo colpo fu il sequestro del barone Grazioli.

Lo scopo del rapimento era ottenere i soldi del riscatto per finanziare i successivi attacchi della banda. Qualcosa però non andò secondo i piani: il barone vide il volto di uno dei malavitosi e venne ucciso. Il fatto sconvolgente fu che, per avere comunque il denaro chiesto alla famiglia dell’uomo per la sua liberazione, ebbero la capacità di fotografare l’ormai esanime Grazioli con un quotidiano in mano facendo credere che fosse ancora vivo. La foto non tradì l’inganno e La Magliana ebbe ciò che voleva dagli inconsapevoli familiari della vittima. Da quel momento fu un crescendo di atti criminali che insanguinarono Roma. Vennero coinvolti anche nel caso Moro. Il democristiano Aldo Moro fu rapito nella capitale il 16 marzo 1978 mentre si stava recando a votare la fiducia al governo Andreotti: frutto maturo del compresso Storico tra i partiti di massa dell’Italia del tempo (Pci, Psi e Dc). Le Brigate Rosse – il terrorismo di matrice comunista – furono le artefici dell’illustre sequestro allo scopo di evitare che il Partito Comunista Italiano si legasse ufficialmente alla politica democratica, azione che lo avrebbe portato a remare contro i tentativi rivoluzionari su modello sovietico dei brigatisti.

Per quanto siano molti i misteri irrisolti del caso è oggi sicuro che la Banda della Magliana insieme alla ‘ndrangheta e alla camorra furono interpellate da esponenti politici e ufficiali di giustizia per trovare la cella in cui per due mesi fu tenuto il parlamentare prima di essere ucciso. Altro intrigo al quale si legarono fu quello dello scandalo tra mafia e Vaticano. De Pedis si legò a Pippo Calò, cassiere di Cosa Nostra, che voleva recuperare il denaro prestato a Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano ( uno degli istituti bancari cattolici e privati).

La dimostrazione del legame tra la Banda e tale vicenda di imbrogli finanziari è il fatto che uno dei suoi componenti, Abbrucciati detto “Camaleonte”, morì ucciso da una guardia giurata mentre stava attuando l’attentato contro il vicepresidente del Banco Roberto Rosone. L’episodio, tra l’altro, pare ricollegabile senza troppi sforzi al caso di Manuela Orlandi, la giovane cittadina vaticana che si trovò senza colpe intricata in un gioco d’interessi tra malavita e Stato della Chiesa. Calvi infatti avrebbe richiesto l’aiuto della Banda per mettere a tacere Rosone, non concorde al denaro sporco ottenuto da De Pedis e che il presidente del Banco aveva versato nelle casse del Vaticano.

Il rapimento della ragazza è strettamente legato al sistema di ricatti che servivano a mantenere in atto il teatrino di menzogne ed omissioni. Della ragazza non si è saputo più nulla ma un altro dato agghiacciante ricollega i criminali della Magliana allo stato pontificio: “Renatino”, nonostante fosse stato riconosciuto come criminale a livello nazionale, ottenne la sepoltura in territorio vaticano.

La storia della Banda più temuta di Roma è, dunque, un groviglio di misteri resi ormai inconoscibili dal flutto di sangue che ha accompagnato ogni sua azioni. Non si esclude la possibilità che l’organizzazione criminale sia ancora in piedi, sebbene siano cambiati i membri a causa delle morti e i pentimenti che si sono susseguiti negli anni.

In ogni caso resta una delle pagine più oscure dell’Italia Repubblicana.

 

Antonella Fortunato

Copyright foto copertina: https://nottecriminale.wordpress.com/2010/11/15/banda-della-magliana-unagenzia-poco-produttiva-il-delitto-pecorelli/

 

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