CULTURA

Guido Rossa, il coraggio di un uomo inedito

Il 1963 è punto in fondo alla pagina della storia italiana. Dopo l’euforia, oramai terminata, per il miracolo economico, il Paese si avvia a vivere le prime difficoltà. I partiti, i sindacati ma soprattutto il mondo dei lavoratori ridiscuto il modello di sviluppo economico. Dopo anni di lotte si assiste a qualche miglioramento della condizione dei lavoratori, una più sensibile ed equa redistribuzione del reddito controbilanciata, però, da una stagnazione dell’economia e restringimento del mercato del lavoro. Meno lavoro, meno stipendi. Meno stipendi, meno investimenti. La mancanza di investimenti significa mancati consumi e, logica vuole, ridotti i consumi è gioco forza che si riduca la produzione. Il miracolo economico, a voler essere sinceri, è stato miracoloso per pochissimi. Gli imprenditori vivono il loro “paradiso”,  per il resto della popolazione non resta che spartirsi i pochi posti a sedere in purgatorio e riordinare le file dell’inferno.

Si parla di decentramento, ridimensionamento, indeterminatezza di programmazione economica. Al Governo del paese si susseguono i “tecnici” di estrazione socialista che tenteranno di applicare correttivi che spaventano i gruppi imprenditoriali che, infatti, vanno all’estero con i capitali. Neppure la nazionalizzazione dell’ENEL risolleva il paese. Bolle di ossigeno che aiutano a sopravvivere. Sineddoche ideale dello stato di cose è il Monte Toc che spofonda nell’invaso della Diga del Vajont. La vita è economia e pare anche l’acqua. Un’onda, che va ben oltre l’anomalo, schiaccia e spazza via Longarone ed i suoi abitanti. Mentre le montagne, in Italia, si sfaldano, alcuni italiani si avviano verso il Nepal con la spedizione del CAI Uget in occasione del centenario del CAI (Club Alpino Italiano). E’ la prima spedizione italiana nel gruppo orientale dell’Himalaya. Lo scopo? Promuovere l’alpinismo in ogni sua manifestazione e la conoscenza e lo studio delle montagne. Tra questi Guido Rossa, trent’anni ed accademico del CAI.

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Gli anni a seguire caratterizzano l’Italia per una estremizzazione della dialettica politica che si tradusse in violenze di piazza, nell’attuazione della lotta armata e di atti di terrorismo. Oltre i moti del ’68, un nuovo fermento politico, culturale e sociale arde sottopelle. Un cromosoma muto, alle volte, che è un misto di azione contrapposta alla paura. Tra il 1968 ed il 1974 vengono compiuti 140 attentati, tra i quali Piazza Fontana, Gioia Tauro, Peteano, Questura di Milano, Piazza della Loggia, l’Italicus.

Il 18 aprile 1974 le Brigate Rosse assurgono a notorietà nazionale con il rapimento del giudice genovese Mario Sossi. Sono figlie di due gruppi della nuova sinistra extraparlamentare, Potere Operaio e Lotta Continua. Renato Curcio, il leader del gruppo, pare abbia passato qualche tempo  in Cecoslovacchia nel 1972 per essere addestrato a compiere atti terroristici. Si finanziano mediante ricatti e rapine e prima del 1974 hanno svolto un’azione di propaganda contro il sistema politico e danneggiato sporadicamente qualche fabbrica. Il rapimento del giudice Sossi rappresenta una escalation nella loro strategia. Le BR decidono di concentrarsi su obiettivi specifici, scegliendo la maggior parte delle vittime tra i magistrati, gli uomini politici, i dirigenti, le forze di polizia, i sindacalisti. Se oggi, alle volte, ci ricordiamo dell’affaire Moro e dei suoi innumerevoli chiaroscuri, dimentichiamo che la radicalizzazione dell’estremismo armato trovava proseliti nell’opinione pubblica e che anche dopo il ritrovamento in Via Caetani di Aldo Moro, furoni molti gli italiani convinti che fosse un bene la presenza armata di “compagni”. Sopo dopo i fatti, però, il PCI ed il sindacato prendono definitivamente le distanze dalla politica extraparlamentare ed invitarono gli iscritti a soprintendere e vigilare le attività politiche intorno a loro rimuovendo ogni possibile copertura, anche ideologica, e denunciando il terrorismo e le sue apologie.

Oltre a lavorare, nelle fabbriche, quando il lavoro lo permette, si parla. La politica è forte nel nostro paese. Quando si parla però, visti i tempi, bisogna stare attenti. Sono pur sempre anni difficili. Alle parole si preferiscono i volantini. Così è all’IAI di Torino ed alla FIAT di Termini Imerese. Alla Marcegaglia di Gazoldo degli Ippoliti come all’Italsider di Genova.


Proprio all’Italsider di Genova, nei pressi della macchinetta del caffè capita di trovare dei volantini delle Brigate Rosse. Vengono furtivamente lasciati per scopi propagandistici ma chi è l’artefice? Tra gli operai c’è un sindacalista, Guido Rossa, che si accorge che Francesco Berardi, operario addetto a distribuire le bolle di consegna, è spesso nelle vicinanze del distributore. L’ultima risoluzione strategica birgasta viene trovata il 25 Ottobre 1978 sempre vicino la macchinetta del caffè. Le notizie volano, i curiosi si avvicinano, qualcuno parla e Guido Rossa nota, ancora una volta, un sospetto rigonfiamento sotto la giacca di Berardi. Il sindacalista-operaio segnala il fatto strano alla vigilanza aziendale e dopo essersi recato, con altri due delegati sindacali, dal Berardi la questione viene presa di petto. Al breve scambio di opinioni segue l’apertura dell’armadietto del Berardi nel quale vengono ritrovati documenti e volantini di rivendicazione brigatista ed alcuni fogli con targhe di auto segnate.


Guido decide di denunciare l’uomo, mentre gli altri due delegati si rifiutano, lasciandolo solo. Francesco Berardi cerca inutilmente di fuggire ma viene fermato dalla vigilanza della fabbrica; si dichiarerà subito prigioniero politico e, consegnato ai carabinieri, verrà arrestato.

Guido Rossa mantiene la denuncia e testimonia al processo, nel quale Berardi (morto “suicida” in carcere, forse assassinato dai suoi ex compagni) verrà condannato a quattro anni e mezzo di reclusione. Temendo una vendetta dei brigatisti, il sindacato offre per alcuni mesi a Rossa una scorta, formata da operai volontari dell’Italsider, a cui lo stesso Rossa in seguito rinuncia.

Dopo la coraggiosa denuncia del sindacalista, le Br capiscono il pericolo e decidono di “punire” il sindacalista in maniera esemplare. I dirigenti della colonna genovese delle Br pensano prima di sequestrare Rossa. Passa invece la mozione di gambizzarlo. Nei mesi che precedono l’esecuzione, Guido Rossa è lasciato solo in una sorta di tragica gogna: molti operai lo accusano di essere una spia.

Il sindacalista tira dritto avendo la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta. Una scelta che invece gli costa la vita. Il 24 gennaio 1979, come tutte le mattine, poco dopo le 6.30 del mattino, Guido Rossa esce di casa per andare a lavorare. Appena entra nella sua Fiat 850 viene circondato da tre brigatisti armati. Sono Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi. I terroristi esplodono sei colpi di pistola alle gambe del sindacalista e si danno alla fuga. Avviene però un fatto inatteso. Il capo del commando, Riccardo Dura, torna indietro e spara un colpo al cuore di Guido Rossa che rimane fulminato. Riccardo Dura si giustificò con gli altri brigatisti dicendo: “Le spie vanno uccise”.


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Il fatto sconvolse il mondo operaio e la reazione fu compatta e durissima: il barbaro omicidio andava condannato e le BR avevano, inconsapevolmente, reciso il cordone politico che permetteva la propria contiguità al mondo operaio.

Al funerale, cui parteciparono 250.000 persone, partecipò anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dopo la cerimonia, Pertini chiese di incontrare i “camalli” (gli scaricatori del porto di Genova). Racconta Antonio Ghirelli, all’epoca portavoce del Quirinale, che il Presidente era stato avvisato che in quell’ambiente c’era chi simpatizzava con le BR ma che Pertini rispose che “proprio per quello li voleva incontrare”. Il Presidente entrò in un grande garage pieno di gente, “saltò letteralmente sulla pedana” e con voce ferma disse: “Non vi parla il Presidente della Repubblica, vi parla il compagno Pertini. Io le Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto con me contro i fascisti, non contro i democratici. Vergogna!”. All’iniziale silenzio seguì un lungo applauso.

Vi sono corde, nel cuore umano, che sarebbe meglio far vibrare più spesso. Guido Rossa, spesso tumulato nella storia e nel ricordo dell’opinione pubblica come una figura sì vittima del terrorismo rosso ma involontario, rappresenta oggi – tempi diversamente difficili e disillusi – figura di primo piano ed indelebile nella storia del sindacalismo. L’integrità morale di un uomo ed il suo coraggio. Pagare la sua battaglia, giammai personale, con un dazio altissimo e insensato. Un uomo inedito che si trovò spesso a scalare montagne fossero anche montagne di meschinità, bassezza, crudeltà e solitudine.

Antonio Fiore

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